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FABIO CAPELLO: IL MAESTRO “GUERRINO”, PAOLO MAZZA E QUEL NO A “GIPO” VIANI

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Fabio Capello: LE ORIGINI

Pieris, frazione di San Canziano d’Isonzo, è un paese di pianura, poco più di mille abitanti in provincia di Gorizia, a metà strada tra trieste e Udine. Un posto di confine, i cui abitanti sono chiamati “bisiachi”, perché “strizzati” in mezzo a due fiumi, l’Isonzo e il Tagliamento. Il termine deriva infatti da “bis aquae”, che significa letteralmente tra le due acque. In questo posto risiede gente abituata a stare in equilibrio, a camminare sul filo dei sacrifici, vivendo a metà strada tra montagna e mare, tra la cultura contadina del profondo Friuli e quella mercantile di Trieste.
In mezzo e sulla linea, anche geografica di questa terra di frontiera, tra cultura latina, tedesca e slava, il 18 giugno 1946 inizia la vicenda umana di Fabio Capello, secondo figlio (la sorella Bianca ha già 5 anni) del maestro della locale scuola elementare Guerrino e di Evelina Tortul.
Il demone del calcio entra ben presto nel quotidiano del piccolo Fabio: il padre alterna il lavoro d’insegnante al ruolo di allenatore della squadra locale, per la quale, in passato, prima della guerra, ha giocato in serie C.

Fabio Capello: L’INFANZIA E L’ACCORDO CON PAOLO MAZZA

Scuola, oratorio e sacrifici, come per tutti i ragazzi cresciuti negli anni Cinquanta, in una nazione alle prese con la ricostruzione materiale e morale post-bellica, in una terra contesa tra Italia e Jugoslavia fino al 1954, questo è il quotidiano di Fabio Capello, che inizia a giocare a calcio nelle formazioni giovanili del Pieris, sperando di ricalcare le orme dello zio Mario, fratello minore di mamma Evelina, all’epoca prolifico attaccante/mezz’ala di Sampdoria, Triestina, e Padova. Tecnica, dinamismo e grande visione di gioco sono già le caratteristiche del piccolo Capello (el Tato, come lo chiamano in paese). Il padre è il primo ad intuirne le qualità. È estremamente esigente col suo Fabio, tanto da trattenerlo al campo anche dopo l’allenamento. “Non gli ha mai fatto sconti” raccontano in paese, anche sui banchi di scuola, dove Guerrino Capello è il maestro dell’unica sezione elementare, quindi necessariamente anche di Fabio, severamente ripreso se commetteva qualche strafalcione di grammatica o ortografia!. Arriva il momento di tentare qualche provino e il padre decide di proporlo alla Spal. È il 1958, l’anno di “Volare (Nel blu dipinto di blu)”, ma per recarsi da Pieris a Ferrara deve accontentarsi di un lungo viaggio in corriera e poi in littorina. Fabio ha dodici anni, è magro e alto. Al termine del provino il “commendator” Paolo Mazza si rivolge al “maestro” Guerrino con le seguenti parole: «Suo figlio ha discrete qualità, se continua, lo fa con noi della Spal. D’accordo?». «D’accordo», è la risposta del padre. «Mi dà la sua parola?», insiste il commendatore Mazza. «Va bene, presidente. La mia parola», replica il maestro. È come se un contratto fosse stato firmato: sono gli anni in cui i contadini concludono gli affari con una stretta di mano e questa vale più di mille firme!
Fabio Capello prosegue la sua infanzia a Pieris, ma le voci corrono: arrivano offerte dalle maggiori società del Triveneto, ma il maestro Guerrino Capello è uomo d’onore, sopravvissuto ai campi di concentramento e alla parola data lui non verrà mai meno.

Fabio Capello: IL NO A GIPO VIANI

Se ne accorge, suo malgrado, “Gipo” Viani, direttore sportivo del Milan, probabilmente il miglior scopritore di talenti dell’epoca! Qui inizia la storia che Fabio Capello ama raccontare da una vita.
È l’estate del 1962, quella dell’infausto mondiale del Cile, con la nazionale allenata dalla strana coppia formata da Paolo Mazza e Giovanni Ferrari discutibilmente eliminata dal primo turno della competizione. Rientrato in Patria e riprese in mano le sorti della sua Spal, Paolo Mazza decide di portare a Ferrara l’ormai sedicenne Fabio Capello da Pieris. Tuttavia c’è chi tenta l’assalto finale per cambiare il destino del ragazzo.
“Gipo” Viani daNervesa della Battaglia arriva nella casa dei Capello, papà Guerrino apre una bottiglia di rosso, di quello forte, e, senza troppi giri di parole, con la sua voce roca, ma forte e decisa, fa capire al dirigente rossonero (neo campione d’Italia) che questa volta è arrivato secondo. «Mi dispiace», allarga le braccia il maestro, «ho già dato la mia parola alla Spal». Abbastanza, per fermare Viani?Nemmeno a parlarne! Il veneto è nel calcio da troppi anni (è stato centro-mediano dell’Ambrosiana Inter 1929-30) e con la sua parlata incerta, al limite della balbuzia, inizia a calare le sue carte. Parla delle possibilità tecniche che il Milan potrebbe fornire al ragazzo, per poi passare al lato educativo! Milanello è il primo centro sportivo dedicato ai ragazzi della primavera, dove Fabio può soggiornare vigilato anche negli studi, aspetto a cui un maestro di scuola elementare non può non far caso. Guerrino, però, resta fermo come un palo di fronte all’uomo che sta costruendo il primo Milan europeo. Alla fine Viani sbotta: «Insomma, faccia qualcosa, dica a Mazza che quel giorno era confuso, che non era in sé. Inventi una scusa, dica che aveva bevuto». Fine delle trasmissioni. Il maestro si alza e gentilmente, ma con fermezza, accompagna l’ospite alla porta. «Ho dato la mia parola. La mia parola»..
Storia semplice e genuina, che ha colorato a tinte forti l’infanzia e la giovinezza di Fabio Capello, e ne porta a vista le ra­dici. Storia di benedetta testardaggine e di giustificato orgoglio, quelli che il maestro Guerrino ha trasmesso a questo figlio che poi di strada nel calcio ne farà parecchia, da giocatore prima e da tecnico.
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