CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

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ROBERTO MANCINI

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Nato a Jesi il 27 novembre 1964, a soli 13 anni lascia le Marche alla volta di Bologna. L’allora tecnico della Primavera Marino Perani ne ha intuito le grandi qualità tecniche ed ha convinto la società felsinea a sborsare quasi un milione di lire per acquisirne il cartellino. Con la palla fa quello che vuole e, non bastasse, sviluppa un fisico non comune per un giocatore con le sue caratteristiche. A 16 anni entra nella squadra primavera, per essere aggregato l’anno successivo alla squadra maggiore. Dopo l’ottimo campionato 1980-81 (non fosse stato per la penalizzazione, i rossoblu avrebbero sfiorato la qualificazione UEFA) c’è grande entusiasmo in Emilia, nonostante alcune partenze eccellenti, surrogate da giovani davvero interessanti. Si punta su un gioiello prelevato dalla Sampdoria, Alviero Chiorri, ma nell’ultima partita del girone di qualificazione di Coppa Italia, il tecnico Tarcisio Burgnich getta nella mischia questo ragazzino, il quale non mostra spavento. Non uscirà più di squadra!




Roberto Mancini costituisce l’unica nota lieta in una stagione destinata a terminare col dramma sportivo della retrocessione (la prima della storia) in serie B. Gioca tutte le partite realizzando ben nove reti. È uno dei pezzi pregiati del mercato: per averlo parte un’asta furibonda, vinta proprio dalla Sampdoria neo-promossa in serie A. Per averlo il presidente blu-cerchiato mette sul piato ben 4 miliardi, più i cartellini di Galdiolo, Logozzo, Roselli e Sella, quattro giocatori di categoria, che dovrebbero rivelarsi estremamente utili per l’immediato ritorno in serie A, in un campionato di serie B che vede ai nastri due superpotenze come Milan e Lazio.
Con Trevor Francis, stella inglese in cerca di rilancio dopo un periodo sfortunato ricco d’infortuni e William Brady, scaricato dalla Juventus, va a comporre un trio d’attacco di livello assoluto. In effetti i tre trascinano i liguri al comando dopo tre giornate, nelle quali battono in successione Juventus, Inter e Roma. Solo gli infortuni ne frenano la corsa. Il ragazzo denota grande personalità, ma anche una certa insofferenza per i regolamenti troppo rigidi. Tale aspetto si palesa in nazionale, dova arriva a meno di vent’anni. Nel giugno del 1984 gli azzurri di Bearzot, estromessi senza gloria dalla fase finale degli europei organizzata in Francia, sono in tournée negli USA. Esordisce contro gli Stati Uniti, ma l’America è tentacolare e lui non resiste al suo fascino. Una fuga dal ritiro e il ragazzo è fuori. Bearzot non tollera atteggiamenti simili.
Il campionato successivo, con Bersellini sulla panchina doriana, termina con il successo in Coppa Italia, il primo di sei per lui, conquistati da giocatore. C’è grande concorrenza in attacco e Mancini, spesso e volentieri, è costretto a guardare le partite dalla panchina. Ad un certo punto sembra di trovarci di fronte all’ennesima promessa mancata. Le grandi prove che fornisce con l’under 21, invece, stanno lì a testimoniare che il ragazzo ha tanto da dare.
Lo comprende perfettamente il nuovo tecnico sampdoriano Vujadin Boskov. Non appena giunge sulla panchina blu-cerchiata, lo slavo stabilisce una gerarchia: davanti giocano Vialli e Mancini. Il giocatore riacquista fiducia, diventando un riferimento assoluto per la sua squadra e in particolare per il compagno di reparto Luca Vialli.
Soprattutto davanti al pubblico amico, i due danno spettacolo, trascinando la squadra a successi roboanti come il3 a 0 inflitto al Milan, il 4 a 1 alla Juventus e il 3 a 1 all’Inter. Tuttavia il ragazzo denota cali di rendimento frequenti, che sembrano contagiare i compagni. Arrivano alcuni passi falsi inaspettati, tanto che la qualificazione UEFA sfugge allo spareggio perso contro il Milan per 1 a 0.
Dall’anno successivo inizia il grande periodo dei successi blu-cerchiati: coppa Italia nel 1988 e nel 1989, Coppa delle Coppe 1990, scudetto l’anno successivo, per chiudere con la supercoppa di Lega.
Mancini diventa pure continuo nel rendimento, soprattutto dopo il mondiale del 1990, quando non scende in campo nemmeno un minuto. La rabbia è tanta; lui è bravissimo a trasferirla sul campo, divenendo il punto di riferimento assoluto dell’intera squadra, soprattutto nelle prime giornate, allorché Vialli è fuori a causa di un problema fisico che lo attanaglia dall’inizio dell’anno. Gol,grandi giocate e assist in gran quantità costituiscono il marchio di fabbrica di questo campione, la maggior parte dei quali innescano il compagno di reparto.
Il 1992 è un altro anno fondamentale: a metà maggio perde la finalissima di Coppa dei Campioni e in estate deve assistere all’addio dell’amico Gian Luca Vialli, passato alla Juventus per la mostruosa cifra di 18 miliardi di lire, più i prestiti di Renato Buso, Eugenio Corini, assieme agli attaccanti, del giovane Bertarelli e di Nicola Zanini. In nuovo tecnico ripone in lui grande fiducia. Lo Jesino si scompre anche bomber di razza, ma nonostante alcune grandi prestazioni, alla finee i sampdoriani mancano l’obbiettivo di un posto in Europa per la stagione 1993-94. L’anno seguente, assieme ai nuovi arrivi Ruud Gullit, David Platt, e ai compagni Jugovic e Lombardo, costituisce una linea avanzata di grandissima qualità. Così assemblata la squadra è sbilanciata: segna moltissimi gol, ma la retroguardia soffre. Comunque arriva un ottimo terzo posto e, soprattutto il successo in Coppa Italia. Non viene convocato per i mondiali USA: il tecnico Sacchi ha optato per lo Juventino Baggio e per il laziale Beppe Signori, da due anni re assoluto del gol.
Offre prestazioni di grande livello, ma dopo il decesso del grande presidente Paolo Mantovani, inizia un piano di ridimensionamento in seno alla società blu cerchiata, con la cessione di alcuni pezzi pregiati, avvicendati da giovani di grandi prospettive. Negli ultimi tre anni,si trova a giocare accanto a giovanotti come Juan Sebastian Veron, Clarence Seedorf, Christhian Carembeu, Enrico Chiesa e Vincenzo Montella, col quale, nel 1996-97 costituisce un duo formidabile, capace di andare a rete per 37 volte in 34 partite, portando i liguri al quarto posto. Qesta volta, però, è lui a lasciare la squadra: dopo 15 stagioni ed oltre 440 partite in serie A, Mancini decide di seguire Eriksson alla Lazio, società in grandissima espansione tecnica. Per lui sono gli ultimi anni da calciatore ed ha la possibilità concreta di vincere tanto. Sebbene a fine carriera, la classe rimane immutata, tanto che qualcuno arriva a rimpiangerne il poco utilizzo in maglia azzurra; ma si sa, questa è una costante del calcio italiano nei confronti dei grandi campioni: quando sono all’apice si fa di tutto per metterne alla berlina i difetti, per poi rimpiangerli quando sono sulla via del tramonto!
In tre anni alla Lazio conquista due Coppe Italia, l’ultima edizione della gloriosa Coppa delle Coppe, una supercoppa Europea, uno scudetto ed una Supercoppa di lega.
A 36 anni emigra in Inghilterra al Leicester, per ricoprire il doppio ruolo di giocatore-allenatore. Rimane pochi mesi oltre-manica per rientrare alla Lazio in qualità di vice di Eriksson. Tra le polemiche, a metà stagione, va a sedere sulla panchina della Fiorentina. Non possiede alcuna abilitazione, tanto che gli viene affiancato un tecnico munito di patentino. Abilitato o meno, è capace di trasmettere qualcosa ai suoi giocatori, i quali escono da una pericolosa crisi tecnica e conquistano la Coppa Italia. La società toscana, però, naviga in pessime condizioni finanziarie: il Presidente Vittorio Cecchi Gori è costretto a cedere alcuni pezzi pregiati, ad eccezione del bomber Enrico Chiesa. I giocatori ci sarebbero per far bene, ma attorno all’ambiente si instaura un alone di pessimismo comico, che non lascia indifferente la squadra. L’inizio è tremendo, soprattutto quando il Chievo, matricola assoluta, scende a Firenze ed impartisce ai viola un’autentica lezione di calcio, imitato sette giorni più tardi dal Milan dell’ex tecnico turco Fati Terim. Mancini non riesce a galvanizzare i suoi e, come succede sempre nel calcio, l’allontanamento del tecnico rimane l’ultima soluzione per tentare di salvare la stagione.
Qualche mese d’inattività e lo vediamo sulla panchina della Lazio. Pure la società capitolina deve fare i conti con le difficoltà connesse ai problemi economici del suo proprietario. Sergio Cragnotti, patron della Cirio, è reduce da alcune speculazioni finanziarie andate male. Prova a salvare la società incassando svariati milioni di euro dalle cessioni di Nesta al Milan e Crespo all’Inter, ma tutto si rivelerà inutile. La squadra, comunque, è di gran livello, tanto che il primo anno conquista la qualificazione ai preliminari di Champion’s League, mentre la stagione successiva, registrate altre cessioni eccellenti, vince la Coppa Italia.
Mai tenero in campo e fuori con gli avversari, Mancini ha un grande estimatore nel Presidente dell’Inter Massimo Moratti, il quale già nell’autunno del 1996 era stato ad un passo dal portarlo in ner’azzurro. Ora lo chiama per tentare di vincere finalmente qualcosa, dopo dieci anni di grandi investimenti e di scarse soddisfazioni. L’inizio non è dei migliori: arrivano una serie infinita di pareggi che allontanano i milanesi dalla vetta, ma la stagione termina con la vittoria in Coppa Italia, mentre gli odiati cugini milanisti si leccano le ferite per l’incredibile sconfitta di Istanbul nella finale di Coppa dei Campioni.
Il seguito racconta di calciopoli, di uno scudetto vinto a tavolino ma di altri due campionati conquistati: uno dominando e l’altro dopo una bellissima battaglia con la Roma di Spalletti. Se in Italia l’Inter domina, non altrettanto avviene in Europa. Moratti vuole la grande Coppa con le Orecchie e, per ottenerla, chiama Josè Murinho, il tecnico più vincente in circolazione.
Per il Mancio c’è un anno di stop e poi quattro stagioni al Manchester City, a gestire un gruppo costruito a suon di milioni, col quale conquista il successo nella Premier League, seguito da un’esperienza in Turchia sulla panchina del Galatasaray.

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