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TRAGUARDI MANCATI E CRACK FINANZIARI, MA RIVERA DIVENTA GRANDE

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Parte Nereo Rocco e sulla panchina milanista arriva Luis Carniglia, aprendo una delle stagioni più travagliate di questi primi anni sessanta. L’inizio è travolgente: il Milan vola in testa e nella gara d’andata della Coppa Intercontinentale travolge il Santos. Poi arriva la trasferta in terra brasiliana, le botte, il forfait di Altafini, lo scandaloso arbitraggio dell’uruguayano Brizio e la sconfitta che incrina molti rapporti in seno alla società. Per tutti, dopo la batosta di Madrid, pagherà Luis Carniglia al quale subentra Niels Liedholm, estremamente abile nel riportare un po’ di tranquillità. Alla fine è terzo posto.

Intanto sulla panchina azzurra è arrivato Edmondo Fabbri che fa di Rivera il punto di riferimento della squadra. Lui ripaga le attese entrando nella storia quando a Roma riesce a realizzare un gol al mitico Jashin, per altro inutile ai fini del passaggio del turno. Tanto basta però per farne un eroe. Il nomignolo di Golden Boy, in un’epoca in cui tutto ciò che arriva d’oltre oceano e d’oltremanica diventa una “religione”, diventa un’etichetta che Rivera non si staccherà mai più di dosso. Intanto il ragazzo si sta facendo uomo assolvendo pure agli obblighi militari e vivendo dall’esterno le vicissitudini che accadono nel suo Milan. Josè Altafini, la stella della squadra, decide di non rientrare dal Brasile: poco male. Rivera mette i suoi colpi a disposizione del tandem formato da Amarildo e Paolo Ferrario, un ragazzone che per un anno vivrà una stagione da fuoriclasse. Il Milan vola, ma se in campo i giocatori hanno le idee chiare, nella stanza dei bottoni non avviene altrettanto. Desiderosi di avere a disposizione un organico di primo livello da esibire alle folle ed infischiandosene degli equilibri in seno alla squadra, i dirigenti milanisti costringono Viani a trattare con Altafini, il quale rientra dal Brasile. A questo punto il “giocattolo” si rompe ed il Milan dissipa in un amen un vantaggio di sette punti sull’Inter che diventa campione d’Italia.

Per il Milan si apre un momento difficile, mentre la maturazione di Rivera continua. Il ragazzo inizia a tirare fuori il proprio carattere anche all’esterno del terreno di gioco, soprattutto in nazionale. Dopo un deludente pareggio ottenuto dalla formazione azzurra in Polonia, nel periodo di massimo splendore dell’Inter il cui gioco è divenuto un paradigma, Rivera ha l’ardire di contestare apertamente il modo di stare in campo di Armando Picchi, a suo dire troppo rinunciatario che lasciava sempre in inferiorità numerica la squadra quando si tratta di attaccare.

Edmondo Fabbri, che con l’Inter ha il dente avvelenato dopo che nel 1962 gli è stato strappato in faccia un contratto firmato a causa dell’improvviso rientro a Milano di Helenio Herrera, non aspetta altro: smembra la difesa più forte del mondo inserendo una coppia di difensori centrali più propositiva.

Con questa formazione si parte per l’Inghilterra, incappando nella sconfitta più cocente della storia pallonara nostrana. A livello d’immagine pagano Edmondo Fabbri, Gigi Meroni e Gianni Rivera, nonostante sia stato il migliore in campo.

Per lui le grane non sono finite: Niels Liedholm ha abbandonato la panchina del Milan per gravi problemi di salute e il presidente Felice Riva è fuggito a causa del crac finanziario delle sue industrie tessili. In questa situazione Rivera tira fuori il meglio di sè, realizza 13 reti e consegna al Milan un dignitoso ottavo posto unito alla conquista della prima Coppa Italia della storia del club lombardo. Gianni Brera, giornalista sportivo che non gli ha mai risparmiato critiche soprattutto per la sua incapacità a difendere, è costretto a riconoscere l’assoluto valore tecnico del giocatore.
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