CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

ALLA TESTA DEL MILAN E LA CONCLUSIONE DI CARRIERA

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La sconfitta di Verona, però, ha lasciato il segno: il Milan vive una grave crisi tecnica che indurrà la dirigenza a molti cambiamenti. Intanto, Mentre a Milano si programma la rinascita, in Germania la nazionale va incontro ad un altro fallimento. Rivera salva gli azzurri dalla figuraccia contro Haiti, causa il pareggio con l’Argentina, ma viene lasciato fuori contro la Polonia nella gara decisiva a causa delle sue pessime condizioni fisiche.

La stampa insorge:

si chiede da più parti e la rivoluzione tecnica giungerà puntuale. Via Ferruccio Valcareggi, sulla panchina azzurra si siede Fulvio Bernardini il quale fa piazza pulita di tutti “i messicani” ad eccezione di Giacinto Facchetti e Roberto Boninsegna.

Al rientro in patria sulla panchina rosso-nera trova Gustavo Giagnoni il cui merito è stato quello di aver riportato il Torino a lottare per lo scudetto. Il tecnico sardo non vuole nè figli, nè figliastri e, quando Rivera non si presenta all’allenamento per qualche giorno, lo lascia in panchina. Non si sa come, la notizia esce dagli spogliatoi creando un polverone. Tra il capitano e l’allenatore voluto dal Presidente Butticchi è rottura! Il bello, però deve ancora venire! A maggio circola una voce di uno scanbio clamoroso: Claudio Sala al Milan e Gianni Rivera al Torino! Rivera, però, ormai è il Milan! Lui lo sa, insorge perché lui ha i tifosi dalla sua parte. Riesce a mettere assieme una ccordata e caccia Buticchi assumendo per un breve periodo la carica di Presidente del Milan. Successivamente richiama Nereo Rocco in qualità di direttore tecnico e in panchina siederà Giovanni Trapattoni. Sistemate le cose, Rivera torna a fare ciò che lo ha reso grande: il calciatore. L’organico è discreto e con questo conquista un buon terzo posto facendo di Egidio Calloni (13 reti) l’eroe dell’anno.

L’anno dopo Trapattoni e Benetti prendono la via di Torino sponda Juventus e sulla panchina del Milan arriva Pippo Marchioro detto “il moderno” per il suo gioco ispirato al calcio olandese. Seguendone lo spirito, a Rivera tocca la maglia numero 7, il numero spettante ad uno dei centrali di metà campo. L’inizio è incoraggiante, ma una clamorosa rimonta subita in casa contro la Juventus, successiva ad una sconfitta col Napoli, minano la fiducia nel progetto di Marchioro. Il Milan si trova a lottare per non retrocedere. L’epilogo avviene in una calda domenica di maggio sul campo di Cesena con in panchina Nereo Rocco e in campo Rivera autore della doppietta decisiva con la quale i rossoneri evitano una clamorosa retrocessione. La vittoria della quarta Coppa Italia salva una stagione altrimenti disastrosa.

Il giocatore vive un’altra estate dove fa parlare di sè non per le sue prestazioni calcistiche, ma per la relazione con la subrette Elisabetta Viviani, dalla quale sta per avere una figlia senza essere sposato. Non siamo più ai tempi di Fausto Coppi e della dama bianca, l’atleta non subisce di certo la stessa gogna mediatica, ma i suoi detrattori hanno altro materiale per attaccarlo.

A livello professionale, intanto, ritorna Niels Liedholm e il Milan si prepara a vivere l’ultima favola con Rivera in campo. Non ci sono fuoriclasse oltre a lui in quella squadra, ma una nidiata di giovani che hanno tanta voglia di emergere e di stupire. La Juventus, assoluta padrona del calcio italiano dell’epoca, ha dato nove elementi alla felice spedizione azzurra del 1978 e le fatiche mundial si fanno sentire sulle gambe dei bianconeri. Tuttavia la solita storia legata ad arbitraggi pro Juve sembra ripetersi puntualmente nello scontro diretto di Torino. Pronti e via e Marco Tardelli commette un brutto fallo su Rivera costretto a lasciare il campo, mentre il bianco-nero non viene nemmeno ammonito. I giovani milanisti accusano il colpo e dieci minuti dopo incassano il gol decisivo proprio dal centrocampista azzurro autore della scorrettezza. Il copione sembra ripetersi, ma Liedholm tiene calmo l’ambiente e il Milan inizia una fuga che lo porta a controllare il campionato. Questo fino alla seconda parte del girone di ritorno quando una crisi di risultati riporta in scia il Perugia di Ilario Castagner.

Tutto sembra compromesso quando, alla 27a giornata l’ex Egidio Calloni, centravanti di un Verona ormai retrocesso, nel primo tempo porta in vantaggio gli scaligeri. San Siro è attonito. Rivera si alza dalla panchina entra all’inizio della ripresa giusto in tempo per raccogliere un cros dal fondo di Albertino Bigon e trasformarlo in rete scacciando l’incubo di una clamorosa sconfitta. Walter Alfredo Novellino realizza il gol vittoria a quattro minuti dal termine mentre il Perugia pareggia. E’ la fuga decisiva: il Milan passa a Catanzaro e si presenta alla penultima giornata in casa con 3 punti di vantaggio. Basta un pareggio per festeggiare matematicamente lo scudetto della stella, risultato che i milanisti attendono da undici anni. San Siro è stracolmo di tifosi che invadono anche un settore chiuso perché pericolante travolgendo il cordone di polizia preposto al controllo. L’arbitro dell’incontro col Bologna non darà inizio alla gara se non verranno rispettate le condizioni di sicurezza. Il Milan rischia: in caso della mancata disputa dell’incontro c’è la squalifica e la sconfitta a tavolino per 2 a 0, un disastro! A questo punto un dirigente ha l’idea che risolve la situazione: Gianni Rivera. Così lo troviamo in mezzo al campo con un microfono in mano ad invitare i tifosi a lasciare il settore pericolante. Rivera è il Milan e al Milan si dà ascolto. Tutto torna a posto, le due squadre danno vita ad uno scialbo 0 a 0 utile pure al Bologna per la sua lotta retrocessione, e il 6 maggio 1979 il Milan può cucire la stella sulla maglia.

L’Olimpico di Roma sarà il teatro dell’ultima gara ufficiale giocata da Rivera con la maglia del Milan, poi, qualche giorno dopo, a 36 anni non ancora compiuti, dopo 528 presenze in serie A di cui 501 con la casacca milanista, Rivera decide di lasciare da vincitore, prima che i guai fisici lo costringessero a recitare da attore non protagonista.

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