CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

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L’INFANZIA

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Quella che vi raccontiamo è una favola senza lieto fine. Il protagonista è un ragazzo brasiliano come tanti, povero come tanti, che, al contrario di tanti, ad un certo punto “ce l’ha fatta”, diventando un eroe nazionale, per poi ripiombare nel baratro una volta spente le luci della ribalta.

Manuel Francisco dos Santos nasce a Pau Grande il 23 marzo 1933. Vive un’infanzia di stenti e privazioni riscontrabili fin dal giorno in cui viene al mondo. Il padre Amaro, discendente da una tribù di indios di Alagoa chiamata Fulnio e sposato con Carolina, una mulatta originaria di recife, al momento di iscriverlo all’anagrafe dimentica persino di dargli il cognome, tanto da risultare registrato solamente come Manuel, con la data posposta di dieci giorni rispetto a quella della nascita. . Nello stato di Pernambuco, dove il padre svolge la professione di guardia in una fabbrica di Pau Grande, trascorrendo il tempo libero in compagnia della bottiglia, Manuel cresce quasi come un selvaggio, camminando a piedi scalzi, nuotando nei fiumi ed andando a caccia di passeri ed uccellini, di qui il nomignolo Garrincha affibiatogli dalla sorella. Proprio durante questi anni il ragazzo sperimenta per la prima volta l’assunzione di sostanze alcoliche e fumo. In ossequio ad alcune tradizioni delle popolazioni indigene, il bambino si vede somministrare una mistura a base di cachaça (cachimbo) come cura per i suoi guai fisici, mentre già prima dei dieci anni diventa pure tabagista, essendo dedito a fumare sigari di paglia. Come detto, il piccolo Manuel non è quello che si può definire un ragazzino sano, essendo costretto a convivere con gravi menomazioni fisiche: strabismo in forma leggera, deformazione alla spina dorsale, sbilanciamento del bacino, sei centimetri di differenza in lunghezza tra le gambe con varismo al ginocchio destro e valgismo al sinistro sono l’eredità lasciatagli da anni vissuti in condizioni simili. Qualcuno afferma, addirittura, che si tratti dei postumi lasciati da una forma di poliomielite che, da un certo punto di vista costituirà anche la sua fortuna.

Già negli anni quaranta l’unico passatempo dei bambini delle favelas è il calcio: il mito è il grande Leonidas, il centravanti nero che durante i mondiali di Francia ha fatto paura al mondo. Per Manuel il pallone è la vita: viene iscritto a scuola, ma la sua istruzione si ferma alla terza media. Nonostante le menomazioni fisiche (i medici lo hanno dichiarato invalido e gli sconsigliano la pratica del football), tra loro c’è anche questo ragazzo il quale ha un incedere talmente strano da disorientare costantemente il proprio marcatore diretto. In più Manuel riesce a correre, più veloce degli altri: vola come un uccellino! Di qui l’appellativo di Garrincha, non più come sinonimo di persona malformata, ma di leggerezza e velocità. Quando lo si affronta c’è sempre quel movimento di gambe che lo rende imprevedibile! Tecnicamente si tratta di un doppio passo contro il quale i difensori saranno destinati a fare misere figure.

All’età di quattordici anni deve far coincidere la passione per il calcio col lavoro nella fabbrica tessile di Pau Grande, ma l’anno successivo viene licenziato per inadempienze. Fortuna vuole che il suo capo sia anche presidente della squadra di calcio locale, di cui Garrincha è diventato elemento indispensabile nel ruolo di tre quartista e che nel volgere di qualche giorno lo faccia riassumere nella fabbrica.

A 17 anni un collega lo sposta all’ala, ruolo nel quale può esprimere tutta la sua inventiva. Diventa immediatamente titolare nella prima squadra, portandola a livelli d’eccellenza in ambito regionale. Viene notato dalle giovanili del Cruzeiro di Pietropolis, dove rimane tre mesi stipendiato, dividendosi tra gli impegni col nuovo club e quelli con il suo Sporting Club di Pau Grande. I continui spostamenti lo stancano e lui, completamente disinteressato all’aspetto economico, decide di dedicarsi esclusivamente alla squadra della sua città a titolo gratuito.
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