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L’ASCESA E LA FAMA

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Conservato il gioiello, a Rio decidono finalmente di fare le cose per bene: in un paio di anni viene allestita una compagine in grado di primeggiare, facendo arrivare, tra gli altri, il grande Didì, al quale viene garantito un contratto da 70.000 cruzeiro mensili. Anche Garrincha ottiene un aumento: da sedici a diciottomila cruzeiro, ma quello che importa è che la squadra vince e Garrincha incanta e tanto basta per portarlo in nazionale. Il piccolo Manuel, venuto dalle favelas, è ormai famoso, ma questo non sembra toccarlo per nulla. Gli è sufficiente giocare e divertirsi come faceva da ragazzino, perché, in realtà, è quello che è rimasto. Ha una visione allegra della vita e del calcio. Per lui non esistono partite importanti: esistono solamente partite! Così alla vista dei suoi compagni in lacrime dopo la conquista del mondiale del 1958 di cui lui è stato un grande protagonista, Garrincha si chiede che cosa sia successo. Gli dicono che hanno appena battuto la Svezia per 5 a 2 e per tutta risposta l’ala replica chiedendo quando si sarebbe giocata la gara di ritorno.

Con il titolo mondiale arrivano fama e soldi e con questi anche persone pronte ad approfittarsi delle debolezze altrui. Infatti se in campo Garrincha è un leader assoluto, fuori dal terreno di gioco il ragazzo va gestito, invece viene lasciato solo. Ma è ancora giovane e per lui ci sono altri traguardi da raggiungere e con essi altre prime pagine da conquistare ed altri guadagni in vista.

Nel frattempo conduce anche una doppia vita: con Nair a Pau Grande, dalla quale ha figli a ripetizione e con Iraci Castilho, una ragazza di Rio, dalla quale si ferma nelle sere in cui è troppo stanco per tornarsene a casa e con cui ha anche due figli: una ufficiale ed uno non riconosciuto. Non si fa mancare nemmeno i rapporti occasionali, come quello con una cameriera svedese, avuto durante una tourné del Botafogo nella nazione scandinava, pure questa divenuta madre di un piccolo Garrincha.


A livello professionale le cose gli vanno alla grande: il Botafogo domina, nonostante il profilarsi di alcuni problemi fisici. Il valgismo e il varismo alle ginocchia iniziano a farsi sentire: ci sarebbe bisogno di un’operazione, ma lui, proprio la sera prima dell’intervento, fugge, perché una maga di Pau Grande gli predice un futuro lontano dal calcio, nel caso in cui fosse andato sotto i ferri. Lui continuerà a partecipare attivamente ai successi del suo club solo grazie ad un continuo uso di infiltrazioni. Tutto questo non gli impedisce di essere il grande protagonista del mondiale 1962 quando, dopo l’infortunio toccato a Pelé, diventa il punto di riferimento della nazionale verde-oro. La cosa, però, non lo tocca minimamente perché il pallone è sempre pallone e la fascia destra è sempre quella e li c’è sempre il solito terzino da far ammattire. L’unica trasgressione a queste sue regole Garrincha se la concede a sette minuti dal termine della semifinale col Cile quando, a suo dire, stanco di subire i calcioni dei marcatori diretti, insegna loro come si usano i piedi. Viene espulso e, come se non bastasse, a fine gara viene fatto oggetto dell’ira dei tifosi cileni che lanciano in campo di tutto. Si teme per la finale: non tanto per l’espulzione, per la quale viene graziato, ma per gli effetti della sassata ricevuta che gli lascia un profondo stato di shoc e tre punti di sutura. Sebbene in cattive condizioni fisiche, Garrincha scende in campo e la Cecoslovacchia viene sconfitta per 3 a 1 e il Brasile, assieme a lui, re assoluto della fascia destra, è ancora sul tetto del mondo. L’assenza di Pelè lo erge a simbolo del mondiale.
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