CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

STORIA E VITTORIE DEL “MAGO HH”

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È solo una delle tante frasi che, scritte su un cartellone, in questi anni sessanta tappezzano le mura degli spogliatoi dell’Inter. L’autore è Helenio Herrera, in questi anni conosciuto semplicemente come il “mago”. Istrionico e sicuro di sé al limite della sfacciataggine, l’argentino è stato uno dei grandi innovatori del nostro calcio. Il suo contributo al footbal non ha riguarddato l’aspetto tattico, bensì quello psicologico. Herrera, il cui narcisismo lo porterà a dire di essere stato l’inventore del catenaccio quando giocava in Francia negli anni trenta, ha compreso prima di tutti l’importanza di motivare i suoi giocatori prima delle grandi partite.

La vicenda umana di Helenio Herrera inizia il 23 aprile 1916nel quartiere Palermo di Buenos Aires dove il padre, di origine andalusa, era emigrato per cercare fortuna. Data l’impossibilità di condurre una vita agiata, la famiglia decide di lasciare il Sud America facendo rotta su Casablanca in Marocco, all’epoca ancora colonia francese.

Il piccolo Helenio non ha difficoltà ad inserirsi nella nuova realtà. La famiglia viene presa a ben volere da alcuni soldati di stanza nella nazione africana i quali insegnano al ragazzo l’arte della boxe facendolo combattere contro un coetaneo sul ring posto in un circo. L’ilarità suscitata negli spettatori presenti e tutti quegli occhi puntati su di lui gli insinuano il “veleno” della popolarità, la cui ricerca diventerà di lì in avanti uno degli scopi principali della sua vita. Organizza lui stesso partite di calcio nelle quali dà tutto per vincere e per farsi notare da qualche club maggiore. A quindici anni è titolare del Racing di Casablanca, dove inizia a giocare come attaccante, passando al ruolo di centrocampista, per finire in difesa. Herrera divide il suo tempo tra l’attività calcistica e il lavoro di operaio, magazziniere o tornitore. Questo, però, non gli impedisce di entrare a far parte della selezione che incontra Algeria e Tunisia prima e successivamente di quella nord africana che in una partita d’allenamento viene opposta alla nazionale francese.

I parigini del Club Français lo notano e lo invitano a sostenere un provino nella capitale. Herrera non dispone del denaro necessario che gli viene procurato da un amico e dopo innumerevoli peripezie riesce a rispondere “presente” alla chiamata. Il Club Français gli offre un piccolo ingaggio che lui spedisce in Marocco alla famiglia, ed un impiego prima come venditore di carbone e successivamente come tornitore che manterrà fino al termine della sua carriera agonistica.

Nonostante Herrera abbia millantato presenze con la nazionale francese, l’ispano-argentino sarà sempre un adorabile bugiardo -, la sua carriera agonistica non tocca mai grandi vette di popolarità e a 29 anni appende le scarpe al chiodo con i dilettanti del Poteux dove ricopre il doppio ruolo di giocatore-allenatore e dopo aver evitato gli orrori del fronte solo grazie al suo impiego all’azienda navale Saint Goben.

Come tecnico rivela immediatamente grandi capacità strategiche tanto da essere chiamato alla guida dei parigini dello Stade Français nei quali plasma il talento di Stefano Nyers.

Un doppio confronto con l’Atletico Madrid gli cambia la vita: gli spagnoli, desiderosi di poter rivaleggiare con Barcellona e Real Madrid, fanno di tutto per farlo sedere sulla loro panchina. Lo ingaggiano e lo spediscono a Valladolid per fare esperienza. Herrera prima salva i baschi e successivamente infiamma i “colcioneros” conquistando due scudetti consecutivi ed un secondo posto. Gli inaspettati cambiamenti societari lo consigliano a cambiare aria passando prima a Malaga e poi a La Corunha. Dopo aver salvato gli asturiani Herrera, carico di gloria, si trasferisce al Siviglia dove trascorre tre ottime stagioni. La morte del presidente Sanchez Pizjuan deteriora l’ambiente andaluso e Herrera decide che è giunto il momento di cambiare aria. Tuttavia egli ha ancora due anni di contratto e la società ne pretende il rispetto. Herrera però fugge in Portogallo, si accasa al Belenenses e la federazione spagnola gli commina una lunga squalifica. Dopo due stagioni ad alto livello, il Barcellona riesce a farlo graziare e lo chiama. In azurgrana vince tutto quello che è possibile conquistare: due scudetti, due Coppe delle Fiere ed una Coppa del Re, fallendo solamente la semifinale di Coppa dei Campioni contro gli odiati rivali del Real Madrid. A Barcellona scoppiano le polemiche nei confronti del tecnico al quale non sembra vero di poter accettare le lusinghe dell’Inter. Chiede soldi, tanti soldi per lasciare la Spagna e Moratti lo accontenta. Per 45 milioni di lire all’anno e i premi doppi, diventa il nuovo allenatore della squadra milanese.

L’entità dell’ingaggio lascia allibiti i suoi nuovi colleghi, i migliori dei quali percepiscono un terzo di quanto gli arrivi sul conto a fine anno. Lui è il mago e riesce a dare un’autentica scossa al sonnacchioso ambiente interista.

”Lo scudetto in tre anni”

proclama al suo arrivo, e di li in avanti l’Italia dovrà abituarsi ai suoi modi di fare. All’esordio in campionato contro l’Atalanta, ai giornalisti che gli chiedono una sua opinione riguardante la compagine orobica egli riscponde:

”L’Atalanta non è nessuno”.

La sera dopo gli interisti festeggiano una vittoria per 5 a 1. L’inizio è devastante: l’Italia fa subito i conti con questo che ha tutto per diventare immediatamente un personaggio. Facendo leva sulle proprie iniziali i tifosi interisti lo identificano immediatamente come il mago “H H”, quale formula di vittoria certa. I detrattori, che sono numerosi spinti anche dall’invidia per i lauti compensi percepiti,lo chiamano “Habla Habla”, sottolineando la sua continua propensione a parlare. Herrera, però, ha fatto della parola il suo punto di forza. Tatticamente non è un innovatore: l’adozione del “catenaccio” gli è stata imposta dal presidente Angelo Moratti (lui sosterrà di esserne stato l’inventore ancora quando giocava in Francia), ma lui cambia il modo diinterpretarlo. Tutta sua è invece l’intuizione di spostare Armando Picchi dietro la linea dei difensori regalando al calcio italiano uno dei più grandi liberi della storia.

”Taka la bala!”

E’ forse la sua frase più famosa, tre parole nelle quali troviamo tutto il suo credo calcistico. Con questo ideoma misto tra italiano e spagnolo: il giocatore deve abituarsi ad aggredire l’avversario non appena questo venga in possesso della sfera (ne più e ne meno di ciò che noi chiamiamo pressing) così da impedirgli di ragionare. La ripartenza, poi deve essere veloce, ma per far questo bisogna riuscire a ragionare veloce (forse vi sto raccontando Sacchi!). Qui probabilmente siamo al vero capolavoro del tecnico ispano-argentino: il lavoro sulla testa dei giocatori portato avanti in modo maniacale soprattutto in allenamento. Herrera è stato il primo tecnico a curare l’aspetto psicologico dei calciatori infondendo fiducia in sé stessi. Per lui la dichiarazione corretta del pre-partita non è “vado a … a giocare” bensì “vado a …. A vincere”. L’atleta deve avere totale dedizione alla causa della squadra, dentro e fuori dal campo e a tal proposito dopo il primo anno, terminato al terzo posto dopo aver lottato fino all’ultimo con la Juventus perdendo clamorosamente a Catania una gara falsata dalla decisione della CAF di ripetere la partita sospesa a Torino, data inizialmente vinta a tavolino all’Inter, Herrera non esita a cacciare Angelillo, secondo lui troppo dedito alla vita notturna.

Nel 1961 riesce a farsi acquistare Luis Suarez col quale ha già conquistato la Spagna sulla panchina del Barcellona. Ancora una volta la partenza è devastante, ma nel girone di ritorno, causa anche un infortunio subito dal regista spagnolo, i nero-azzurri debbono inchinarsi alla grande rimonta del Milan di Rocco, con il quale mette in piedi un’incredibile rivalità dialettica, in particolare alla vigilia dei derby.

La primavera del 1962, complice anche il calo della squadra, getta qualche ombra sull’operato di Herrera: i giocatori Aristide Guarneri e Franco Zaglio vengono trovati positivi al doping. Si vocifera di pastiglie e beveroni dati agli atleti. Herrera non dà spago alle polemiche e, quasi fosse una fuga, (l’Inter arriva a mettere sotto contratto Edmondo Fabbri) vola in Cile per sedersi sulla panchina spagnola. Il risultato non è lusinghiero, ma intanto lui vede e segnala un certo Jair da Costa, costretto alla panchina in nazionale brasiliana.

Come niente fosse, in estate rientra in Italia per preparare quella che secondo i suoi piani deve essere la stagione dello scudetto. Contrariamente agli anni precedenti, l’Inter parte piano ma nella fase centrale del campionato la marcia diventa impetuosa a partire dal poker servito a domicilio al Bologna capolista. Tuttavia il copione degli anni precedenti sembra ripetersi quando l’Inter perde a Bergamo e qui interviene furibondo il presidente Moratti il quale detta lui stesso la formazione e la squadra, doverosamente pungolata dal tecnico, la domenica successiva risponde vincendo per 6 a 0. Nel 1963 l’Inter, secondo i piani di Herrera, diventa campione d’Italia iniziando un ciclo di successi mai più ripetuto dai nero-azzurri.

L’anno successivo l’Inter diventa campione d’Europa battendo il grande Real Madrid. Herrera prepara la finale in modo meticoloso: per una settimana ogni calciatore ha avuto la fotografia del proprio diretto avversario come compagna di vita. Manco a dirlo l’effetto sperato è ottenuto in pieno: le stelle madridiste vengono annientate e soffocate da tanto ardore agonistico. Fallita la riconferma sul trono d’Italia nello spareggio di Roma contro il Bologna, la stagione successiva è quella dell’autentica consacrazione. Coppa intercontinentale, Coppa dei Campioni e scudetto in clamorosa rimonta sul Milan sono il bottino che alla soglia dei cinquant’anni lo portano ad essere uno dei personaggi più popolari del mondo. L’anno successivo scende solamente dal trono d’Europa, ma la conquista dello scudetto della stella mitiga il dispiacere per l’obbiettivo mancato.

Ad Herrera decide di affidarsi l’intero calcio italiano uscito a pezzi dal mondiale inglese. Lui intanto prepara la stagione che deve riportare l’Inter in vetta a tutte le competizioni, ma quando è il momento di raccogliere tutto va storto. La squadra è logora e prima deve inchinarsi alla maggiore freschezza atletica del Celtic di Glasgow e dopo pochi giorni se ne va anche lo scudetto nella drammatica serata di Mantova quando una papera clamorosa di Giuliano Sarti pone termine alla favola della “grande Inter”.

L’anno successivo tenta di ricostruire un undici in grado di lottare per tutti i traguardi. Via Sarti, Guarneri, Picchi e Jair, spazio ai giovani Giubertoni e Landini, ma l’operazione non riesce. Inoltre il milan del rivale Rocco, appena tornato sulla panchina dei rossoneri, vince praticamente tutto ciò che c’è da vincere. Moratti non si sente all’altezza di ricostruire la squadra e lascia. Herrera capisce che il suo tempo a Milano è terminato e decide di accettare le lusinghe della Roma.
Alla dirigenza capitolina Herrera strappa un contratto di circa 260 milioni all’annoma i risultati non saranno quelli ottenuti alla corte di Moratti.

La primavera del 1969 rappresenta per Herrera probabilmente il capitolo più nero della sua carriera professionistica. Il 16 marzo nello spogliatoio di Cagliari muore per infarto il ventiseienne Giuliano Taccola, a forza mandato in campo dal tecnico nonostante le precarie condizioni di salute perduranti da parecchie settimane. Che cosa sia realmente successo quella maledetta domenica non lo abbiamo mai saputo: voci narrano di un’incredibile indifferenza del tecnico alla vista del giovane atleta esanime. Il fatto rinfocola i dubbi riguardanti pratiche al limite del regolamento con le quali Herrera migliora le prestazioni dei calciatori.

A Roma rimane comunque per cinque stagioni conquistando solamente una Coppa Italia ed un sesto posto. La società giallo-rossa non è certo all’altezza di quella di Moratti, tanto che nel 1970 vede partire i gioielli Spartaco Landini, Luciano Spinosi e Fabio Capello alla volta di Torino in cambio di Luis Del Sol, grande mediano combattente a fine carriera e Gianfranco Zigoni, giocatore dotato di talento smisurato al quale ha sempre fatto difetto la dedizione al lavoro.

Nel 1973 torna all’Inter da dove riesce a far cacciare Mariolino Corso col quale non ha mai avuto un grande feeling, ma un malore seguito ad una gara di Coppa Italia lo costringe ad abbandonare il suo posto.

La vicenda agonistica di questo personaggio finisce praticamente qui, tranne una parentesi come consulente al Rimini nella stagione 1978-79, ed una al Barcellona tra il 1979 e il 1981 dove vince la Coppa del Re.

All’età di 65 anni si ritira dalla vita attiva concedendosi solamente svariate comparsate televisive lautamente retribuite nelle quali può dar sfogo a tutto il suo sarcasmo e a tutta la sua competenza calcistica.

Herrera ci lascia l’8 novembre del 1997 all’età di 81 anni dopo aver trascorso l’ultimo periodo della sua esistenza nel suo palazzotto di Rialto a Venezia, degna dimora per uno dei Re del calcio.

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