CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

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“ZIO UCCIO”

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Un altro triestino diventa uno dei protagonisti di quest’estate del 1968, tanto travagliata a livello sociale, quanto felice per il calcio italiano. Ferruccio Valcareggi, l’allenatore neo Campione d’Europa, nasce nella città giuliana il 12 novembre del 1919, all’indomani dell’annessione della stessa al territorio italiano. Come tanti giovani del periodo si appassiona al gioco del calcio e le sue buone doti tecniche lo portano nell’orbita delle giovanili della Triestina, uno dei migliori vivai dell’epoca. Con lui giocano elementi che si chiamano Guglielmo Trevisan, Aldo Ballarin e Giuseppe Grezar, tutti destinati a carriere di primo piano, con i quali era solito rincorrere il suo idolo Giuseppe Meazza quando veniva a Trieste pigliandosi i calcioni nel sedere dai “veci” della squadra alabardata Rocco, Colaussi e Pasinati.

Partito Rocco alla volta di Napoli per Ferruccio arriva il momento di debuttare in serie A dimostrando di avere grandi doti tecniche. Il giocatore promette bene, tanto da essere acquistato dalla Fiorentina nel 1940. Di qui in avanti Valcareggi rimarrà sempre legato alla splendida città toscana, dove ritornerà ogni volta che non avrà incarichi calcistici. In viola disputa tre ottimi campionati, ma la guerra ne ferma lo sviluppo tecnico. Durante il conflitto veste la maglia del Milan in un torneo dai connotati assurdi e, l’anno successivo, si trasferisce a Bologna, dove rimane fino al 1947.

A 28 anni torna alla Fiorentina. Non incanta e a fine stagione viene ceduto al Vicenza in serie B. I berici hanno costruito una formazione per ritornare immediatamente nella massima serie, l’obbiettivo della società fallisce, ma lui disputa un buon campionato, tanto da essere acquistato dalla Lucchese, rocciosa formazione di serie A. In rossonero, assieme ad altri giocatori esperti, funge da punto di riferimento per l’ottenimento di due salvezze.

A 32 anni torna in serie B per vestire la maglia del Brescia. Con le rondinelle dà del filo da torcere alla Roma stra favorita e perde la gara d’accesso alla serie A 1952-53 proprio contro la Triestina.

A questo punto accetta il trasferimento al Piombino, formazione reduce, tra la sorpresa generale, da un ottimo campionato di serie B e vi conclude la carriera agonistinca nel 1954.

Abbandonato il calcio giocato intraprende la carriera di allenatore andando a sedersi sulla panchina del Prato, sistemazione che gli permente di consolidare il proprio legame con Firenze. Nella nuova società svolge un ottimo lavoro e la porta a disputare il campionato di serie B 1958-59. I risultati gli valgono la chiamata all’Atalanta, dove rimane dal 1959 al 1962, disputando tre buonissimi campionati e lanciando grandi giocatori come il portiere Pier Luigi Pizzaballa e l’ala Angelo Domenghini.

Dal 1962 al 1964 torna a Firenze per affiancare i tecnici dell’epoca, prima del suo ritorno A Bergamo nel campionato 1964-65.

A questo punto entra nell’orbita federale, prima come osservatore per Edmondo Fabbri e successivamente affiancando Helenio Herrera nel dopo Corea. A fianco del tecnico ispano-argentino impara come si gestisce una grande squadra trovandosi pronto nel momento in cui il “mago” decide di dedicarsi solamente alla sua Inter. Il problema principale da risolvere riguarda la rivalità (soprattutto mediatica) esistente tra Sandro Mazzola e Gianni Rivera, rispettivamente “bandiere” di Inter e Milan. C’è il rischio che si creino dei clan all’interno dello spogliatoio, ma lui riesce a gestire il tutto. I risultati arrivano immediatamente con il trionfo agli europei del 1968. Valcareggi tocca il vertice della propria carriera. La discesa, comunque sarà molto lenta. Senza soverchie difficoltà qualifica la nazionale ai mondiali del messico dove si vivrà una delle avventure più incredibili della storia del calcio.

Valcareggi dispone di una rosa eccezionale: Facchetti è il migliore terzino in circolazione, Gianni Rivera è appena stato insignito del titolo di “miglior giocatore europeo”, mentre Gigi Riva è considerato uno dei migliori attaccanti in circolazione. Dietro ci sono altri grandi fuoriclasse tra i quali Giancarlo De Sisti, centrocampista al quale non vuole rinunciare, Angelo Domenghini, ala di infinite risorse fisiche e soprattutto Sandro Mazzola, da poco spostatosi con ottimi risultati nel ruolo di mezz’ala. Volendo schierare due punte di ruolo, per tutti non c’è posto, pertanto uno tra Mazzola e Rivera deve adattarsi a non partire tra gli undici titolari. Il regolamento, che da questa edizione consente due cambi, lo aiuta: Valcareggi inventa “la staffetta”; i due fuoriclasse giocheranno un tempo per uno. La decisione li scontenta entrambi, soprattutto Rivera che, all’ultimo momento, vede estromettere dalla rosa dei ventidue giocatori anche il “fido” Giovanni Lodetti.

Un infortunio – non si sa quanto diplomatico – toglie di mezzo Rivera nelle prime tre gare in cui la nazionale azzurra non esprime un bel calcio, ma a differenza delle edizioni precedenti il cammino prosegue. Nei quarti di finale trova i padroni di casa del Messico i quali chiudono la prima frazione di gara in vantaggio. Entra Rivera, che segna e manda in gol Gigi Riva, all’asciutto fino a quel momento. Quanto accade qualche giorno dopo è storia del calcio e del costume. Il 17 giugno del 1970 va in scena quella che passerà alla storia come la partita più bella di tutti i tempi. Si affronta la Germania Occidentale con la quale si passa in vantaggio si resiste e si prende un gol a tempo scaduto. Supplementari da brivido con un’altalena di emozioni mai più vissute in una gara, culminate col gran gol vittoria di Rivera. È finale! Qui, invece di riuscire a compattare il gruppo per affrontare al meglio il Brasile di Pelè, scoppiano un mare di polemiche. L’ambiente esterno, stampa compresa, non lo aiuta portando all’estremo la rivalità Mazzola-Rivera.

Contro il Brasile Valcareggi schiera l’interista concedendo al rosso-nero un’umiliante passerella di sei minuti a verdetto ampiamente stabilito. Anziché gioire per un risultato di grande prestigio, in Italia si mettono in scena un numero infinito di processi mediatici con Valcareggi sul banco degli imputati per non aver schierato Rivera in finale.

Il triestino tira diritto, prende le proprie decisioni e per qualche anno di Rivera in nazionale non ci sarà traccia, fino a quando la nazionale verrà estromessa dalla fase finale dell’europeo del 1972 per mano del Belgio. Convinto dal grande campionato disputato col Milan terminato da capocannoniere, Valcareggi richiama Rivera per comporre, con Mazzola e Capello una linea avanzata da sogno. Vince a Wembley e si presenta ai mondiali di Germania del 1974 da grande favorito.

La squadra, però, è logora, contro Haiti non si dilaga e la Polonia di Lato, Szarmak e Deyna interrompe l’idillio tra Valcareggi e la panchina azzurra.

Riparte dalla serie B allenando il Verona voglioso di ritornare immediatamente nella massima divisione. Dispone di una compagine di vecchi marpioni bravissimi a far gruppo tra di loro. In giallo-blu deve gestire le “pazzie” di Gianfranco Zigoni, fulgido talento rimasto inespresso. In riva all’adige disputa quattro buone stagioni conquistando alcune salvezze tranquille ed una finale di Coppa Italia persa contro il Napoli di Savoldi.

Nel 1978 va ad allenare la Roma la quale, con l’ingaggio di Roberto Pruzzo, una delle migliori promesse dell’epoca, punta a traguardi ambiziosi. La stagione, invece si risolve con una salvezza stiracchiata. Sulla soglia dei sessant’anni si ritira praticamente a vita privata ad eccezione di una parentesi nel campionato 1984-85 quando va a sostituire Giancarlo De Sisti sulla panchina della Fiorentina.

Termina la sua lunga vita in tranquillità. Valcareggi rimarrà nella storia per essere stato l’allenatore che ha riportato in Italia un grande trofeo dopo anni di cocenti delusioni.

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