CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

Le favole del calcio: LA GRANDE INTER

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Gli anni sessanta passano alla storia per i Beatles, per la minigonna, per la rivoluzione culturale del 68 e, piaccia o no, per le imprese

calcistiche della grande Inter, dominatrice assoluta della scena dal 1962 al 1967, fino a quando, in una calda sera mantovana, un tiraccio dell’ex Beniamino Di

Giacomo, ha fatto venir meno delle certezze che sembravano acquisite.

Fenomeni del genere non nascono per caso, ma sono frutto di anni di investimenti e di errori e di errori il presidente Angelo Moratti, in carica dal 1955, ne ha

certamente commessi. Le prime stagioni della gestione del petroliere sono avare di soddisfazioni. La volontà non gli manca e nemmeno i mezzi finanziari, ma non riesce

mai a mettere assieme un gruppo capace di emergere, nonostante grandi campioni come: BENITO LORENZI, Nacka Skoglund, Edwin Firmani, o il bomber (link id=”4740″)ANTONIO VALENTIN ANGELILLO.[/link]
Il Presidente, però guarda anche ai giovani e nel 1958 acquista, per le squadre giovanili, due ragazzini: il trevigliese GIACINTO FACCHETTI e il veronese MARIOLINO CORSO, destinati a diventare i primi tasselli di un complesso per

certi aspetti irripetibile.

Le cose sono destinate a mutare quando, nel 1960, dopo aver ingaggiato il dirigente Italo Allodi, acconsente ad un ingente esborso di denaro per far arrivare dalla

Spagna HELENIO HERRERA. Il trainer ispano-argentino promette lo

scudetto entro tre anni. Inizia ad organizzare la squadra a propria immagine e somiglianza: non vuole vedette, ma gente pronta a vivere di calcio e per il calcio. Si

priva di grandi stelle come l’argentino Angelillo e fa arrivare dalla Spagna LUISIITO SUAREZ, col quale ha già fatto grandi cose ai tempi del Barcellona. Arrivano due secondi posti, non privi di polemiche ma, con l’inserimento

tra i titolari dell’ala JAIR DA COSTA e del giovane “SANDRO” MAZZOLA, completa il mosaico e rispetta i piani. Nel 1963

l’Inter è campione d’Italia per l’ottava volta nella sua storia!

L’anno seguente la società milanese entra nella leggenda aggiudicandosi la Coppa dei Campioni a spese del grande Real Madrid di Puskas e Di Stefano ma soprattutto la

Coppa Intercontinentale dopo tre partite tiratissime contro l’Indipendiente di Avellaneda. Lo scudetto perso allo spareggio contro il Bologna di Bernardini non frena la crescita di un gruppo sempre più consapevole della propria forza. La società, poi pensa veramente in grande: dietro agli undici titolari arrivano ricambi di lusso.

Capita spesso di vedere seduti in tribuna giocatori del calibro di Joachin Peirò, Saul Malatrasi e soprattutto ANGELO DOMENGHINI, grande talento prelevato dall’Atalanta. La squadra ner’azzurra diventa il simbolo della forza mentale,

soprattutto quando in 14 giornate rimonta al Milan di Rivera sette punti di svantaggio, aggiudicandosi lo scudetto 1964-65, l’anno della grande rimonta in semifinale

di Coppa dei Campioni contro il Liverpool, del successo contro il Benfica e del ritorno sul tetto del mondo ancora a spese dell’Independiente. Per molti il gioco

espresso dagli uomini di Helenio Herrera non è spettacolare, ma è estremamente efficace, soprattutto nei numeri. Con buona pace degli esteti, all’Inter tutti hanno la

possibilità di andare a rete: ne sa qualcosa Giacinto Facchetti, signore e padrone della fascia sinistra, spesso presente nel tabellino dei marcatori. La squadra non

dispone nemmeno di un centr’avanti classico, cioè d’area di rigore, ma di due furetti come Jair e Mazzola pronti a tagliare a fette le difese avversarie. E poi,

all’ooccorrenza, entra in scena quel Mariolino Corso, capace di sparire per ottanta minuti per risolvere, con una giocata o con un calcio piazzato, tutti i problemi.

Questa è la squadra che, ottusamente, nel 1966 non si è voluto trapiantare in nazionale. I numeri parlano di quattro o cinque giocatori sempre presenti in formazione,

tutti tranne il leader di quel gruppo: Armando Picchi, il vero capolavoro tattico di Helenio Herrera. Giunto dalla Spal nel 1960 con le credenziali di buon terzino, il

tecnico ispano-argentino lo inventa nel ruolo di libero. Picchi tira fuori tutta la sua personalità, diventando il regista arretrato dell’intero complesso. Con lui

dietro Burgnich e Guarneri funzionano come un orologio svizzero.

La favola, come detto, continua fino al maggio del 1967, con Herrera impegnato nella doppia veste di allenatore dell’Inter e di selezionatore della ricostruenda

nazionale azzurra e con una rosa stratosferica, al punto tale da disputare, e vincere, una bella di semifinale di Coppa dei Campioni e un quarto di finale di Coppa

Italia contro la Fiorentina, tutto nel giro di 24 ore, e alla vigilia di un importantissimo Juventus Inter, con i bianconeri staccati di quattro punti a quattro turni

dal termine. Si pensa ad un incredibile an-plain, ma: la Juventus sconfigge i nerazzurri, i quali perdono la finale di Coppa dei Campioni e, all’inizio di giugno

vengono beffati da un’incredibile papera del proprio portiere Giuliano Sarti, contro un Mantova che non ha nulla da chiedere al campionato. Nel giro di un mese tutto è

perduto, compresa la consapevolezza di essere grandi. Basterebbero pochi innesti per ridare fiducia ad un gruppo formato prevalentemente da giocatori di età compresa

tra i 25 e i 27 anni. Invece il colpo è devastante.

La “Grande Inter”, così come la conosciamo, non c’è più, sebbene, per Burgnich, Facchetti, Bedin, Jair, Mazzola e Domenghini (quest’ultimo con altre maglie) le

soddisfazioni non mancheranno.

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