CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

GIAN FRANCO ZIGONI

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Altrettanto affascinante risulta anche il racconto della vicenda umana di GIAN FRANCO CESARE BATTISTA ZIGONI

Nasce ad Oderzo, provincia di Treviso, il 25 novembre del 1944 in una famiglia contadina. Col piede sinistro fa quello che vuole e diventa un idolo nel Patronato Turri, la squadra dell’oratorio che lo propone al grande calcio. Viene segnalato alla Juventus che lo acquista e lo manda a farsi le ossa nelle giovanili del Pordenone, compagine satellite della società bianconera. Nel 1961 viene portato a Torino. Scende in campo in un’amichevole contro il grande Real Madrid nella quale fa letteralmente impazzire il grande Santamaria che, si dice, lo paragoni addirittura a Pelè. Dopo altre due stagioni in cui si limita ad alcune comparsate in campionato impreziosite anche da un gol, Zigoni viene ceduto in prestito al Genoa che si è appena privato di Gigi Meroni. Il calore della tifoseria ligure esalta il giovane talento che in 24 partite realizza ben 8 reti. Le sue giocate di gran classe però non evitano la retrocessione al club rosso-blu. Anche in serie B il suo apporto non viene meno, ma per due punti i liguri non possono festeggiare. Torna a Torino e diventa decisivo nella conquista del tredicesimo scudetto a spese dell’Inter. A fine campionato arriva anche l’esordio in nazionale. A torino, però, Zigoni non si sente a casa: sulla panchina bianconera siede Heriberto Herrera, uomo duro ed incapace di comprendere la carica umana del trevigiano, soprattutto quando egli rimane profondamente scosso dalla morte del suo mito: Che Guevara.

Tanto rissoso quanto dotato di classe come pochi, fornisce ancora buone prestazioni ma i suoi numeri sono costantemente in calo così nel 1970, dopo quattro stagioni, Zigoni viene scaricato alla Roma nell’operazione che porterà a Torino Luciano Spinosi e Fabio Capello. A detta dello stesso Zigoni, nel 1970 si conclude uno dei periodi più brutti della sua vita. Di tutte le squadre nelle quali ha militato la Juventus è quella che gli è rimasta meno nel cuore, a causa della freddezza dell’ambiente.

Certamente l’ambiente della Capitale si addice maggiormente al carattere estroverso del trevigiano, amante della bella vita, delle donne e delle auto veloci. Veste la maglia giallo-rossa per due stagioni accontentandosi di due piazzamenti di medio-alta classifica. Nel 1972 nella capitale si decide di ringiovanire i ranghi ed assieme all’amico mediano Walter Franzot accetta il trasferimento al Verona, compagine in lotta per la salvezza nella quale militano altri buoni giocatori come i centrocampisti Emiliano Mascetti e Sergio Maddè.

Bastano poche giocate e Zigoni diventa l’idolo incontrastato della tifoseria scaligera che lo elegge a sua bandiera. A Verona di lui amano tutto: le sue pazzie, le sue stranezze e i suoi gol, pochi, ma irripetibili. Zigoni capisce questo e da autentica bandiera rifiuta un faraonico passaggio all’Inter nel 1974, per riportare in serie a il suo Verona. Dopo un campionato tribolato e dopo uno spareggio vinto contro il Catanzaro, l’impresa gli riesce.

Al ritorno in serie A sulla panchina scaligera siede Ferruccio Valcareggi il quale mette assieme un gruppo capace di togliersi parecchie soddisfazioni: nel 1976 raggiunge la finale di Coppa Italia, nel 1977 sfiora la Coppa Uefa e l’anno successivo ottiene una salvezza tranquilla. Un fatto mette fine a quel ciclo: assieme a tutta la squadra Zigoni vede la morte in faccia durante un viaggio in treno alla volta di Roma. All’altezza di Bologna il convoglio deraglia: fortuna vuole che al momento dell’incidente tutta la squadra si trovasse nel vagone ristorante al centro del treno. Il gruppo è scosso e perde tutte le ultime gare di campionato. Il presidente della società giallo-blu Saverio Garonzi, uomo sanguigno ma capace come pochi altri, decide di rinnovare tutto e tra i partenti c’è anche Zigoni. Accetta di scendere in serie B al Brescia, compagine acerrima nemica del Verona. I suoi vecchi tifosi, però, gli rimangono vicino e si vedranno molte automobili targate Verona alle partite del Brescia con tifosi che vogliono seguire ancora il loro campione. “Zigo” veste la maglia delle rondinelle per due stagioni conquistando la promozione in serie A. A 36 anni, però, per lui non c’è più posto e viene lasciato partire. Luigi Simoni, il tecnico che ha riportato il Brescia nel “paradiso” del calcio italiano gli propone di seguirlo al Genoa, suo vecchio amore, ma Gianfranco ha voglia di tornarsene nella sua Oderzo. L’Opitergina lo ingaggia e lo tiene nelle sue fila per tre stagioni. A 39 anni ha ancora voglia di scendere in campo e dispensa i propri saggi di classe vestendo la maglia del Piavon. Gioca diverte e si diverte ancora per quattro anni appendendo le scarpe al chiodo a 43 anni chiudendo alla sua maniera: alla grande segnando quattro reti.

Ora si può ammirare Zigoni come commentatore in molte trasmissioni sportive del Triveneto nelle quali emerge tutta la sua personalità fatta di eccessi, ma anche di profonda carica umana. Traspare tutto il suo carattere spaccone, ma è quello che rende Zigoni speciale e allora diventa bello ascoltare dalla sua voce i racconti di quella volta che, ai tempi del Verona, si è seduto in panchina indossando pelliccia e cappellino per vincere una scommessa fatta col compagno di squadra Klaus Bachlenechner, oppure di quella volta che, a bordo della sua Porsche ha visto la morte in faccia uscendo di strada mentre ammirava il panorama della Valpolicella. Gli episodi da raccontare sarebbero infiniti, ma questi due sono esemplificativi di chi sia stato Zigoni: un immenso esteta del pallone al quale non interessava di essere un numero uno, perché sapeva di esserlo!

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"GIGI" MERONI Il personaggio: I "CAPELLONI" GIGI MERONI E GIAN FRANCO ZIGONI Facebooktwittergoogle_pluslinkedinrssyoutubeby feather

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