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LA CATASTROFE DELLA VAL D’ORBA

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Come ormai da tradizione, agosto è mese di vacanza per gli attori del “Dio Pallone.” Mentre molti di loro si godono il meritato riposo, assieme ad

alcune famiglie di altri fortunati italiani benestanti (ancora pochi per la verità), l’intera Val d’Orba, sita nelle montagne alessandrine, è teatro di un’immane

catastrofe che causa 111 morti.

L’alluvione arriva violentissima dopo un lungo periodo di siccità, al quale è seguito il blocco dello svuotamento della diga sovrastante, attività di cui si occupa la

società elettrica, gestore del manufatto stesso. Tale decisione è stata presa allo scopo di poter continuare l’erogazione di corrente, altrimenti impossibile con

l’invaso a secco.

In poche ore, sulla zona cadono oltre quaranta centimetri d’acqua che ingrossano pericolosamente il fiume Ortiglieto. A questo punto si decide di attivare uno degli

scarichi della diga, ma questo si blocca immediatamente intasato dalla melma. L’esondazione a questo punto è inevitabile, ma la solidità del terreno scongiura il

cedimento della diga principale. Non così avviene per quella secondaria che crolla sotto la spinta dell’acqua. Sulla Val d’Orba si abbatte un fiume di acqua e fango

alto venti metri e largo circa due chilometri.

Nel giro di un ora l’ondata distrugge tutto ciò che incontra: strade, ponti, case e la ferrovia, lasciandosi dietro oltre cento morti. La furia delle acque va a

calmarsi ad Alessandria. Nei giorni successivi, tra l’indifferenza della stampa, partono i soccorsi. Sul luogo arrivano sia il Re, sia Achille Starace, ma alla visita

non viene dato risalto. È prassi del Partito Nazionale Fascista non divulgare le notizie riguardanti le catastrofi, soprattutto se dietro di esse può nascondersi

l’incuria dell’uomo.

Così si arriva alla semifinale di Coppa Europa dove i bianconeri trovano i giustizieri dei viola. A praga finisce 2 a 0 per i padroni di casa, ma a Torino la Juventus

riesce a vincere per 3 a 1 guadagnandosi il diritto a giocare la bella. La partita disputata in campo neutro si risolve in
una disfatta per la squadra italiana costretta a raccogliere per ben cinque volte il pallone dalla porta. Già negli anni trenta le coppe europee si dimostrano un tabù

per la “vecchia signora”.

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