CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

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BIOGRAFIA E CARRIERA DE’ “IL FIGLIO DI DIO”

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La crescente popolarità acquisita negli anni dal gioco del calcio apre la tematica del rapporto esistente tra pubblico e calciatori. Lo scudetto appena conquistato dal Genoa consacra definitivamente il capitano della squadra rosso-blu “Renzo” De Vecchi quale simbolo indiscusso del football nostrano dei primi
anni Venti, non fosse altro perché si è trattato del primo calciatore ad aver avuto l’onore di essere stato ricevuto dal Papa e dal Presidente del Consiglio semplicemente per i propri meriti d’atleta.

Tuttavia vi sono molti altri indizi che permettono di misurare la nuova popolarità dei giocatori di calcio. Il portiere della nazionale e dell’Unione sportiva milanese, Mauro De Simoni, pubblica, nel 1922, un manuale tecnico sul calcio, attraverso il quale gli appassionati possono beneficiare dei consigli di un personaggio nuovo: il giocatore, ovvero lo specialista. Sta cambiando la dinamica del rapporto fra pubblico e calciatori, che sta diventando sempre più un rapporto
tra massa ed élite. Le pagine della stampa specializzata, anche questa in enorme espansione, iniziano a delineare la figura del giocatore di calcio come un eroe dal quale dipende la buona o la cattiva sorte della domenica degli italiani, dandogli quel carisma che farà scoppiare nei giovani lo spirito d’emulazione. Un’altra testimonianza efficace del cambiamento in atto viene quindi offerta analizzando il contrasto fra due settimanali con lo stesso nome,
“Il calcio”, pubblicati nella stessa città, Genova in due periodi diversi. Il primo esce dal 1912 al 1915 e, in piena belle époque, si rivolge ai praticanti ancora chiamati footballers con intenti meramente conoscitivi e didattici, assumendo pertanto i connotati di quella che definiremmo rivista per addetti ai lavori. Il nuovo periodico, che esce in questo 1923, privilegiando le belle fotografie e proponendo biografie di calciatori, si indirizza, in primo
luogo, al pubblico. E’ palese il tentativo di rendere affascinanti i calciatori, facendoli diventare dei personaggi alla stregua dei grandi attori di teatro o dei grandi cantanti lirici dell’epoca.

Renzo De Vecchi, capitano del Genoa e della nazionale, è diventato così il primo vero grande idolo della storia del calcio italiano. Sembra un destino in quanto il giocatore è stato il primo un po’ in tutto.

Nato a Milano il 3 febbraio 1894 da una famiglia agiata, esordisce nel Milan non ancora sedicienne. E’ stato il padre Enrico, grande tifoso rosso-nero, ad introdurlo nel club dei “diavoli” ed è stato Herbert Kilpin, al quale il ragazzino si divertiva a “fare i dispetti” ad intuirne le grandissime doti di giocatore. Lorenzo dimostra fin da subito un grande carisma e diventa presto popolare tanto da essere semplicemente ribatezzato ancora non diciottenne, “il figlio di Dio”, soprannome superlativo che, come scrive Roland Barthes:

Gioca per la prima volta in nazionale nel maggio del 1910 a soli 16 anni, tre mesi e qualche giorno rimanendo ancor oggi il più giovane calciatore ad aver esordito con la maglia azzurra.

Nonostante l’arrivo di Louis Van Hege ed un paio di ottimi campionati conclusi alle spalle della Pro Vercelli, il Milan non garantisce grande solidità tecnica, soprattutto dopo la partenza dei fratelli Akldo e Luigi Cevenini, così il giovane terzino decide di cambiare aria.

Il suo passaggio al Genoa nel 1913 per circa 24.000 lire è stato il primo vero colpo di mercato del calcio italiano, sebbene effettuato sotto mentite spoglie, in quanto i trasferimenti
da una società ad un’altra non sono ancora ammessi, se non per poter usuffruire di una migliore opportunità di lavoro o per ragioni di servizio militare, dato che i calciatori sono ancora dei dilettanti.

Il presidente genoano Geo Davidsson porta a termine l’operazione dopo aver saputo dei contrasti tra il diciannovenne calciatore milanista e la società presieduta da Piero Pirelli trovandogli un’impiego ottimamente retribuito presso la Banca Commerciale.

A ulteriore conferma della popolarità acquisita negli anni, De Vecchi diventa il primo calciatore in attività oggetto di una biografia illustrata. Il giornalista
della Gazzetta dello Sport Mario Zappa pubblica, nel 1922, una sua storia che assume contorni agiografici ed educativi . L’anno precedente De Vecchi diventa il primo calciatore testimonial pubblicitario reclamizzando, in un inserto della Gazzetta dello Sport (7 ottobre 1921), i meriti di una pomata contro l’umidità
e i raffreddori.

Senza dubbio sorprende che la prima stella del calcio italiano sia stato un terzino, una sorta di gregario, e non un attaccante. Dotato di un fisico tutt’altro che atletico, 163 cm di altezza, il calciatore milanese presenta anche una calvizia prematura e non si può dire che sia un fulmine di guerra; tuttavia
egli impressiona per la sicurezza nelle giocate, la calma nell’affrontare il dribbling degli avversari anticipandone le mosse, il modo di calciare i rigori e la sua correttezza negli interventi. Molto popolare già prima della guerra, il giocatore ha già avuto l’onore di comparire sulla copertina dello Sport
Illustrato con una semplice didascalia: “un grande footballer”. E’ il capitano, comanda la difesa e sa farsi rispettare dai compagni, scoraggiando in anticipo gli avversari.

Questo modo di giocare caratterizza tutta la carriera di DeVecchi, prima al Milan e poi al Genoa dal 1913 al 1928 ed rende possibile questo processo di beatificazione calcistica. Come il ciclista Costante Girardengo, il primo campionissimo del mondo delle due ruote, egli ha nel modo di vivere e nel fisico tutte le apparenze della normalità, quasi una sorta di vicino della porta accanto. Nessuno dei due si può definire eroe nel senso greco ed epico della parola. De Vecchi in tutto l’arco della sua carriera sportiva fa da ponte fra il periodo prebellico e gli inizi del fascismo. Il suo carattere esemplare risiede anche nell’espressione di questa capacità di fungere da trait d’union tra le epoche, rimanendo con il tempo un valore stabile. L’enfant
prodige del calcio italiano, arrivato al raduno di una delle prime partite della nazionale in pantaloncini corti accompagnato dalla mamma, è cresciuto compiendo anche il suo dovere di combattente durante la guerra. Finite le ostilità riprende, senza trauma, il suo posto di lavoro alla Banca commerciale italiana e la sua attività sportiva nel Genoa. Rivederlo con la maglia rossoblù diventa un segno tangibile di un illusorio ritorno ai vecchi tempi. Può
essere interpretato come la figura rassicurante dell’uomo comune, sportivo eccezionale che, grazie alle sue qualità calcistiche e alla sua normalità sociale, è riuscito a farsi
un nome ed a guadagnare bene. De Vecchi è insomma l’icona del personaggio positivo da portare come esempio alle migliaia di reduci traumatizzati dalla guerra che, dopo anni, non sono ancora riusciti a reinserirsi nella vita normale.

Nella sua lunghissima carriera, De Vecchi ha viaggiato in tutta Europa, vestendo per ben 44 volte la maglia azzurra, ma forse la sua consacrazione è avvenuta proprio in questo 1923 quando, con i compagni del Genoa in partenza per il Sudamerica, viene ricevuto dal Papa e da Mussolini. Con l’affermarsi del fascismo
gli viene attribuito un nuovo soprannome, più adatto al nuovo regime. Emilio Colombo, giornalista della Gazzetta dello Sport, scrive sul suo conto, all’indomani di un incontro della nazionale:

Il concetto viene ripreso l’anno dopo da un altro affermato giornalista, Bruno Roghi:

Il fascismo cerca di approfittare dei successi del campione e non si preoccupa del forte paragone. Lascia già intravedere l’uso che farà degli sportivi
nei successivi anni trenta. D’altro canto, alla vigilia del professionismo, viene ancora presentato come un impiegato modello, simbolo del dilettantismo.
Nel 1927 lascerà lo sportello della banca per tentare la doppia carriera di giornalista, al Calcio Illustrato, e di allenatore, al Genoa. Se continuerà a curare la sua rubrica sul Calcio Illustrato fino al 1960, lascerà ben presto l’allenamento dei professionisti per occuparsi della squadra dei ragazzi della Ruentes di Rapallo. Per capire il carisma del personaggio basta vedere le molte cerimonie e gli articoli pubblicati in occasione della sua morte nel maggio del 1967. Primo divo del pallone De Vecchi è stato un vero professionista del calcio, anche se ripropone la sua carriera in chiave dilettantistica e satura di cliché:

scrive per ricordare il tempo in cui giocava. Fin da giovane, però, De Vecchi è vissuto grazie ai soldi guadagnati con il pallone, prima come calciatore, poi come giornalista sportivo e allenatore, diventando in pratica, il primo professionista del
nostro calcio.

DATI E CARRIERA

LA CARRIERA
ANNO SQUADRA SERIE PRES RETI

1909-10 MILAN A 15 2

1910-11 MILAN A 16 –

1911-12 MILAN A 18 4

1912-13 MILAN A 15 1

1913-14 GENOA A 11 –

1914-15 GENOA A 14 3

1915-19 Sospeso per guerra

1919-20 GENOA A 22 1

1920-21 GENOA A 12 6

1921-22 GENOA A 21 4

1922-23 GENOA A 19 4

1923-24 GENOA A 20 3

1924-25 GENOA A 24 7

1925-26 GENOA A 21 1

1926-27 GENOA A 24 –

1927-28 GENOA A 25 2

1928-29 GENOA A 5 –

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