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LA QUESTIONE ALBANESE

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All’indomani di avvenimenti capaci di sconvolgere così tanto la normale routine quotidiana privando gli individui di cose o rituali ormai dati per scontati, le persone, costrette per molti anni ad adattarsi a vivere in situazione precaria, vedono il ritorno alla normalità come un miraggio. Nel momento in cui cessa l’emergenza la reazione può essere di due tipi: o una rapida ripresa dei ritmi precedenti con un entusiasmo rinnovato, o un’incapacità a calarsi nuovamente nella quotidianità. Nell’immediato dopoguerra vi sono nazioni come gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia capaci di tornare velocemente alla normalità, altre come la Germania e l’Italia per cui questo percorso risulta molto più difficile. I due Paesi sono usciti carichi di debiti, sebbene per loro il risultato del conflitto sia stato opposto.

Le nazioni vincitrici, guidate in questo caso dal Belgio, decidono comunque di organizzare i settimi giochi olimpici da tenersi nella città portuale di Anversa ai quali non viene ammessa la Germania, in quanto dichiarata nazione che ha causato la guerra. Vi partecipa invece l’Italia. Nonostante i gravi problemi sociali, lo sport si dimostra subito attivo: si è concluso il campionato di calcio, è ripartito quello di palla-nuoto, così come si è disputato anche il
primo Giro d’Italia del dopoguerrra vinto da Belloni. Ma a praticare dello sport agonistico è ancora un’elitte ristretta, lontana da una quotidianità più volte menzionata in precedenza. Non bastassero i problemi esistenti, all’inizio di giugno si teme una nuova entrata in guerra della nazione. Ad agitare
in tal senso le masse già duramente provate c’è la questione albanese: nel trattato di Versailles non si è fatto cenno allo status della nazione balcanica e l’Italia, vista la piega sfavorevole presa dalle trattative di pace si è guardata bene dal porre la questione, tentando di conservare il protettorato. L’intento era quello di instaurare uno status quo lasciando di stanza 70000 uomini. Tuttavia alcunebande locali approfittano del vuoto di potere e,
forti delle mancate delibere di Versailles, il 3 giugno dichiarano l’indipendenza dell’Albania e danno alle nostre truppe un ultimatum di quarant’otto ore per abbandonare il suolo. Il governo italiano non ha nulla da eccepire in merito all’indipendenza del Paese ma vuole esercitare su di esso un certo controllo, pertanto decide di inviare altre truppe per guidare la nazione balcanica nel suo percorso verso la formazione di uno stato democratico. Vengono
mobilitati alcuni reparti dell’esercito costretti ad imbarcarsi ad Ancona il 26 giugno; ma oltre seicento mila morti e un milione di feriti, uniti agli altri milioni di reduci che debbono ancora reinserirsi nel tessuto sociale hanno lasciato il segno. Non si crede più nella guerra, così i reparti preposti
a partire per l’Albania si ammutinano trovando l’appoggio della popolazione locale che interviene devastando le armerie. La sommossa, che ha portato a manifestazioni di sostegno organizzate anche in altre città, si conclude con morti e feriti, ma l’esecutivo è costretto a desistere dal proprio proposito.
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