CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

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CALCIO E SPORT COME VEICOLO DI POPOLARITÀ E POTERE

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L’importanza assunta dal calcio, diventato fenomeno di massa, spinge molti grandi industriali ad

acquistare le squadre rappresentanti le città in cui
operano le loro aziende. Attraverso le vittorie domenicali questi personaggi vedono aumentare il loro prestigio con

indubbi effetti benefici anche sull’andamento degli affari dell’azienda, favoriti dall’inevitabile processo

d’identificazione tra il prodotto della stessa e la squadra patrocinata. Avviene così che la gente inizia ad associare le

automobili Fiat di Agnelli con la Juventus, i vini Cinzano con il Torino e le gomme di auto e camion di Piero Pirelli con

il Milan. Questi non sono altro che alcuni esempi della nuova aristocrazia che avanza, nella quale la potenza non è più

testimoniata dal puro possesso di un castello o di migliaia e migliaia di ettari di terra spesso improduttivi, ma dalla

capacità di far parlare di sé i mezzi di comunicazione di massa. Il calcio, pertanto, che su di essi trova sempre spazio

maggiore, diventa un ideale veicolo di popolarità. Nel contempo i giocatori, sempre più viziati e strapagati, diventano

gli inconsapevoli strumenti di questa smania di emergere.

La conseguenza logica della massificazione del fenomeno è la necessità di realizzare impianti più capienti e moderni;

troviamo quindi i proprietari impegnati nella costruzione di nuovi impianti ai quali, come vedremo, legheranno spesso il

loro nome. Al momento Genova, Pisa e Padova hanno risolto il problema con stadi da circa ventimila posti spesso

insufficienti per ospitare i grandi eventi sportivi. Di questo se ne rende conto Piero Pirelli che a Milano decide di

dotare il suo Milan di un impianto molto più grande.

Nell’ottobre del 1926 si inaugura lo stadio di San Siro, struttura capace di contenere oltre trentamila spettatori,

ampliata negli anni successivi, fino ad assumere la forma attuale.

Pure il regime fascista, ormai al potere da quattro anni, si rende conto dell’importanza del fenomeno calcio e quindi,

analogamente a tutti i settori della vita pubblica e privata, decide di esercitare la sua influenza diretta. Finora il

governo mussoliniano si è concentrato solamente su questioni di carattere politico e militare. In campo economico, ha

garantito piena libertà all’iniziativa privata, in quanto, secondo il suo disegno
originale, lo stato non sarebbe dovuto intervenire in alcun modo nelle questioni economiche. In questi anni si assiste

alla privatizzazione di tutti i servizi, dando mano libera all’economia di mercato. Ma nel 1926 il Duce, vista

l’incapacità dell’imprenditoria di assorbire forza lavoro, cambia rotta, iniziando un’opera che lo avrebbe portato ad

avere il pieno controllo su tutti gli aspetti della vita degli italiani.

Tra questi vi è anche il calcio: negli anni precedenti si è limitato semplicemente ad esaltare i campioni, ora invece

decide di governare, più o meno direttamente, il movimento mettendovi alla guida un suo uomo.

class=”dialogo”>”Lo sport abitua gli uomini alla lotta in campo aperto” così Mussolini concepisce il

senso della pratica sportiva nel Ventennio. Il Fascismo inizia ad appropriarsi di palestre e campi di gioco usandoli come

cassa di risonanza per “il prestigio internazionale del Paese”, come strumento di consenso, ma anche come elemento

educativo per preparare la “nazione in armi”. Dai successi della nazionale di calcio, a quelli delle rappresentative

olimpiche, gli atleti vengono sistematicamente trasformati in ambasciatori del Regime.

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