CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

LE GRANDI SFIDE DI SERIE A E TUTTA LA CHAMPION'S LEAGUE SU MEDIASET PREMIUM

ENRICO CARUSO ADDIO!

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
Le beghe interne al mondo del pallone, per altro già sconosciute alla grande maggioranza della popolazione, sia per motivi di censo, sia per una pura questione snobbistica, passano immediatamente in secondo piano di fronte a quanto accade tra la fine di luglio e l’inizio del mese di agosto, allorché si consuma la tragedia personale di colui che, almeno in questi primi vent’anni del secolo, ha rappresentato l’immagine dell’italiano vincente all’estero.

Da parecchi mesi è risaputo che Enrico Caruso, l’uomo che dai quartieri poveri di Napoli ha conquistato l’America con la sua voce, si trova in condizioni fisiche precarie. Nel 1920, durante la rappresentazione “Elisir d’amore” alla Musical Academy di Brooklyn, Caruso è colpito da un’emorragia, primo sintomo del suo male, per guarire il quale si rende necessario un intervento chirurgico, seguito da un periodo di convalescenza. Caruso approfitta, così, di questo stop per ritornare a Napoli nel giugno del 1921, stabilendosi per un breve periodo a Sorrento. L’aria della Costiera Amalfitana sembra giovare a Caruso, il quale recupera in breve, tanto che alcuni ricordano un simpatico episodio accaduto all’Hotel Royal di Sorrento. Durante il pranzo, per annunciare la sua completa guarigione, il tenore emette dei formidabili “do” di petto, mandando
in visibilio tutti i clienti del ristorante.

Verso la metà di luglio il cantante si reca a Pompei a ringraziare la Vergine, cui ha chiesto la guarigione nei momenti più terribili della sua malattia, lasciando alla Vergine 10.000 lire e promettendole di prendere parte ad un concerto di musica sacra. Ritorna a Sorrento dove, il 26 luglio del 1921, viene nuovamente assalito da un altro attacco, cui segue un delirio da febbre. Vista la gravità della situazione, la moglie telegrafa al Prof. Bastianelli di Roma, invitandolo a Sorrento per un consulto. Giunto in Campania dopo tre giorni, il medico dichiara che la febbre è sintomo dell’improvviso incrudelirsi del male, a torto creduto vinto, consigliando, senz’altro, l’atto operatorio da tenersi in un ospedale romano.

Le gravissime condizioni del paziente rendono estremamente pericoloso un viaggio simile che, con i mezzi dell’epoca, sarebbe stato di lunghissima durata. Pertanto si stabilisce che il 30 luglio Caruso sia trasportato a Napoli all’hotel Vesuvio, da dove, riposatosi un giorno, avrebbe proseguito per Roma. Il giorno della partenza, però, (31 luglio) le condizioni del tenore si aggravano improvvisamente. Riscontrato ciò, il medico curante dott’ Niola, anche per l’interessamento dell’amico-collega il M° Bellezza, chiama all’Hotel Vesuvio il prof. Giacomo Cicconardi, il quale conferma le pessime condizioni fisiche del tenore, consigliando l’immediato intervento chirurgico.

Alle ore 21 del giorno successivo, quando ormai tutta la città è al corrente delle gravi condizioni di salute del suo importantissimo “figlio”, arrivano all’Hotel i chirurghi Gaetano Sorge, Raffaele Chiarolanza, Gaetano Moscati e Gennaro Sodo. Dopo il consulto tutti concordano nel definire il male che mira da lungo tempo la vita di Caruso come “ascesso” sub-frenico, ossia la formazione di un raccolto suppurativo tra il diaframma e il fegato, con fenomeni peritonistici settici e cardiaci. Nessuno dei quattro chirurghi lascia speranze di salvezza, vista la condizione di Caruso (molto debole il cuore, quasi nullo il polso) e consigliano di lasciare inoperosa la notte, durante la quale l’infermiere avrebbe confortato il malato con inalazioni d’ossigeno (vista la respirazione assai faticosa) e siringhe d’olio canforato. Ritornati a casa, il prof. Gaetano Sorge è raggiunto
da un giornalista del quotidiano “Il Mattino” e rilascia una breve intervista che, in conformità con lo spirito del nostro racconto, non ci lasciamo scappare:

Il giornalista, lasciato il dott. Sorge, raggiunge verso mezzanotte l’altro chirurgo Raffaele Chiarolanza, il quale conferma in pieno le dichiarazioni di Gaetano Sorge e conferma l’atto operatorio dei quattro alle ore 8 del 2 agosto all’Hotel Vesuvio. Chiarolanza, inoltre, aggiunge che l’atto operativo del mattino dopo sarebbe, in ogni caso, fatale per Caruso. Il cantante trascorre la notte tra smanie indicibili. Al suo capezzale veglia il fratello Giovanni, alcuni amici intimi ed i due medici, pronti ad intervenire con punture ed inalazioni d’ossigeno. All’alba le condizioni di Caruso peggiorano. Alle ore sette arrivano Sorge, Moscati, Chiarolanza e Sodo, che si sono dati convegno alle otto per tentare l’operazione. Ma, brevemente, essi constatano che le condizioni del paziente non consentono l’intervento chirurgico. Infatti, alle ore 9.07 Caruso, tra lo strazio di coloro che lo circondano, cessa di vivere.

Lo strazio dei presenti è indescrivibile; il fratello Gennaro, pazzo dal dolore, bacia più volte la salma dalla quale non vuole distaccarsi. Soltanto la fermezza di alcuni amici ha potuto allontanarlo nella stanza attigua. La salma è stata composta nello stesso letto nel quale Caruso si trova. Il volto
ha un’espressione di serenità e non presenta nessuna traccia delle sofferenze subite. Intorno al viso è attaccata una fascia bianca che tiene chiusa la bocca. Ai piedi del letto un reverendo pronuncia le orazioni dei defunti. Alle 9,30 incominciano ad arrivare all’hotel Vesuvio i parenti del tenore, cui
la triste notizia è stata comunicata telegraficamente. Alla signora Caruso la notizia è comunicata, con grande cautela, dal cognato Giovanni. La morte di Caruso si diffonde in un baleno per tutta la città ed alle ore 10,30 nell’atrio dell’hotel, già è presente una piccola folla di amici e di ammiratori.

Il salottino affianco alla camera dove è morto Caruso, è trasformato in camera ardente. Il letto è al centro e quattro grossi ceri ardono all’intorno, piante e fiori sono sparse a profusione per ogni angolo. Ai piedi del letto otto monache elisabettiane pronunciano le orazioni dei defunti. Nell’attesa di organizzare i funerali, i familiari annunciano ai giornalisti che, per espresso desiderio dell’estinto, la salma di Enrico Caruso sarà imbalsamata.

La notizia della morte di Enrico Caruso è immediatamente telegrafata in America, a Firenze dove Caruso ha larghe proprietà e nei principali centri italiani. I familiari non sanno ancora dove trasportare la salma tra la chiesa di San Ferdinando e quella della Madonna delle Grazie. Alla fine le esequie si svolgono,
alle ore 11 del 3 agosto, nella chiesa di San Francesco di Paola, dove il tenore Fernando De Lucia canta in sua memoria. Se l’Italia commemora Caruso con De Lucia, l’America lo ricorda con il tenore Eduardo Cianelli, il quale incide il 78g “Caruso miez’a li angeli” di Esposito-Gioie (la coppia d’autori che
due anni prima hanno ceduto a Caruso il suo ultimo successo in dialetto napoletano).

PAGINA SUCCESSIVA PAGINA PRECEDENTE Facebooktwittergoogle_pluslinkedinrssyoutubeby feather

LASCIA UN Commento