CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

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LA NAZIONALE VERSO STOCCOLMA 1912

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Terminato il campionato, l’attenzione dell’ambiente calcistico si concentra sulle Olimpiadi di Stoccolma. La preparazione della squadra, risulta particolarmente complicata, non essendovi appoggi in quanto il Comitato olimpico non ha ancora la struttura, i poteri e l’autorità attuali. Malgrado la buona volontà questo organismo vive un po’ nelle nuvole, lontano dalla realtà delle cose, astratto dalle necessità dello sport praticato. La colpa tuttavia non va imputata esclusivamente ai dirigenti dell’epoca: mancano i mezzi, gli appoggi dall’alto, la comprensione dell’ambiente e l’organizzazione. Il governo, per esempio, impegnato com’è in una guerra molto più dura e costosa rispetto alle previsioni, riesce a garantire un contributo irrisorio capace di coprire a malapena
le spese di viaggio, vitto e alloggio. Sarà il Re in persona che, grazie ad una donazione, darà maggior respiro alle casse del Comitato Olimpico nazionale,
che riceverà ulteriori fondi ancheattraverso una sottoscrizione.

Ne consegue che per recarsi a Stoccolma, ogni partecipante deve arrivare a Verona a proprie spese – per i calciatori ci avrebbe pensato la Federazione calcistica – : il
Comitato paga il viaggio andata e ritorno in seconda classe, corrispondendo una diaria di sei lire giornaliere, e, conscio della situazione creata, autorizza- e ciò per iscritto, tramite circolare ufficiale – i partecipanti a viaggiare in terza classe dal confine a Stoccolma, intascando ognuno la differenza fra la terza e la seconda. Nella capitale svedese, vitto ed alloggio sono a carico del Comitato organizzatore locale.

Col Comitato Olimpico funzionante in tal modo, con la Presidenza della Federazione dimissionaria, tra il disinteresse generale e difficoltà d’ogni sorta,
la preparazione della spedizione dei calciatori diventa un’impresa improba. Pozzo, che nel frattempo è subentrato alla guida della Nazionale al posto di Umberto Meazza in veste di Commissario Unico, viene autorizzato a portare quattordici giocatori, per tutto il torneo: nemmeno
una riserva per reparto. Il Comitato Olimpico, sentite le lamentele del Commissario Tecnico, fa notare che 14 persone sono tante, per una compagine autentica matricola dei giochi, soprattutto in rapporto al numero totale dei partecipanti italiani che ammonta a settantotto (inrealtà, alla prova pratica risulta essere poi di 66), quindi Pozzo viene invitato a starsene buono, dal momento che la spedizione calcistica è già una delle più numerose, venendo subito dopo quella della ginnastica la quale, come forza, consta di 19 uomini.

Sebbene si tratti di trovare un numero ridotto di calciatori, formare la rosa per la Svezia si rivela subito un grosso problema. I permessi militari costituiscono
l’ostacolo maggiore. Molti giocatori nel giro della nazionale stanno svolgendo il servizio militare e il Ministero della Guerra non concede loro le necessarie
licenze valide per l’espatrio. Una delle ragioni è senz’altro legata alla guerra che L’italia sta combattendo contro la Turchia per la conquista della Libia, conflitto iniziato l’anno precedente e complicatosi oltreogni previsione. Lo stesso Pozzo si adopera in prima persona attraverso una lunga corrispondenza con i funzionari del Ministero per poter portare con sé i vercellesi Carlo Corna, Felice Milano e Carlo Rampini, ma è costretto a rinunciare a tutti e tre.

In questa fase della storia del calcio, nonostante un certo progresso nell’organizzazione degli avvenimenti, il fai da te risulta arte assai gradita. Inoltre
il cerchio è ancora molto ristretto. Tutti i calciatori si conoscono personalmente, essendo ancora in voga l’usanza di banchettare tutti assieme al termine della partita (quella che i rugbisti chiamano terzo tempo), quindi i vincoli d’amicizia tra i giocatori appartenenti al giro della nazionale e chi sta intorno sono molto forti. Proprio alcuni di questi amici calciatori aiutano il buon Pozzo sbrigando da soli le pratiche per potersi unire alla spedizione olimpica: Renzo De Vecchi, Giuseppe Milano e Felice Berardo, il quale sacrifica le proprie ferie presso l’Istituto San Paolo di Torino. Di quella
nazionale non fanno parte nemmeno Guido Ara, laureando in medicina e bloccato da impegni di studio, e Virgilio Fossati. Viene messa assieme una rosa con otto esordienti che non può certo garantire il necessario tasso d’esperienza.

Gli organi federali e il comitato olimpico abbandonano a sé stesso Pozzo, ma aspirazioni e ambizioni non mancano. Egli, tuttavia, non si impressiona e tira diritto
per la sua strada, secondo un principio che contradistinguerà l’intera carriera del tecnico piemontese. L’unica cosa che gli preme è l’accordo fra i giocatori. In questo periodo comincia ad affiorare la questione dei tre centromediani: Giuseppe Milano I, Virgilio Fossati, Luigi Barbesino. Si tratta di tre uomini di stile diverso, ma tre centromediani di grande valore, uomini simbolo di compagini come Pro Vercelli, Inter e Casale. Ogni volta che si disputa una partita della nazionale, l’ambiente che li circonda sposa la loro candidatura. Già prima di Stoccolma, Giuseppe Milano ha spodestato Virgilio Fossati, e questi in tre occasioni si è dovuto spostare a mediano sinistro.

Più tardi, due anni dopo, quando la questione si complicherà, a causa dello scudetto del Casale, si giungerà alla soluzione compromesso di farli giocare
tutti e tre, formando una mediana composta da tre centri, contro la Svizzera, a Berna. Il primo problema di ordine tecnico che lo stesso Pozzo si pone è quello di far coesistere Giuseppe Milano e Luigi Barbesino risolvendo così il dualismo che avrebbe potuto minare l’armonia del gruppo stesso.

Per sostituire Virgilio Fossati l’allenatore piemontese prende in considerazione Giuseppe Caimi, mediano dotato di notevoli risorse fisiche e tecniche, ma non di continuità. Di solito egli gioca a lato di Fossati nell’Inter e sovente ne prende il posto. Il suo gioco si basa tutto sull’istinto ed è fatto di scatti, di impulso, d’improvvisazione e di tratti di genio a cui seguono periodi di rilassamento. Una domenica fa grandi cose e quella successiva non arriva nemmeno al campo perchè per strada, ha trovato
una bella ragazza. Pozzo non si fida e a cose quasi fatte decide di lasciarlo a casa. L’amicizia esistente fra i due si incrina, ma una sbornia presa durante
la Prima Guerra Mondiale, quando i due si ritroveranno in una mensa ufficiali, appiana tutti i dissapori.

Una volta giunti in terra svedese, i problemi non finiscono. La squadra viene alloggiata in un educandato femminile, sgombrato per ferie, mentre per i pasti,
lo stesso Pozzo, dopo innumerevoli discussioni con l’economo, Cav. Ballerini, riesce ad ottenere il permesso di sistemarsi nell’unico ristorante italiano di Stoccolma, nella Norrmalinstorg, dove a servire sono ragazze in tricolore e dove i giocatori, sempre affamati, fanno, auspice il portiere interista Campelli, strage d’uova, che poi qualcuno avrebbe pagato.

Alla delegazione calcistica vengono aggregati i due podisti Giongo ed Emilio Lunghi. Quest’ultimo, genovese, marinaio, bel ragazzo, professa delle teorie
strane in fatto di allenamento. Egli giura che l’uomo normale non può rendere in una competizione, se la sera prima non omaggia “Venere” in modo piuttosto sostenuto. L’atleta non ha dirigenti che lo controllino o che lo contraddicano anche perché si tratta di un campione italiano vincitore di una medaglia di bronzo nelle precedenti Olimpiadi di Londra. Nell’ambiente della nazionale calcistica non trova difficoltà a farsi proseliti, creando un sacco di fastidi. Le teorie di Lunghi sarebbero state prese in considerazione circa sessant’anni dopo dalla squadra olandese.
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