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IL TERREMOTO DI REGGIO E MESSINA

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Il 1909 inizia con l’Italia e il mondo stretti attorno alle città di Messina e Reggio Calabria devastate dalla catastrofe del 28 dicembre 1908. Si scava tra le macerie per cercare di salvare quante più vite possibili e per cercare di dar sepoltura ai morti; c’è il rischio di epidemie tanto che ad un certo punto si pensa di radere al suolo quel che resta di Messina per ricostruirla in un altro luogo, ma la popolazione insorge e la città rimarrà li dov’è sempre stata.

Dall’estero arrivano aiuti dalla Francia, dalla Germania e dagli Stati Uniti, ma vi sono anche iniziative di privati tese a facilitare il dopo-terremoto come quelle del Casinò di Montecarlo che devolve parte degli incassi a favore delle popolazioni delle due città.

Le ultime a muoversi,invece, sono proprio le istituzioni italiane; gli aiuti ufficiali sottoforma di uomini e mezzi, arrivano con una settimana di ritardo e, una volta sul posto, debbono confrontarsi con una realtà ben peggiore di quanto ipotizzato. Tra le prime squadre di soccorso a giungere a Reggio Calabria c’è quella cosentina guidata dall’esponente socialista Pietro Mancini, padre del futuro leader del PSI Giacomo. L’eminente uomo politico descrive in questo modo la situazione:

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I giornali, invece, pongono proprio l’accento sul colpevole ritardo degli aiuti da parte dello Stato:

Oltre ai quartieri completamente devastati, con le povere case crollate sulle teste delle persone ancora nel sonno, le due città registrano gravissimi danni agli edifici pubblici, fra cui caserme ed ospedali e ai monumenti. A Reggio Calabria, ad esempio, si contano ben 600 vittime del 22º fanteria per il crollo della caserma Mezzacapo, mentre all’Ospedale civile, su 230 malati ricoverati se ne salvano solo 29.

Palmi registra il crollo di numerose case e la distruzione della chiesa di San Rocco, del Duomo e di diversi edifici pubblici. A Tiriolo nei pressi di Catanzaro si sono registrati molti danni ma fortunatamente pochi scomparsi data la modesta dimensione delle abitazioni.

In Sicilia si registrano crolli a Maletto, Belpasso, Mineo, S. Giovanni di Giarre, Riposto e Noto. A Caltagirone crolla per metà il quartiere militare.

Ai danni provocati dalle scosse sismiche ed a quello degli incendi si aggiunsero quelli cagionati dal maremoto, di impressionante violenza, che si riversò sulle zone costiere di tutto lo Stretto di Messina con ondate devastanti stimate, a seconda delle località della costa orientale della Sicilia, da 6 m a 12 m di altezza (13 metri a Pellaro, frazione di Reggio). Lo tsunami in questo caso provocò molte vittime, fra i sopravvissuti che si erano ammassati sulla riva del mare, alla ricerca di un’ingannevole protezione.[4]. Improvvisamente le acque si ritirarono e dopo pochi minuti almeno tre grandi ondate aggiunsero al già tragico bilancio altra distruzione e morte. Onde gigantesche raggiunsero il litorale spazzando e schiantando quanto esistente. Nel suo ritirarsi la marea risucchiò barche, cadaveri e feriti. Molte persone, uscite incolumi da crolli ed incendi, trascinate al largo affogarono miseramente. Alcune navi alla fonda furono danneggiate, altre riuscirono a mantenere gli ormeggi entrando in collisione l’una con l’altra ma subendo danni limitati. Il villaggio del Faro a pochi chilometri da Messina andò quasi integralmente distrutto. La furia delle onde spazzò via le case situate nelle vicinanze della spiaggia anche in altre zone. Le località più duramente colpite furono Pellaro, Lazzaro e Gallico sulle coste calabresi; Briga e Paradiso, Sant’Alessio e fino a Riposto su quelle siciliane. Gravissimo fu il bilancio delle vittime: Messina, che all’epoca contava circa 140.000 abitanti, ne perse circa 80.000 e Reggio Calabria registrò circa 15.000 morti su una popolazione di 45.000 abitanti. Secondo altre stime si raggiunse la cifra impressionante di 120.000 vittime, 80.000 in Sicilia e 40.000 in calabria.

Come accennato in apertura, gli aiuti alle popolazioni, dall’Italia e dal mondo, non sono venuti meno, nonostante il ritardo delle istituzioni. La tragedia va comunque contestualizzata in tutti i limiti dovuti alla povertà delle zone, pressoché prive di qualsiasi struttura idonea a fronteggiare ogni tipo di catastrofe. Provenendo dall’esterno, quindi, aiuti e contingenti impiegano giorni per raggiungere i luoghi del sisma. Non bastasse, molte persone aventi ruoli di responsabilità nella gestione di simili circostanze, sono rimaste sepolte sotto le macerie. NNon è casualeche i primi ad accorrere siano stati natanti stranieri nelle vicinanze di Calabria e Sicilia, tanto che, quando arrivano sul posto, le navi italiane sono costrette ad ormeggiare in terza fila Questo, però, non ha impedito loro di portare aiuto.

Com’è naturale, in circostanze simili, non mancano le polemiche, riguardanti in particolare il ritardo dell’intervento dello Stato e i metodi spesso adottati dall’esercito per mantenere l’ordine pubblico, in zone con migliaia d’individui impauriti, affamati e disperati.

Il mondo intero si è stretto attorno alle popolazioni colpite mandando aiuti di ogni tipo e così lo è anche la popolazione italiana. Ovunque si allestiscono centri di raccolta di generi di prima necessità e di denaro. In tutto questo stona decisamente l’attacco proveniente da alcuni ambienti irredentisti viennesi, che invitano l’Impero ad invadere l’Italia, approfittando del momento di grave prostrazione del Paese per riconquistare i territori persi ormai cinquant’anni prima. Volendo placare ogni polemica e nel contempo, volendo ringraziare anche le nazioni che tanto si stanno prodigando a favore delle popolazioni colpite, il 5 gennaio Re Vittorio Emanuele III emette il seguente comunicato:

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