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IL FENOMENO PRO VERCELLI

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La Pro Vercelli si laurea nuovamente Campione d’Italia; questa volta non si tratta di una “vittoria mutilata”, in quanto ottenuta in una competizione alla quale hanno partecipato tutte le compagini più forti. Pertanto si può dire che è iniziata l’epoca d’oro dei ragazzi in maglia bianca.

Quelli che parlano bene, attribuirebbero la riconferma dei giovani vercellesi al “frutto della programmazione”, una frase ad effetto per dire che questo risultato non è casuale: cerchiamo allora di capire come questi ragazzi siano arrivati a dominare mostri sacri come Genoa e Milan.

Come accennato in precedenza, la Pro Vercelli calcio è sorta nel 1902 come sezione della Ginnastica Pro Vercelli. In questo contesto quelli che sono diventati i giocatori fondamentali, per lo più studenti di buona famiglia, hanno avuto modo di rinfforzare il fisico praticando quelle discipline che
rendono obbligatoria la partecipazione ad allenamenti regolari e, sia pure empiricamente rispetto alle pratiche odierne, metodici. Quando poi sulla ‘piazza
della fiera fa la sua comparsa il primo pallone, il principale obiettivo dei futuri calciatori diventa quello di assumere la piena padronanza della sfera, fin quasi alla perfezione, attraverso esercitazioni continue e faticose; in pratica gli atleti si sono preparati tecnicamente con la stessa cura con cui avrebbero preparato un’esibizione puramente fisica.

Perciò quando la società decide di iscrivere una squadra dapprima in seconda categoria, poi in prima, al confronto con le formazioni metropolitane, composte da elementi di grandissimo talento tecnico, moltissimi dei quali stranieri, meravigliosi atleti ma poco avvezzi alla disciplina e a metodi di allenamento costanti e impegnativi, l’impatto non è tremendo. Un’altra intuizione risultata decisiva è stata quella di cercare di disciplinare le doti di ciascun giocatore trovando ad ognuno il ruolo perfettamente rispondente alle proprie qualità tecniche e al proprio temperamento, giustamente e opportunamente temprato o esaltato. Conoscenza del compito da svolgere, disciplina e obbedienza assoluta agli ordini del capo, visione esatta, chiara e rapida del gioco da svolgere, spirito di sacrificio,
abolizione di ogni personalismo individuale tendente all’esibizionismo singolo diventano il marchio di fabbrica della Pro Vercelli. E così mentre i giocatori delle squadre avversarie tutti insieme si avventano, con poco costrutto, contro il portatore di palla della Pro, questi riesce a trovare sempre il compagno
smarcato da servire con passaggi brevi e raso terra, in modo tale da non perdere mai il controllo del gioco. Gli avversari si dannano l’anima nel rincorrere il pallone senza mai raggiungerlo e nel momento in cui ne vengono in possesso, si ritrovano in una sorta di pressing a tutto campo, aggrediti dai giocatori
della Pro che, come furie scatenate, riprendono immediatamente il controllo della sfera. ‘Macellai’, urlano i tifosi dell’altra squadra per condannare tanto ardore agonistico.

In realtà la Pro Vercelli è stata la prima compagine a scendere in campo con un gioco ben organizzato e quello che è più strano è che sia stata la squadra meno inglese di tutte ad imitare i maestri. Nelle Olimpiadi londinesi è emersa tutta la differenza tra gli uomini di Sua Maestà e gli altri: mentre i britannici,
una volta in possesso di palla, sono soliti cercare gli attaccanti con lunghi lanci, nelle altre compagini, comprese quelle italiane, il gesto tecnico più in voga è il dribbling; chi è in possesso di palla cerca di andare in porta da solo
colpendola con la punta. Ne scaturiscono partite caratterizzate da mischie colossali nelle quali ognuno brama il possesso della sfera per cercare improbabili azioni interrotte dagli avversari con interventi duri e pericolosi. L’individualismo regna sovrano e il controllo di palla è approssimativo; i giocatori non conoscono ancora l’uso dell’interno e dell’esterno del piede per addomesticare la sfera.

Fin troppo logico che i primi calciatori che avessero compreso l’importanza di un’organizzazione di gioco e della tecnica di base, sarebbero diventati gli assoluti padroni di un movimento giovane come quello italiano. I primi a comprendere tutto questo sono proprio gli atleti della Pro Vercelli ed è grazie a queste caratteristiche,
unite alla preparazione atletica (in virtù della quale diventa famoso l’ultimo quarto d’ora, quello delle ‘maniche rimboccate, che i piemontesi hanno potuto vincere cinque scudetti in sei anni, perdendone uno in modo che, come si vedrà in seguito, ai giorni nostri risulterebbe quanto meno curioso.
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