CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

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CINQUANT’ANNI DI STORIA DEL CALCIO E POI L’OBLIO!

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   L’affermazione nel mondiale porta alla ribalta la figura di Vittorio Pozzo, piaccia o no, il tecnico più decorato della storia della nazionale italiana: a lui sono legati i due mondiali vinti, le due coppe internazionali e un’olimpiade.

Proveniente da una famiglia piccolo-borghese di origine biellese, Pozzo nasce a Torino il 2 marzo 1886 e come tanti coetanei conosce a scuola, anche lui frequenta il celeberrimo liceo Cavour, il “giuoco del calcio”. Si diletta in un ruolo non definito nell’F.C. Torinese – perché all’epoca costumava così – e dato che il football non è una professione, il rampollo viene spedito in un collegio svizzero per approfondire lo studio delle lingue straniere.

Sono questi anni decisivi per la formazione del giovane Vittorio che ritrova il demone del pallone fra i tanti amici austriaci, tedeschi, cecoslovacchi, ungheresi e jugoslavi che, una volta terminati gli studi, come lui ricopriranno ruoli importanti nello sviluppo del gioco del pallone. Tutti assieme, tra l’altro, danno vita al Grasshoppers, la più grande squadra di club del calcio elvetico.

Intanto chiude l’F.C. Torinese e nasce il Torino di cui egli diventa subito socio e una volta rientrato in Italia, inizia ad operare come dirigente, mettendosi a disposizione per cinque anni anche come calciatore, all’interno della neonata compagine granata. Intraprende anche la professione di giornalista, attività che gli permette di viaggiare molto, soprattutto in Inghilterra,
la madre patria del calcio. Anche li intrattiene ottimi rapporti con gli addetti ai lavori del luogo.

Il giovane Pozzo è persona sveglia e pragmatica, di questo se ne accorgono pure in Federazione affidandogli il ruolo di segretario. Non ci sono strutture e per un anno casa Pozzo, con grande disappunto dei genitori, diventa il quartier generale del calcio italiano. Siamo nei primi anni 10 del XX secolo,
anni ancora spensierati per l’Italia bene e di grande miseria per tutto il resto della popolazione. Intanto la federazione rinnova le cariche e a Pozzo viene affidata la spedizione olimpica di Stoccolma del 1912. E’ la sua prima esperienza come selezionatore azzurro, le difficoltà sono innumerevoli, ma
lui riesce comunque a portare a casa almeno una vittoria che ai colori azzurri manca ormai da oltre due anni.

Rientrato in Italia egli prosegue la sua attività di giornalista e di consigliere del Torino, che sarà sempre il suo grande amore, fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale alla quale partecipa in prima linea con il grado di sergente. Pure sotto le armi il demone del pallone non abbandona il tecnico piemontese, che diventa parte attiva nell’organizzare alcuni incontri di calcio tra giocatori arruolati nelle retrovie del fronte. . L’esperienza bellica lo segna profondamente in quanto ne ha tratto un’esperienza di rigore morale ed educazione alla modestia e all’essenzialità spartana della vita di trincea che applicherà costantemente ai rapporti umani e alla professione sportiva.

La guerra lascia dietro di sé una grande scia di morte, distruzione, debiti, conflitti sociali, ma anche una gran voglia di riprendere la vita di prima.
Per tanti c’è anche il gioco del calcio. Pozzo non è tra i protagonisti in prima linea, ma da dietro le quinte opera per il consolidamento del movimento. Si dimostra una persona chiaroveggente: il commissario unico al posto di commissioni tecniche che non garantiscono nessuna continuità di gioco alla nazionale 
e il campionato a girone unico al posto di una miriade di raggruppamenti che lasciano fermi per sei mesi un sacco di giocatori, sono le sue battaglie. Subito non viene ascoltato, anzi le sue proposte sono la miccia che crea la scissione del 1921, ma la stima nei suoi confronti non viene mai meno tanto che all’inizio del 1924 ritorna sulla panchina azzurra. Ci sono le olimpiadi francesi nelle quali la squadra azzurra ottiene la prima grande vittoria della sua storia contro la Spagna del mitico Ricardo Zamora, per uscire a testa alta nei quarti di finale contro la Svizzera.

Dopo le olimpiadi di Francia Pozzo si dimette a causa delle gravi condizioni fisiche della moglie la quale, infatti, muore pochi mesi dopo. A questo punto decide di trasferirsi a Milano alla sede della Pirelli, azienda presso la quale è impiegato da anni. Per un anno gli viene affidata anche la panchina del Milan presieduto dal datore di lavoro del piemontese, ma Pozzo non ha più la forza di reggere il piacevole stress di una squadra di calcio. Decide così di rimanere in disparte assistendo allo sviluppo del calcio che va verso il commissario unico e il girone unico, seguendo la strada da lui indicata dieci anni prima.

In federazione, tuttavia, vi sono personaggi come Leandro Arpinati e Giuseppe Zanetti che hanno capito quale sia la persona giusta da mettere alla guida della nazionale per fare il definitivo salto di qualità. Dopo una lunga trattativa riescono a convincere Vittorio Pozzo ad accettare
l’incarico. L’inizio del tecnico piemontese è travolgente e culmina con l’incredibile vittoria di Budapest che consegna alla nazionale italiana la prima Coppa  Internazionale. Seguono anni che vedono i nostri colori sempre ai vertici del calcio continentale con Pozzo che non perde occasione per sperimentare soluzioni tecnico-tattiche sempre nuove. Il modulo di gioco è il metodo di cui siamo diventati maestri, ma Pozzo dimostra comunque acume tecnico ad esempio quando ha la brillantissima intuizione di arretrare Giuseppe Meazza nel ruolo di mezzala garantendo in questo modo una maggiore potenza all’attacco, liberando un posto per un centravanti di peso, garantendo contemporaneamente una maggiore creatività al centrocampo.

Pozzo, però, si fa apprezzare maggiormente per le sue doti umane: egli ha una spiccata capacità nel creare il gruppo dosando sapientemente disciplina e goliardia e riuscendo sempre a trovare le motivazioni giuste per rendere qualsiasi gara importantissima. Leggendario rimane il suo amor patrio di vecchio
combattente espresso facendo cantare alla squadra “La leggenda del Piave” prima di ogni incontro. Insomma il tecnico piemontese è sempre stato abile nel creare le giuste condizioni per fare rendere al meglio i suoi ragazzi. Non c’è da stupirsi se in un simile contesto giocatori fuori forma venissero
prontamente recuperati com’è accaduto per Attilio Ferraris nel 1934, passato dallo stato di calciatore fuori rosa, a perno del centrocampo della nazionale campione del mondo.

Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale Pozzo è il leader indiscusso della panchina azzurra in quanto i successi continuano. Alla fine degli anni trenta, però, qualcosa sembra cambiare: è la tattica; in particolare prende piede il sistema WM inglese, modulo che non lo lascia del tutto indifferente.

Il mondo, tuttavia, si prepara a vivere un altro momento catastrofico, ossia lo scoppio della II Guerra Mondiale, che non vede Pozzo in prima linea, ma nella sua Torino alla guida di una fantomatica squadra ricca di campioni che ufficialmente lavorano alla Fiat in veste di “manodopera assolutamente necessaria alla produzione bellica”. In questo modo egli salva dal fronte l’ossatura del grande Torino e Silvio Piola.

Il conflitto bellico termina e la voglia di ricominciare è tanta. Il calcio vuole riprendere da dove aveva lasciato e Pozzo ritrova la sua panchina azzurra. La squadra c’è per tornare subito al vertice: basta mettere la maglia azzurra ai giocatori del Torino e i successi sembrano assicurati.

Il ventennio fascista, però, ha lasciato aperte grandi ferite, si vuole dimenticare e i personaggi resi grandi anche dalla propaganda di Mussolini iniziano ad essere mal visti. Tra
questi c’è anche Vittorio Pozzo, accusato di non aver mai preso posizione contro il regime. Egli si è sempre considerato un soldato e un buon soldato è abituato ad obbedire agli ordini ed è abituato a sposare la causa per la quale deve combattere a prescindere dalle sue idee e questo, evidentemente non è stato capito. Pozzo, inoltre, paga proprio la retorica tipica di quegli anni con la quale era uso caricare i suoi giocatori.

Fatto sta che, dopo le Olimpiadi di Londra del 1948, gli viene tolta la panchina azzurra. Non gli sarà affidato nemmeno un incarico e l’ultimo suo atto ufficiale sarà la triste sepoltura del suo grande Torino, la stessa squadra che egli ha salvato dal fronte, avvenuta il 6 maggio 1949.

Mentre Valentino Mazzola e compagni, loro malgrado, entrano nella leggenda, il nome di Pozzo cade  nell’oblio, nonostante i vari disastri nella ricostruzione di una nazionale credibile.

Lui parlerà solamente attraverso i suoi pezzi che continua a pubblicare su’ “La Stampa,” ma assieme agli amici Luigi Ridolfi e Giovanni Ferrari, darà un grande contributo per la costruzione del Centro Tecnico di Coverciano.

Muore praticamente dimenticato il 21 dicembre del 1968, mentre si torna sul tetto d’Europa. La “dannatio memoriae” di cui è stato fatto oggetto proseguirà anche dopo la morte. Nel 1990, ad esempio, la città di Torino rifiuterà di intitolargli il nuovo Stadio costruito in occasione dei mondiali del 1990. Probabilmente, visto che l’impianto è stato abbandonato dopo soli 15 anni in favore del vecchio “Comunale” progettato dagli uomini di Mussolini, gli stessi che ci si è ostinati a dimenticare, al grande tecnico è stata se non altro risparmiata l’onta di vedere abbattuta un’opera a lui dedicata!

A lui non è stato intitolato nemmeno uno stadio
e nemmeno un premio sportivo. Altre storie di ordinaria meschinità di cui evidentemente non si è macchiato solo il regime fascista in Italia!

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