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UMBERTO CALIGARIS

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Terzino della Juventus e ultimo giocatore a portare il nome del Casale in nazionale, è stato a lungo, con le sue 59 presenze, il primatista di gettoni azzurri, ma la sua carriera attiva in Nazionale si è chiusa prima del Mondiale. Con Combi e Rosetta ha costituito un eccezionale trio difensivo. Ha vinto cinque scudetti.

Umberto Caligaris nasce a Casale Monferrato, provincia di Alessandria, il 26 luglio 1901. Figlio di un grande giocatore di pallone elastico, cresce calcisticamente all’ombra dello squadrone nero-stellato che sorprende l’Italia nel 1914 aggiudicandosi il titolo di Campione d’Italia. “Berto” guarda quella squadra e sogna di imitarne le gesta. Intanto studia ragioneria ed eccelle in molte attività atletiche. Per lui lesordio in prima squadra arriva il 12 ottobre 1919, giorno della ripresa dell’attività ufficiale dopo la I guerra mondiale, nella gara vinta dai suoi per 3 a 1 sulla Valenzana. Inizia una lunghissima carriera che lo vede approdare alla nazionale nel 1922 dove contende a Virginio Rosetta e al “divino” Renzo De Vecchi il ruolo di titolare.

Questo biondo e poderoso terzino, incarna alla perfezione la filosofia di gioco casalese, fondata sulla grinta e sulla sagacia tattica. Gli attaccanti avversari si trovano di fronte ad un muro, il cui gioco è fatto di aggressività e d’istinto. Porta i capelli biondi e lisci abbastanza lunghi tenuti a posto da un candido fazzoletto: nelle mischie quella fascia bianca, che gli cinge la testa, lo rende subito riconoscibile allorché si scrolla con foga dai viluppi di uomini. Tuttavia il gioco del difensore nero-stellato contempla anche una classe non comune per un terzino.

Dopo nove stagioni in maglia nero stellata, dove ha tenuto a battesimo anche il giovane Eraldo Monzeglio passato presto al Bologna, Caligaris si trasferisce alla Juventus, dove con Combi e Rosetta forma il trio difensivo che ha trascinato la nazionale azzurra all’oro di Amsterdam. In bianconero rimane per sette stagioni vincendo cinque scudetti consecutivi e mantenendo il suo posto in maglia azzurra fino alla vigilia del Campionato del Mondo.

A 34 anni passa al Brescia dove, negli ultimi due anni di carriera, svolge la doppia mansione di allenatore-giocatore, lasciando il calcio giocato nel 1937 alla bella età di 36 anni, anche a causa di una setticemia che ne ha minato l’apparato circolatorio.

Nel 1939 va a sedersi sulla panchina della Juventus sostituendo l’amico Virginio Rosetta.

La sua vita si chiude troppo precocemente: un infarto durante una gara tra vecchie glorie ce lo porta via il 19 ottobre 1940 a soli 39 anni.

Così ce lo racconta Vladimiro Caminiti, uno dei decani del giornalismo sportivo italiano:

«Combi; Rosetta, Caligaris; Barale, Varglien II, Bigatto; Munerati, Ferrero, Vojak, Testa, Cevenini III. È il campionato 1928-29 quello che avvicina la
Juventus ai giorni della gloria. E “Berto” Caligaris arriva dalle campagne casalesi, figlio d’arte, visto che il padre era stato un grande giocatore di
pallone elastico.
Ha esordito come portiere all’oratorio Sacro Cuore al Valentino, poi è stato spostato all’attacco ed in difesa. Prima di diplomarsi ragioniere, aveva fatto
parecchie apparizioni in pista d’atletica, eccellendo nella corsa veloce e nel salto in alto. Nel Casale si dimostra subito terzino da combattimento. Il
modulo tattico in voga era il metodo, senza marcature fisse, le partite erano spesso cruente con feriti e contusi gravi al suolo, i campi erano spesso
affondanti e melmosi. “Berto” a tredici anni, appoggiato alla rete di recinzione, piccolo, col ciuffo sulla fronte e gli scuri cupi occhi, guardava questa
squadra e sognava. Sognava quello che presto sarebbe stato realtà, di vivere di calcio, per il calcio. Perfino morire per il calcio.
Non si dà mai per vinto, dove c’è da conquistare il più difficile dei palloni c’è lui, il fazzoletto bianco sulla fronte. Rosetta arriva perfino ad arrabbiarsi,
gli suggerisce i piazzamenti, ma invano. Il più spiazzato dei difensori è lui, ma riesce sempre ad arrivare sul pallone.
La corsa lo assorbe, il pallone lo seduce. È un grande lottatore appartenente all’epopea di uno sport che andrà a rappresentare presto tattica e strategia,
ma nel Casale ed anche nella Juventus, Caligaris sarà Caligaris, terzino che irriderà ad Aitken che pretendeva giocasse anche senza palla, come Rosetta.
In Nazionale è uno dei più longevi, vi esordisce il 15 gennaio 1922, al velodromo Sempione di Milano (3 a 3 con l’Austria), con i Morando, De Vecchi, Barbieri,
Burlando, Leale, Migliavacca, Cevenini III, Moscardini, Santamaria, Forlivesi, non c’è neanche uno juventino in questa formazione. Figura in azzurro anche
la Valenzana, col portiere Morando.
L’11 febbraio 1934, al “Benito Mussolini” di Torino, Caligaris gioca per l’ultima volta (la 59esima) in azzurro. È il Campionato del Mondo organizzato
in Italia, che vinceremo. Dopo il trionfo con la Cecoslovacchia a Roma, quello sbandieratore inebriato, in testa agli azzurri, è lui.
Vivere per il calcio, perfino morire di calcio. Alle 15:30 del 19 ottobre 1940, gioca una partita tra vecchie glorie, subito dopo una colossale mangiata.
Scattando alla sua maniera, gli cede il cuore. Rosetta è il primo a soccorrerlo. Nella grande ombra nera, “Berto” già si rattrappisce sull’erba di piazza
d’Armi, con la sua bella maglia bianconera intrisa di sudore».

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