CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

LE GRANDI SFIDE DI SERIE A E TUTTA LA CHAMPION'S LEAGUE SU MEDIASET PREMIUM

RAIMUNDO BIBIANO “MUMO” ORSI

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
Nasce ad Avellaneda il 2 dicembre 1901 da genitori di origine italiana. In Sud America si afferma nelle file dell’Indipendiente, con la quale esordisce all’età di 18 anni e trova la nazionale nel 1924, diventandone immediatamente un punto di forza. Le Olimpiadi di Amsterdam consacrano il grande talento di questo giocatore a livello internazionale, tanto che gli occhi di molti club europei sono puntati su di lui.

La Juventus di Edoardo Agnelli, puntando sulle sue origini italiane, gli fa l’offerta migliore e per un compenso mensile di 8.000 lire, una FIAT 509 ed una villa, decide di fare a ritroso il percorso dei suoi avi.

Tuttavia il primo anno in bianconero è estremamente triste: l’Indipendiente non gli concede il transfert, se non dopo il pagamento di un indennizzo di 100.000 lire e la Federcalcio è scettica sull’effettiva italianità del fuoriclasse.

L’arrivo di Orsi in Italia è costellato da polemiche: nel nostro Paese ci si interroga circa l’opportunità di compensi simili dati a giocatori di calcio, mentre in Argentina ci si scaglia contro il Regime Fascista, reo di interferire per depauperare il calcio locale. Le polemiche assumono addirittura toni di scherno quando i primi giornalisti incontrano Orsi appena sbarcato al porto di Genova. Chi non lo ha visto esibirsi alle Olimpiadi di Amsterdam, probabilmente si aspettava di incontrare il “colosso di Rodi,” quasi che la classe si pagasse a peso e non memori del fatto che, il simbolo del calcio italiano Renzo De Vecchi, il “figlio di Dio” non è che avesse il fisico di un corazziere, è rimasto delusi nel trovarsi davanti a questo ometto piccolo e gracile con la faccia tipica di chi ha conosciuto fame e miseria. Si dice che il cappotto che indossa al momento dello sbarco, Orsi l’abbia effettivamente rubato ad un fratello minore.

Al giocatore, però, bastano poche amichevoli, a causa dei motivi sopra citati, le sole gare che gli sono concesse di giocare nel primo anno italiano, per far ricredere tutti. Finalmente all’inizio della stagione 1929-30, la prima a girone unico, Orsi può scendere in campo lanciando immediatamente in fuga la sua Juventus. Vittorio Pozzo, appena diventato commissario tecnico unico della nazionale, lo convoca immediatamente per la gara contro il Portogallo che terminerà con uno strepitoso 6 a 1 per gli azzurri.

La juventus non è ancora lo squadrone che dominerà i campionati successivi e subisce un brusco calo di rendimento che relegherà i bianco-neri in terza posizione alle spalle di Ambrosiana e Genoa. La maggiore soddisfazione stagionale arriva dalla nazionale con la quale vince la Coppa Internazionale.

I cinque anni seguenti sono pieni di successi: colonna della Juventus del quinquennio, Orsi è anche uno dei grandi protagonisti della vittoria dell’Italia di Pozzo ai mondiali del 1934 (suo è il gol dell’1 a 1 nella finale contro la Cecoslovacchia) e della Coppa Internazionale del 1935. La vittoriosa gara di Vienna, decisiva per la conquista del trofeo di cristallo di Boemia, sarà l’ultima sua esibizione in maglia azzurra, prima di abbandonare l’Italia per paura di essere arruolato per l’imminente guerra d’Etiopia.

Con 35 presenze Orsi è l’oriundo che ha collezionato più gettoni in maglia azzurra. Perfetto ambidestro dotato di classe sopraffina è stata probabilmente l’ala sinistra più forte nella storia del calcio italiano. I detrattori hanno puntato il dito sulla sua scarsa grinta: a volte tendeva a rifuggire i contrasti troppo duri, ma rimane il fatto che, con le sue giocate funamboliche, al limite dell’irriverente nei confronti degli avversari, l’italo-argentino è stato il primo atleta a ricevere incitamenti personali dal pubblico amico. Una giocata tipica della punta ci viene descritta con dovizia di particolari dal giornalista Mario Pennacchia, nel suo libro “Gli Agnelli e la Juventus”:

«Orsi riceve la palla, indugia in palleggio e Mandi gli si pianta a mezzo metro. Prima finta di Orsi, Mandi risponde. Seconda finta dì Orsi, Mandi è ancora là davanti a lui. Il pallone è sempre incollato a terra, ma appena Mandi abbassa gli occhi per accertarsene, il pallone è sparito, volato via con Orsi. Mandi ringhioso raggiunge Orsi o forse è “Mumo” che rallenta, fatto sta che i due proseguono la forsennata corsa affiancati. Improvvisamente l’attaccante lascia inchiodato dietro di sé il pallone pur continuando l’indiavolato gomito a gomito con l’avversario, che ovviamente non si è accorto di nulla. Orsi si gira, vede che l’attento Cevenini ha seguito il suo numero e sta piombando indisturbato sulla palla ed allora si ferma di scatto, attira l’attenzione dell’avversario e con un gesto plateale lo beffa».

Di lui il compagno Luigi Bertolini, in un’intervista rilasciata al giornalista Vladimiro Caminiti nel 1973, racconta

«Orsi era completo anche se non giocava molto di testa. Usava destro e sinistro con la stessa
potenza. Gli ho visto fare il gol più spettacoloso, forse il più formidabile che abbia mai visto nella mia carriera. Fu il gol del pareggio nella finale
a Roma con la Cecoslovacchia del campionato del mondo. In profondità Monti a Guaita, il quale scende lungo la linea laterale e crossa dà destra a sinistra,
altissimo. Orsi seguiva l’azione di Guaita e colpiva il pallone al volo col destro, infilando da fuori area l’angolino sinistro più lontano della porta
di Planicka».

Eccentrico quanto basta, non certo ai livelli del compagno Cesarini, puntuale agli allenamenti, Torino ricorderà Orsi non solo per le sue stupende giocate, ma anche per la sua passione per il violino. Con i soldi guadagnati, infatti, Orsi acquista un locale nella città piemontese dove un’orchestra, con la quale spesso lui stesso si esibisce, fa da sottofondo musicale agli avventori. Di Orsi uomo Virginio Rosetta ricorda descrivendo un altro aspetto del carattere:

«“Mumo” era un personaggio divertente, pronto a fare scherzi ed ad accettarli, molto superstizioso ed un vero maniaco della scommessa; scommetteva sulle vittorie della Juventus, concedendo vantaggi esagerati, scommetteva che personalmente avrebbe segnato un goal, scommetteva al ping-pong, al tennis giocato
con il palmo della mano, al biliardo e, se eravamo al “Bar Combi”, scommetteva sulla prima macchina che si fosse presentata con il numero di targa che
finisse con cifra pari o dispari. Una volta, in vettura ristorante, naturalmente si stava mangiando, Orsi era seduto al mio fianco e di fronte a lui sedeva
un nostro amico tifoso che, abitualmente, ci seguiva nelle trasferte: Durando. Cosa propose Orsi a questo signore ??? “Tutte le volte che il suo accendisigaro
si accenderà, io pagherò a lei cinque Lire (somma allora favolosa) che lei invece pagherà a me in caso contrario”; quel signore aveva una macchinetta quasi
nuova di zecca e non voleva accettare la scommessa, perché troppo sicuro di vincere; ma “Mumo” insistette ed il gioco incominciò. Al primo colpo si accese
ed Orsi pagò le sue brave cinque Lirette; al secondo, al terzo ed al quarto colpo non si accese. “Sei troppo nervoso ragazzo” gli disse Orsi. Anche il
quinto colpo fallì fra l’ilarità generale, perché oramai tutti erano attorno al nostro tavolo a godere lo spettacolo. Il gioco continuò ancora, ma raramente
quel signore riusciva ad accendere la sua macchinetta e cominciava ad accalorarsi. Ma finalmente si mise a ridere di cuore; aveva capito lo scherzo. “Mumo”
gli soffiava sulla macchinetta tutte le volte che aveva deciso di vincere ma, naturalmente, non tirava troppo la corda e gli permetteva di vincere qualche
volta. Con il ricavato della vincita Orsi offrì i liquorini a nome di quel signore».

Tornato in Argentina, senza per altro aver ricevuto gli insulti dei connazionali Guaita, Stagnaro e Scopelli, Orsi veste in successione le maglie di Indipendiente, Boca Juniors, Platense, Almagro, per concludere la carriera con le casacche del Penarol di Montevideo e quella del Flamengo di Rio de Janeiro.

Manterrà sempre i rapporti con i vecchi compagni di squadra; anche a Buenos Aires, con i soldi guadagnati alla Juventus, aprirà il suo night club con orchestra nella quale esegue i suoi “tanghiti” che farà ascoltare per telefono all’amico Mario Varglien.

Orsi ci lascia nel 1986.

PROSEGUI CON:

ATTILIO JOSÈ DEMARIA

TORNA A:

ENRIQUE GUAITA GLI AZZURRI CAMPIONI DEL MONDO 1934 Facebooktwittergoogle_pluslinkedinrssyoutubeby feather

LASCIA UN Commento