CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

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LUIGI BERTOLINI

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Nasce a Busalla, provincia di Savona, il 13 settembre del 1904 da madre alessandrina e padre veronese. Nella regione patria del footbal del Bel Paese il morbo pallonaro contagia anche questo giovanotto che inizia a giocare nelle formazioni locali giovanili. Viene acquistato dal Savona, dove si mette in mostra come valido attaccante. Per vivere è costretto a conciliare l’attività di calciatore con quella di operaio presso il locale stabilimento della Ilva. Ciò non gli impedisce di arrivare all’Alessandria, autentica fucina di giovani. Vale però la pena leggere queste righe nelle quali è lui stesso a raccontarci quegli anni:

«Sono nato a Busalla, nel 1904, per caso. La mamma, prossima all’evento, abitava ad Alessandria, dov’era nata. Mio padre, Aristide, era di Caprino Veronese; un tipo strambo, per come posso rammentarlo. S’imbarcò per l’America che ero ancora bambino. Faceva il pittore e s’aggiustava a suonare la chitarra. Un
fratello di mamma aveva un negozio di frutta e verdura. Come ebbi l’età e la forza di lavorare mi volle con sé. Vita dura, mica scherzi. Mi alzavo di mattino
presto, verso le quattro, per andare al mercato generale, con il carretto. Ne tornavo tre ore dopo e facevo il garzone di bottega. Dopo la sfaticata giornaliera,
a sera, andava a scuola. Diploma di “arti e mestieri”, licenza commerciale, medaglia d’oro per il disegno meccanico. Nei pochi momenti di svago, via in
piazzetta a giocare alla palla. Di stracci, mica col pallone vero. Ci davo dentro un paio d’ore, poi la fame ed il sonno m’inducevano a smetterla. Mi ero
fatto, con gli anni, lungo e secco. Abile comunque per il servizio di leva nel 22° Fanteria. Si era nel 1924 ed il football cominciava davvero a fare strada.
Si disputò persino un torneo militare ed ebbi, con la squadra reggimentale, il mio primo titolo italiano: campione militare di calcio. Da notare che giocavo
centravanti, segnando fior di goals con la testa, già ricoperta dalla benda bianca che poi mi fu quasi d’emblema per il resto della carriera. Finito il
servizio di leva raggiunsi a Savona un amico dei tempi passati. Faceva il manovale in ferrovia lavorando di notte. Dividemmo in due il lavoro ed in due
la sua paga settimanale. Faticavamo a turni di due ore, dormendo con lo stesso ritmo. Un giorno l’amico mi avvertì di aver parlato di me ai dirigenti del
Savona, che a quel tempo militava in serie B. Gli chiesi se era impazzito. Mi rispose di non preoccuparmi. Sapeva il fatto suo, mi aveva visto tante volte
giocare ad Alessandria sulle piazze o nella “Borsalino” che era convinto di non sbagliare. Piuttosto incerto mi recai alla prova. Un’ora dopo firmavo un
contratto per giocare nel Savona. Stipendio di calciatore: 25 lire al mese, oltre ad un lavoro all’Ilva, acciaierie d’Italia. Finii il torneo come capocannoniere».

Il giocatore passa all’Alessandria. Per Bertolini, tuttavia, l’impatto con l’ambiente mandrogno è traumatico: la società non è ricca e non riesce a mantenere la promessa di garantirgli un buon impiego. Il giocatore è costretto ad adattarsi riparando biciclette o vendendo giornali, ma si tratta di lavori saltuari e spesso si ritrova a patire la fame.

«Allenatore dell’Alessandria era Carcano. Vedendomi all’opera nelle riserve si chiedeva perché mai giocassi bene il primo tempo e nel secondo non facessi
altro che cadere a terra. Venne finalmente a domandarmelo e gli risposi che con 25 lire alla settimana non riuscivo a mangiare altro che caffelatte e brioches.
Il giorno dopo venivo messo a pensione all’albergo “Croce Verde” dove iniziai un duello (che mi vide sempre vittorioso) contro le più grosse bistecche
che mi fosse dato di vedere. Con il nutrimento giusto ripresi vigore ed in pochi mesi passai alla prima squadra».

Il giocatore è stato prelevato dal Savona per far da riserva ad Elvio Banchero, autentico bomber della fine degli anni venti, pertanto è costretto a provvedere al materiale da solo. Per risparmiare acquista scarponi militari ai quali toglie i chiodi sostituendoli con regolari bulloni da calcio. L’impegno profuso tanto e di ciò se ne rende conto Carcano. Dell’esordio assoluto Bertolini racconta:

«Era di scena ad Alessandria il fortissimo Torino, quando si ammalò il mediano Papa. Carcano mi cercò (era di sabato) e mi avvertì che il giorno seguente
avrei esordito in serie A. “Giocherai mediano” mi disse svelto e se ne andò. Gli corsi appresso: “Come mediano ??? Ma se sono il centravanti delle riserve.
Il mediano non lo so fare. E poi, proprio contro il Torino”. “Non ti preoccupare” fu la risposta “gioca come sai e andrà tutto bene”. Vincemmo per 3 a
1 su di un campo più fango che prato. Feci una gara spettacolosa. Vezzani e Baloncieri toccarono pochi palloni ed impararono a conoscermi. Divenni, in
un’ora e mezzo, l’idolo di Alessandria. Mi pareva di sognare. Un anno prima dormivo d’estate sotto il ponte del Tanaro, in una specie di capanna con un
letto di paglia e di fieno».

A centrocampo Bertolini si dimostra infatti un faticatore instancabile tanto da essere soprannominato “sette polmoni”, ma diventa ancor più famoso per il caratteristico fazzoletto bianco che porta sulla fronte, per proteggerla nel gioco di testa, in cui eccelle.

Dopo quattro campionati in provincia, per lui arriva la grande occasione di giocare in una grande squadra: nel 1931 Carlo Carcano lo vuole alla Juventus e ben presto ne fa un pilastro della formazione dominatrice del primo lustro degli anni trenta. Del suo passaggio in bianco-nero e della futura permanenza alla Corte degli Agnelli Bertolini racconta:

” … Al termine del campionato l’Alessandria iniziò la smobilitazione. Se ne andò l’allenatore Carcano (alla Juventus) portandosi appresso Ferrari. E fu proprio
“Gioanin” a caldeggiare con Carcano il mia acquisto l’anno successiva. La cifra di cessione fu di 150.000 lire. Il mio stipendio passò di colpo da 100
lire a 5.000 lire mensili. Quando lessi il contratto mi parve di diventare matto. Di, cifre del genere ne avevo, fino a quel momento, solo sentito parlare.
E poi c’erano i “premi” di partita: 500 lire per ogni confronto vinto, 250 per i pareggi. Nelle file bianconere assaporai davvero l’ebbrezza della fama.
Fu una specie di girotondo quasi fiabesco. Alberghi di lusso, viaggi in vagone letto, schiere di tifosi in ogni parte d’Italia. Erano anni dorati. Vinsi
in bianconero quattro scudetti consecutivi, dal 1931 al 1935. Ricordo con particolare emozione un campionato conquistato alla spasimo, dopo un estenuante
inseguimento all’Ambrosiana che pareva irraggiungibile. A sette domeniche dalla conclusione eravamo cinque punti dietro i nerazzurri. All’ultima giornata
il vantaggio dei milanesi era ridotto ad un solo punto. Entrambe le squadre giocavano in trasferta: la Juventus a Firenze, l’Inter a Roma contro la Lazio.
I nerazzurri vennero sconfitti, noi vincemmo per 1 a 0 con un goal di Giovanni Ferrari. Due incidenti piuttosto seri mi capitarono nel periodo juventino.
La frattura di una tibia contro la Triestina. per un violento colpo subito ad opera dell’ala giuliana Mian; la frattura di due costole in un match internazionale
contro l’Ungheria, da noi vinto. L’ala magiara Markos, un tracagnotto veloce e grintoso, per difendersi da una mia carica mi piazzò il gomito dritto nel
petto. Sentii un dolore acutissima, credetti di svenire. Mi ripresi subita ma finii la gara piegato in due per il dolore. …”

Oltre al titolo mondiale, nel suo albo d’oro figurano 26 partite in Nazionale, quattro scudetti e una Coppa Internazionale.

Il finale di carriera e il periodo post-agonistico ce lo facciamo raccontare direttamente da Bertolini con questo passo tratto da un’intervista rilasciata nel 1966.

Nel 1938 (avevo 34 anni) un dirigente juventino che aveva grossi interessi in riviera mi fece una proposta allettante:
alle stesse condizioni della Juventus, dove ormai mi veniva rinnovato il contratto di anno in anno, mi avrebbe assunto come giocatore/allenatore del Rapallo
per tre anni. Restai in Liguria anche dopo lo scoppio della guerra e ripresi l’attività sportiva come allenatore dell’Acireale nel 1946. L’anno seguente
passai alla Reggina quindi, ritornai a Torino. anzi a Torre Pellice, dove avevo acquistato, a rate, un albergo. Con la Juventus ripresi i rapporti accettando
di dirigere la preparazione delle squadre minori e vidi crescere sotto i miei occhi atleti notevoli come Umberto Colombo, Flavio Emoli, Tortonese, Bruno
Garzena. Nel 1952 divenni, insieme a Combi, responsabile della prima squadra dopo l’allontanamento di Carver. Nel 1953 Pietro Beretta mi volle a Brescia,
ma fu un esperimento non troppo fortunato che m’indusse a piantarla definitivamente con lo sport attivo. Inizia così, ancora una volta, una carriera. Assunsi
una rappresentanza di sofà-letto. poi un’altra di mobili svedesi e danesi. Il “giro” seguì la corrente giusta ed ora la mia azienda commerciale di corso
Giulio Cesare è solida ed efficiente. La mia vita scorre quieta, serena. Ho una figlia di quattordici anni che pratica tutti gli sport. Per me c’è ogni
tanto un tuffo nel passato quando corro ai “raduni” degli ex azzurri. Mi resta in fondo ai cuore un desiderio grande e struggente.

La vita di Bertolini proseguirà serenamente fino al febbraio del 1977, momento in cui parte per ben altri viaggi.

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