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LUIS “Luisito” MONTI

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Figlio d’immigrati italiani, nasce a Buenos Aires il 15 maggio del 1901, ma raggiunge la notorietà calcistica vestendo la maglia del San Lorenzo dopo aver militato nell’Uracan e nel Boca Junior.

A 23 anni raggiunge la nazionale bianco-celeste con la quale si laurea Campione del Sud America nel 1927 e vice campione olimpico l’anno successivo alle spalle dell’Uruguay, la stessa formazione che, due anni dopo, infrangerà i suoi sogni mondiali assieme a quelli di un’intera nazione.

Per Monti la finale di Montevideo rappresenta un incubo, anche perché la stampa argentina addossa sulle sue ampie spalle l’intera responsabilità della rimonta subita. In patria è infatti soprannominato “Doble ancho” (doppia ampiezza, armadio a due ante) per il fisico imponente.

Giunge alla Juve trentenne, con l’adipe di una vecchia gloria e con il fardello di critiche al vetriolo seguite alla finale persa dalla nazionale argentina nel 1930 che gli hanno tolto la voglia di scendere in campo.

In poche settimane di sfiancanti allenamenti Monti, però, si rimette a nuovo diventando pilastro della Juventus del quinquennio (ha conquistato 4 dei cinque scudetti) e successivamente della Nazionale. Partecipa al Mondiale 1930 con la maglia biancoceleste, con i colori azzurri quattro anni dopo incarna la svolta impressa
dal Ct al gioco italiano, che con lui fa il salto di qualità. Deciso e roccioso nei contrasti per quanto abile nell’attivare con lunghi e precisi lanci l’attacco, diventa il perno della squadra di Pozzo, con cui colleziona 18 presenze.

Monti diventa anche un esempio di longevità calcistica giocando fino all’età di 38 anni. Intraprende l’attività di allenatore dirigendo la Triestina nel 1939-40, la Juventus nel 1941-42, il Varese dal 1942 al 1944 e l’Atalanta dal 1945 al 1947.

A quasi cinquantanni torna in Argentina dove muore il 9 settembre del 1983.

L’amico Luigi Bertolini lo ricorda così:

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Vorrei riabbracciare
Luisito Monti, “l’uomo tutto d’un pezzo” che tanta parte ebbe nelle glorie juventine e della nazionale. Di lui serbo un ricordo incancellabile. Forse in
quegli anni ruggenti ero l’unico che fosse riuscito a conquistarne l’amicizia. Monti era un tipo speciale: da una parte l’attività professionale come calciatore
(ed alla società, come alla Nazionale m dava il meglio di sé), dall’altra la vita privata, dove non tollerava intrusioni. Io gli fui amico. nel senso più
profondo della parola. Ora lo so lontano, sempre arcigno come un tempo, sempre “uomo-roccia”, come se gli anni non fossero passati anche per lui. A Luisito
Monti dedico queste mie brevi note di vita vissuta, i miei ricordi di calciatore. A Luisito Monti, tenace come la mia Juventus».

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