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GIOVANNI FERRARI

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Fulgido prodotto dell’inesauribile vivaio dell’Alessandria e primo grande talento a vestire la maglia del Napoli, Ferrari è tuttora il primatista assoluto
(assieme allo juventino Beppe Furino, al compagno di club e di nazionale Virginio Rosetta e al difensore Ciro Ferrara) di scudetti vinti, con ben otto titoli, conquistati in carriera con le maglie di Juventus, Ambrosiana-Inter e Bologna.

Nasce ad Alessandria il 6 dicembre del 1907. Crescie nel quartiere popolare della Canarola, uno dei più poveri della città piemontese, così chiamato perché nei pressi vi si trova un canale di scolo. Fin da ragazzo mostra enormi attitudini calcistiche tanto da essere notato dai dirigenti dell’Alessandria, società in grande ascesa all’inizio degli anni venti. Esordisce nella stagione 1922-23 a soli quindici anni giocando a fianco di grandi campioni come Gandini, Carcano e Baloncieri.

I primi anni di carriera gli servono per conquistarsi la fiducia degli anziani, particolarmente quella di Carlo Carcano, il quale lo porta con sè all’Internaples, quando viene chiamato ad allenare la squadra partenopea nella stagione 1925-26. Per i campani è una stagione trionfale conclusa con la finale di lega persa contro l’Alba Roma, destinata a soccombere pesantemente contro la Juventus di Vojak ed Irzer.

Vista l’abilità di Carcano come tecnico e quella di Ferrari come giocatore, ad Alessandria pensano di richiamare i due per rilanciare la squadra. In particolare il ragazzo è chiamato al difficile compito di sostituire Adolfo Baloncieri che da due anni sta facendo grande il Torino.

Le 12.000 lire spese per riavere Ferrari si dimostrano un’ottimo investimento. Dopo aver vinto la Coppa Coni nella stagione 1926-27, con Luigi Bertolini, Renato Cattaneo, Elvio Banchero e altri buoni giocatori come il portiere Balossino, il difensore Avalle e l’ala sinistra Chierico, sfiora lo scudetto l’anno successivo. Pur giocando dietro le punte realizza 24 reti in 32 gare e si segnala come uno dei giovani più forti dell’intero panorama nazionale.

Veste il grigio per altre due stagioni riuscendo ad arrivare anche in nazionale. Esordisce nel gennaio del 1930 contro la Svizzera assieme al futuro compagno di club Giuseppe Meazza e i due si segnalano immediatamente all’attenzione di Vittorio Pozzo rendendosi protagonisti guidando la clamorosa rimonta che, in quella gara, porta gli azzurri a vincere per 4 a 2, dopo essere stati sotto 2 a 0.

Nell’estate del 1930 Ferrari lascia Alessandria seguendo Carcano nelle file dell’ambiziosa Juventus del presidente
Edoardo Agnelli. La compagine bianco-nera conta già sul celeberrimo trio difensivo formato da Gianpiero Combi,Virginio Rosetta ed Umberto Caligaris e con Renato Cesarini forma un’impareggiabile coppia di mezz’ali al completo servizio dello smisurato talento di Raimundo Orsi.

L’arrivo di Luis Monti e Luigi Bertolini l’anno successivo completa un mosaico perfetto che dominerà l’intera prima metà degli anni trenta costituendo anche l’ossatura della prima nazionale vincente di Vittorio Pozzo.

Per Ferrari la morte in un incidente aereo del Presidente Edoardo Agnelli, la cacciata di Carlo Carcano e il rifiuto di un adeguamento economico da parte dei nuovi dirigenti sono motivi sufficienti per richiedere la sua cessione. Accetta il trasferimento all’Ambrosiana dove trova il compagno di nazionale “Peppino Meazza.” Nei 5 anni milanesi vince altri due scudetti e ritrova la maglia azzurra giusto prima del mondiale 1938 che disputerà da grande protagonista.

Nel dicembre dello stesso anno disputa la sua ultima gara azzurra a Napoli contro la Francia e nella stagione 1939-40, dopo aver rifiutato una proposta proveniente dall’Arsenal, trascina l’Inter allo scudetto nonostante l’assenza dell’amico Meazza bloccato da una trombosi.

L’anno successivo, a 33 anni, passa al Bologna per sostituire Francisco Fedullo. Il suo apporto non è più quello dei bei tempi, ma si rivela fondamentale per la vittoria dello scudetto petroniano.

Dopo una sola stagione torna alla Juventus nella doppia veste di allenatore-giocatore. Con i bianconeri conquista la Coppa Italia, per lui la seconda dopo quella vinta con l’Ambrosiana Inter nel 1939.

Interno di rara intelligenza tattica, è stato l’ideale complemento di autentici artisti della pedata come Cesarini, Meazza e Demaria, la cui fantasia e genialità si sposava mirabilmente con il suo senso del raziocinio e con la sua precisione di gioco. Provvisto di un tiro da lontano piuttosto pungente, Ferrari si è rivelato non solo un raffinatissimo “facitore di gioco”, ma anche un ottimo goleador, realizzando oltre 170 centri nelle più di 400 gare disputate in carriera.

ha vinto due Mondiali e due Coppe Internazionali, chiudendo la carriera azzurra con 44 presenze e 14 reti.

Di lui vanno ricordate la sua abilità calcistica e la sua correttezza in campo.

Una volta appese le scarpe al chiodo l’alessandrino ricoprirà vari ruoli nel settore tecnico
della Federazione in cui la sua saggezza tornerà sempre utile nei momenti di crisi degli anni cinquanta, quando la nazionale azzurra sarà spesso circondata dal caos più puro. Nemmeno la figuraccia rimediata nei mondiali cileni del 1962, non certo per colpa sua, potrà scalfire l’immagine di questo autentico signore del calcio italiano.

Probabilmente il suo capolavoro è la creazione del Centro Tecnico di Coverciano, per il quale Ferrari si è battuto fin da quando svolgeva in prima persona la professione di allenatore. Da persona intelligente quale si è sempre dimostrato, l’alessandrino è stato il primo a comprendere la necessità di dare al calcio italiano tecnici che seguissero una metodologia di lavoro precisa e non basata sull’improvvisazione come avvenuto per anni.

Muore a Milano il 2 dicembre 1982.

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