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ATTILIO FERRARIS IV

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Inattesa la sua “rinascita” al Mondiale del 1934, dopo che la vita sregolata ne ha provocato l’uscita dal giro azzurro e pure dalla sua squadra di club, la Roma, minandone le qualità di grande combattente. Ripescato da Pozzo e rimessosi a nuovo grazie alla feroce applicazione, si è presentato in condizioni
fisiche smaglianti, che ne hanno fatto uno dei baluardi della squadra azzurra.

Nasce a Roma il 26 marzo del 1904 da una famiglia d’artigiani: il padre gestiva un negozio di riparazioni di bambole. Quarto di quattro fratelli, il giovane Attilio diventa uno dei pernni della Fortitudo Roma e, una volta avvenuta la fusione, della neonata A.S. Roma, di cui è il principale uomo-spogliatoio. La sua grinta sul terreno di gioco è proverbiale, così come lo sono i riti d’iniziazione ai quali sottopone i nuovi e la sua vita smodata al di fuori del terreno di gioco. Proprio la sua condotta – poker, donne e sigarette costituiscono il suo pane quotidiano – sembra determinarne la fine prematura della carriera, subendo l’esclusione dalla Roma proprio nella primavera del ’34. Come detto, Pozzo, però, crede in lui e nella sua grinta e gli dà la possibilità di riemergere. Da uomo di grande carattere qual’è Attilio non si lascia scappare l’occasione risultando decisivo proprio nel momento chiave della Competizione iridata.

Diventato campione del mondo e riabilitato agli occhi dell’ambiente, si prende una rivincita su chi non ha avuto fiducia in lui andando a vestire la maglia degli odiati cugini della Lazio e scatenando il finimondo tra i tifosi romanisti. In bianc’azzurro non fa grandissime cose, ma per lui c’è ancora il tempo di balzare agli onori delle cronache sportive ergendosi ad autentica anima della formazione che, nel novembre del 1934, va a mettere paura all’Inghilterra sul proprio terreno rischiando di pareggiare in inferiorità numerica una gara che, solo dopo pochi minuti, vedeva i padroni di casa in vantaggio per 3 a 0.

A 32 anni lascia la capitale per andare a raggiungere a Bari l’amico Raffaele Costantino, suo compagno ai tempi della Roma, garantendo ai pugliesi stagioni a buon livello nella massima divisione.

A 35 anni torna alla Roma prima di chiudere l’attività ad alto livello al Catania.

Per altre tre stagioni è protagonista nelle serie inferiori, ma un pugno rifilato ad un arbitro mentre vestiva la maglia dell’Elettronica pone fine alla sua vicenda agonistica. Probabilmente per uno come lui epilogo più adatto non avrebbe potuto esserci.

Muore d’infarto l’8 maggio del 1947 mentre a Montecatini sta disputando una partita tra vecchie glorie. La leggenda narra che prima dell’incontro, ai compagni abbia pronunciato la seguente frase:

“Non me fate fà’ la fine de Caligaris eh!”

al quale, trra qualche anno, toccherà l’analoga sorte.

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