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URUGUAY-ARGENTINA 4-2: LA “CELESTE” SUL TETTO DEL MONDO!

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Così il 30 luglio va in scena la riedizione della finale olimpica. E’ la conclusione che tutti si aspettano. Le forze dell’ordine locali preparano l’evento al meglio:

dall’Argentina vengono richiesti ben 30.000 biglietti, ne verranno spediti diecimila in meno e molti tifosi verranno preventivamente controllati prima dell’ingresso

allo stadio. Viene trovato di tutto: bottiglie incendiarie, petardi, quasi come ai tempi nostri. La solerzia è tale che persino la terna arbitrale viene sottoposta a

lunghe perquisizioni.

Da giorni la tensione è alle stelle tanto che l’arbitro della gara, il belga Langenus, memore della brutta esperienza vissuta durante la partita tra Argentina e

Cile, per scendere in campo, chiede un’assicurazione sulla vita ed un battello al porto pronto a salpare immediatamente dopo il termine della sfida per portarlo in

salvo.

Mentre la vigilia sugli spalti è funestata da continui scontri ed incidenti tra i tifosi, il pre partita in casa dei Campioni Olimpici non è più tranquillo. Il giovane

centravanti Anselmo, autentica rivelazione della manifestazione, inspiegabilmente chiede di non essere schierato. Voci maligne insinuano che abbia voluto evitare le

cure del gigantesco Luisito Monti, fatto sta che, indisponibile il bomber Nino Petrone, in precarie condizioni già prima della manifestazione iridata, il peso

dell’attacco va sulle spalle del “Monco” Castro, giocatore grezzo tecnicamente, ma dotato di grande spirito combattente. I padroni di casa, comunque, contano su altri

grandi campioni come il terzino Mascheroni, le mezz’ali Hector Scarone e Cea. Da più di un lustro i giocatori in maglia celeste dominano il panorama internazionale,

una superiorità frutto di una scuola che continua a sfornare campioni, basti pensare che alla gara non partecipano talenti coume Raffaele Sansone e Francisco Frione,

atleti che, una volta giunti nel nostro Paese, forniranno prestazioni memorabili.

Di fronte c’è l’Argentina che non sembra aver patito la rinuncia a campionissimi come Renato Cesarini e Raimundo Orsi divenuti nel frattempo cittadini italiani.

Anche la squadra bianco-celeste è alle prese con le bizze dei propri campioni: Luis Monti non vuole scendere in campo in quanto avrebbe ricevuto telefonate

intimidatorie. Il suo sostituto, Zumelzu, è in precarie condizioni di salute ed indisponibile. Rimarrebbe il solo Cividini, troppo giovane ed inesperto per affrontare

un evento simile. Alla fine Monti, grazie all’intervento di due dirigenti del San Lorenzo, entra in campo. Scende sul terreno di gioco anche Varallo, ma il suo

apporto sarà presso ché nullo.

Montevideo (Centenario) – mercoledì, 30 luglio 1930 – ore 15.30

URUGUAY-ARGENTINA 4:2 (Finale)

RETI: 12′ Dorado, 20′ Peucelle, 38′ Stábile, 58′ Cea, 68′ Iriarte, 89′ Castro

URUGUAY: Ballestero, Mascheroni, Nasazzi (cap.); Andrade, Fernández, Gestido; Dorado, Scarone, Castro, Cea, Iriarte. C.T.: Commissione tecnica federale.

ARGENTINA: Botasso, Della Torre, Paternoster; J. Evaristo, Monti, Arico Suárez; Peucelle, Varallo, Stábile, Ferreira (cap.), M. Evaristo. C.T.: J. Tramutola

TERNA ARBITRALE: ar.: Langenus (Belgio); g.l.: Christophe (Belgio), Saucedo (Bolivia)

SPETTATORI: 100.000
Gli argentini si spingono immediatamente in avanti evidenziando lo squilibrio fra reparto avanzato e difesa divenuto spesso il tallone d’Achille dei

«blanquicelestes». Gli uruguagi stentano; Andrade sembra in trance e Nasazzi è costretto ad affannosi recuperi. Al 12′, però, Scarone incrocia in velocità Paternoster

e Suarez e smista la palla a Castro che la fa proseguire in direzione di Dorado in profondità sulla de­stra. Due passi in corsa
dell’ala e botta secca radente che gonfia la rete dell’incolpevole Botasso. Fra le esplosioni di gioia degli uruguagi monta la furia argentina. Nasazzi e Mascheroni

compiono autentici miracoli ma il pareggio è nell’aria. Al 20′ Monti manovra una palla per Stabile che serve Ferreyra, e il mezzo sinistra
trattiene la palla richiamando su di sé l’attenzione dei difensori, poi con un «pase corto» serve l’accorrente Peucelle che con tiro incrociato a mezza altezza batte

il «mal colocado» Ballestrero. Il gol d’ apertura ha come sgonfiato gli uruguagi; non riescono ad arginare le offensive arrembanti, le invenzioni
geniali di Stabile e il controgioco d’attacco non riesce a superare la tre quarti avversaria.

Intanto Stabile fa impazzire i difensori e al 37′ Nasazzi si lascia sorprendere da un lungo lancio di Monti scoccato da quasi metà campo, «el filtrador» è ben piazzato

ed aggira il capitano della «celeste» e non appena Ballestrero accenna l’uscita lo anticipa con un tocco beffardo che termina in rete.
Il vantaggio esalta i portenhi, sospinti dal caldo incitamento dei 20.000 che con ogni mezzo hanno attraversato il Rio de la Plata.

L’intervallo sembra non cambiare le cose e la delusione sugli spalti è molta. In apertura del secondo tempo gli argentini insistono in avanti alla ricerca del gol

della sicurezza,
ma Nasazzi, Mascheroni e Ballestrero erigono una massiccia diga difensiva moltiplicando le energie e al 57′ su un lungo lancio di Fernandez, Scarone fa da torre per

Cea e il tiro
del «peon» risulta imprendibile per Botasso. Il pareggio è come una medicina salutare, Andrade ritrova l’agilità di sempre, Fernandez, specialista del controgioco, può

armare i suoi lanci precisi in avanti Scarone riprende le redini del gioco e per la difesa argentina aperta ed invitante cominciano i dolori.

Le incursioni offensive di Scarone e Iriarte mettono in avaria la retroguardiaa avversaria e al 68′ Mascheroni scende veloce e indisturbato sul centro, appoggia

all’ala Iriarte il quale finta il passaggio su Scarone e invece lascia partire un gran fendente che si spegne nell’angolo alto alla destra di Botasso. Pur vulnerabile

nei
reparti arretrati l’Argentina si getta in avanti portando trambusto e panico nella tifoseria uruguagia, specialmente quando Nasazzi è costretto a strattonare

vistosamente Evaristo e Andrade sulla linea di porta con Ballestrero battuto, riesce a cacciar via una palla indirizzata a rete da Varallo. Ma il pareggio
non arriva e gli ampi spazi concessi alle incursioni di Dorado e Iriarte portano la quarta segnatura ad opera di Castro, che in­terviene con la testa su un centro di

Dorado. E’ notte per le ambizioni argentine, la Coppa del Mondo finisce nelle mani di Nasazzi a concludere un decennio di dominio sul football mondiale.

Agli uomini di «Nolo» Ferreyra, alla tifoseria e alla stampa argentina non rimane che piangere. L’inutile arma della polemi­ca.
La Federazione argentina perde addirittura la testa e rompe ogni rapporto con la consorella uruguayana. Luisito Monti diventa il capro espiatorio: dopo la finale di

Montevideo verrà sistematicamente oltraggiato;
dopo averlo accusato per lungo tempo di «brutalidad», in patria gli appioppano ora l’appellativo «conejo» imputandogli un comportamento pauroso nel corso della finale.

Giocatori che pur nei limiti tattici del calcio «portenho» hanno offerto grande spettacolo sul terreno del «centenario» vengono definiti
«codardes».

In realtà le cause che hanno portato alla sconfitta l’Argentina non sono imputabili alla valutazione dei singoli, sul piano della classe pura le due squadre si

equivalgono, ma il divario dei valori è frutto della diversa concezione tattica delle due scuole. Sebbene Carlo Peucelle abbia recentemente scritto nei suoi ricordi
che:

e Carlos Martinez Moreno, giornalista uruguayano

conferma scrivendo:

è pur vero che il gioco argentino di questo 1930 è tutto orientato

all’offensiva senza particolari
attenzioni alla difesa e per contro gli uruguagi di Nasazzi, manovrano più raccolti sulla loro trequarti per colpire in con­tropiede con incursioni veloci in

profondità.

Tale caratteristica si è sviluppata nel 1924 per sfruttare al meglio le peculiarità di Nino Petrone, sostituto di José Piendibene al centro della prima linea

«celeste», rivoluzionando la figura del centravanti, essendo dotato di potenza e capacità di tiro surrogate da una notevole velocità. Per questa caratteristica
«Perucho» Petrone che verrà poi in Italia alla Fiorentina, gradisce i lanci negli spazi aperti in cui avventarsi in velocità ed usare al meglio l’arma del tiro.

Petrone ha dettato questo tipo di gioco che certamente ha poco a che vedere col contropiede che nei successivi anni sessanta caratterizzerà la grande Inter di
Suarez e Mazzola.


Col centravanti titolare in condizioni di forma piuttosto precarie, il prof. Supicci sceglie Hector Castro affidandogli i compiti così ben espletati da «Perucho» nel

passato. Il risultato gli ha dato ampiamente ragione.

Al termine della gara inizia la festa nella quale viene coinvolto anche l’arbitro Langenus, portato in trionfo.

Il Presidente della FIFA Jules Rimet consegna il trofeo “Victoire aux Ailes d’Or”, una statuetta alta 30cm, tutta d’oro del peso di 4 kg, Disegnata dallo scultore

francese Abel Lafleur, al capitano dell’Uruguay José Nasazzi. I festeggiamenti a Montevideo proseguono per diversi giorni e diverse notti. Il giorno dopo la famosa

vittoria, il 31 luglio, viene proclamato festa nazionale.

Il pallone del più prestigioso trofeo calcistico comincia a rotolare e l’universalità del gioco del calcio viene qui ufficialmente riconosciuta!

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