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FULVIO BERNARDINI

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Nasce a Roma il 28 dicembre del 1905. Inizia quattordicenne nella Lazio svolgendo il ruolo di portiere. Ma il suo talento è sprecato tra i pali, così passa a giocare da centr’attacco e nel 1923 trascina i suoi alla finale contro il Genoa, al termine della quale, nonostante la pesante sconfitta subita, riceve i complimenti del Capitano dei liguri e della nazionale Renzo De Vecchi. Attorno a sè crescono talenti come il portiere Ezio Sclavi e l’istriano Antonio Vojak, ma la società, in difficoltà economiche, li cede alla Juventus. Bernardini, che nel frattempo ha esordito in nazionale contro la Francia diventando il primo giocatore appartenente ad una compagine centro-meridionale a vestirsi d’azzurro, è scontento della sua situazione e nel 1926, dopo che la sua Lazio ha mancato la qualificazione al nuovo Campionato Nazionale, è ben felice di cedere alle lusinghe dell’Internazionale di Milano. Nelle casse degli aquilotti capitolini entrano svariate migliaia di lire, scatenando un mare di polemiche e il giocatore diventa il primo romano a trasferirsi al nord. In nerazzurro rimane due stagioni durante le quali consegue la laurea in economia e commercio, diventando il leader della nazionale universitaria che nel 1928 conquista il campionato universitario per nazioni. Nello stesso anno è il regista della compagine che, guidata in panchina da Augusto Rangone, conquista la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam. Nello stesso anno ritorna nella Capitale, ma veste la maglia della Roma nel ruolo di centro mediano dove dà il meglio di sé. I suoi detrattori lo accusano di avere un gioco troppo bello e raffinato per poter esibirsi a livello mondiale, mentre i suoi tanti estimatori affermano che la nazionale avrebbe sempre avuto bisogno della sua classe.

Dopo undici stagioni in giallo-rosso lascia il calcio di vertice per andare a ricoprire il ruolo di allenatore-giocatore alla Mater Roma, compagine militante tra serie B e serie C.

La guerra sta sconvolgendo il mondo e il blocco dell’attività ufficiale a qualsiasi livello comporta anche il suo ritiro dalle scene agonistiche. Bernardini, però, nonostante la sua laurea, è uomo di calcio e il suo rapporto col mondo del pallone non può terminare. Lo troviamo così impegnato come dirigente federale intento ad organizzare un minimo di attività in modo da non far morire il movimento.

Nel 1949 inizia la sua attività di allenatore proprio sulla panchina della Roma. Ha idee innovative, ma il gruppo a lui affidato non riesce a seguirlo. La prima esperienza termina in un esonero. Seguono alcuni anni in piazze minori come Reggio Calabria e Vicenza, prima di essere chiamato alla Fiorentina nel 1953. In viola Bernardini compie il suo primo capolavoro costruendo una compagine solida che nel campionato 1955-56 domina la stagione e, dopo aver incassato una sola sconfitta e 20 reti al passivo, porta per la prima volta lo scudetto in Toscana. L’anno dopo si fa notare anche in campo continentale guidando i suoi alla finale di Coppa dei Campioni persa col Real Madrid per 2 a 0.

Dopo una stagione torna nella sua Roma sedendo sulla panchina della Lazio. Dopo anni al vertice la società bianc’azzurra, però, vive un violento ridimensionamento tecnico culminato nella retrocessione del 1960.

Bernardini rimane fermo un anno fino alla chiamata del Bologna avvenuta nel 1961. Sotto le torri trova un gruppo di giovani talenti da plasmare. A giocatori come Giacomo Bulgarelli, Franco Janich, Romano Fogli ed Enzo Pascutti, manca un vero leader che permetta loro di compiere un ulteriore salto di qualità. I felsinei lo individuano nel tedesco Helmut Haller, regista della nazionale teutonica, non che grande uomo di classe. Con lui Bologna sogna: ispirato dal suo gioco la coppia formata da Nielsen e Pascutti realizza caterve di reti, ma la squadra non è forte caratterialmente. Bernardini compie il secondo capolavoro della carriera plasmando un gruppo che nel 1963-64 tiene i ritmi vertiginosi delle milanesi, andando a vincere lo spareggio scudetto contro la grande Inter. Nel momento di massimo splendore, però, viene a mancare l’anima del Bologna, il Presidente Renato Dallara, l’ambiente non è più lo stesso e dopo un anno fallimentare capisce che per lui sotto la Torre degli Asinelli non c’è più posto.

Si prende un anno sabbatico e poi torna in pista ripartendo dalla serie B. Va alla Sampdoria, compagine ricca di talenti. In Liguria può fare il “èprofessore” e insegnare calcio a molte promesse, senza l’assillo dei risultati. Rimane cinque stagioni in blu-cerchiato, tenendo a battesimo talenti come Marcello Lippi, che da lui apprende l’amore per la panchina, Roberto Vieri, Romeo Benetti, Francesco Morini e Mario Frustalupi.

Nel 1971 accetta le offerte del Brescia, sfiora la promozione in serie A, ma dopo due anni lascia pure i lombardi. Mentre la Lazio conquista lo scudetto Bernardini svolge prevalentemente la professione di giornalista, commentando pesantemente il disastro della nazionale ai mondiali di Germania. Tanto acume piace ad Artenio Franchi che gli affida la panchina azzurra per la ricostruzione.

La gestione di Bernardini è controversa: è molto attento ai messaggi che gli arrivano dal campionato e, dopo aver “fatto fuori” i vari “abati e abatini” che componevano la rosa di Valcareggi, da spazio a numerosi giovani. Nel giro entrano tra gli altri elementi come Giancarlo Antognoni, Roberto Bettega, Francesco Graziani, Claudio Gentile, Mauro Bellugi e Marco Tardelli, tutti fondamentali per le fortune successive del calcio azzurro. I risultati, tuttavia, sono alterni e suscitano un mare di polemiche. Bernardini, però, è anche uomo di lingua veloce e lui in mezzo alle polemiche ci gode, almeno fino a quando una vergognosa campagna di stampa seguita al fallimento nella tourné degli Stati Uniti del 1976, non scatena contro di lui una violenta contestazione da parte del pubblico in occasione di un’amichevole contro la Romania, tra l’altro vinta per 4 a 2.

Per un’altra stagione rimane al fianco di Bearzot prima di salutare tutti e ritirarsi a vita privata, dando, di tanto in tanto i suoi giudizi, sempre acuti, su quanto accade nel mondo del calcio.

Bernardini ci lascia in una fredda mattina di gennaio del 1984.

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