CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

LE GRANDI SFIDE DI SERIE A E TUTTA LA CHAMPION'S LEAGUE SU MEDIASET PREMIUM

LA CRISI DELLA ROMA E LA FINE TRISTE DELL’ERA BURGESS

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
La sconfitta di Firenze apre una grave crisi nell’ambiente romanista che, nel giro di qualche giorno, è destinato a portare a conseguenze clamorose. L’opinione pubblica accusa il presidente Renato Sacerdoti di non aver investito in estate per rafforzare la squadra, garantendo un terzino di valore in grado di puntellare una difesa già apparsa debole l’anno precedente. Il dirigente si difende sostenendo di aver tentato in ogni modo di ingaggiare Eraldo Monzeglio o Gazzari dalla Triestina, ma di aver incontrato la netta opposizione delle società d’appartenenza dei giocatori. Egli quindi passa al contrattacco e scarica le colpe sul tecnico inglese Francis Herbert Burgess, accusato di non riuscire più a motivare il gruppo e decide così di esonerarlo, chiudendo dopo circa due anni un rapporto da egli
stesso iniziato. Burgess viene assunto alla metà di novembre del 1929 quando sostituisce Guido Baccani, il pionere dei tecnici romani, mostratosi
troppo uomo di poco polso, molto più dedito alla teoria che alla pratica.

Di tutt’altro spessore si è dimostrato invece Burgess, fin da quando,  giunto in Italia nel primo Dopoguerra a seguito di una onorevole carriera da professional nel suo paese, si è distinto alla guida del Padova, del Milan (1926-27) ed ancora del Padova. In qualità di preparatore atletico, viene chiamato a coadiuvare Vittorio Pozzo e William Garbutt in occasione della partecipazione azzurra al torneo olimpico di Parigi del 1924.

Sull’esonero del tecnico inglese hanno pesato però alcune ombre del suo carattere. La più profonda di queste riguarda l’uso di alcool. Forse per questo motivo i tifosi testaccini, abituati da sempre a fare i conti con l’oste, hanno particolarmente amato questo tecnico. Gli aneddoti che lo riguardano sono veramente tanti; ad esempio una volta, mentre la Roma sta vincendo largamente contro una squadra di provincia, Burgess viene ripreso dall’ arbitro e invitato
a prendere la strada degli spogliatoi. L’inglese però finge solamente di lasciare il campo e si mette sulle scalette seminterrate della botola, di dove, un minuto si e un minuto no, fa capolino per controllare l’andamento della partita. Quelli dei popolari, accortisi della cosa, lo tengono d’occhio e ogni
volta che il classico basco spunta dalla botola, gridano in coro: “Cucù! Cucù! Cucù!” L’arbitro non comprende la situazione mentre il britannico diventa rosso come un peperone, più ancora di quando si sbronza nelle osterie con la fojetta. All’inizio riesce a dissimulare questa sua pericolosa abitudine. Al suo arrivo, desta anzi favorevole impressione per l’aurea regola che tiene a tavola di  distribuire agli atleti mezzo bicchiere di vino a testa e idem
per se medesimo. I giocatori, che però hanno già sentito parlare del suo vizio, iniziano a provocarlo facendogli annusare qualche fiasco, alimentando il suo bisogno di alcool.

In ritiro, poi, alla sera si assiste ad un’usuale scena una sorta di commedia alla De Filippo: Burgess, già verso le dieci, inizia a fare il giro delle camere per controllare che i suoi ragazzi siano a letto; ma la ronda si ripete ad intervalli di mezz’ora per almeno tre volte e tra un giro e l’altro,
visita l’osteria più vicina per buttare giù un goccetto. A roma è un assiduo frequentatore di una bottiglieria a Piazza Vittorio, nei pressi della quale ha l’appartamento. In trasferta non è raro che i dirigenti della squadra ospitante telefonino all’albergo dove si trovano i romani, per avvisarli di avere rinvenuto il loro allenatore in una certa bottiglieria, o in una certa strada sotto un lampione, ubriaco fradicio. Da tempo questa situazione è diventata
ormai insostenibile basti pensare che durante un ritiro il pur valido tecnico britannico ha rischiato la vita. Per il racconto di questo episodio ci affidiamo alle parole di Fernando Eusebio, attaccante scomparso qualche anno fa e lanciato in Serie A proprio da Burgess:

Questa tragica condizione, tuttavia, non deve sminuire il valore di un tecnico che ha dato tantissimo all’evoluzione del calcio italiano, in particolare a quello padovano e a quello capitolino. Con Burges i veneti hanno disputato campionati di altissimo livello, in particolare nel 1923-24 quando hanno conteso fino all’ultimo il passaggio in finale al grande Genoa di Garbut. A roma, poi, egli si è dimostrato fondamentale nella creazione di quello che in questo periodo viene definito come “lo spirito di testaccio”.

Burgess viene subito visto come un eroe dalla tifoseria giallo-rossa, in particolare da quando, grazie al gol di Volk ad un quarto d’ora dal termine, la Roma si è aggiudicata la prima edizione del derby contro la Lazio. In casa la squadra giallo-rossa diventa semplicemente devastante e spesso le partite terminano con punteggi stratosferici; memorabile rimarrà il 5 a 0 inflitto alla Juventus nel marzo del 1931.

Tuttavia il tecnico inglese ha iniziato a perdere credibilità agli occhi della dirigenza capitolina quando nell’estate del 1930 ha sbagliato in pieno il giudizio su
Guido masetti, definendolo semplicemente un portiere mediocre. E’ stato infatti solo grazie a Fulvio Bernardini, che ha assistito al provino, se il giocatore è diventato forse il più grande portiere della storia dei lupi.

In questa giornata di fine novembre si chiude la vicenda capitolina di un innovatore dell’epoca. Il gioco praticato dalle squadre di Burges è qualcosa di molto diverso da quanto si può vedere nelle roccaforti del nord. Egli si è dimostrato abile a lavorare sulla testa dei giocatori inculcando loro l’orgoglio
di appartenere all’ASR che si è tradotto in un ferreo sentimento di fedeltà ai colori sociali. Nessuno gioca per sè. Burgess ha trasmesso quel senso del collettivo, tanto radicato e tradizionale nel football britannico, da portare  i giallorossi a coltivare fra loro e anche col tecnico un rapporto di amicizia
sincera. Questo spirito poco militaresco e quasi “intimo” si è addetto al carattere romano: L’innata simpatia umana del tecnico ha fatto il resto.

Come ricorderà in seguito Vincenzo Biancone, il gioco di Burges è basato su passaggi in velocità, su incroci, su inviti negli spazi liberi. Egli ha portato alla Roma, ma anche al calcio italiano intero,  la cosiddetta teoria degli scambi, insegnando ai terzini a cambiare posto coi mediani o ad osare più avanti,
di concerto con le ali,  applicando inoltre il gioco incrociato in base al quale, con repentini mutamenti in attacco, il mediano sinistro si porta all’ala destra e quello destro all’ala sinistra. Stesso discorso per le mezze ali, che cambiano continuamente di posto. Si tratta quindi di un calcio moderno che stravolge l’intelaiatura statica tipica del Metodo, il posizionamento a W che sta imperversando per tutti gli anni ’20 e ’30.

Grande preparatore atletico, Burges usa sottoporre i giocatori a intensi allenamenti basati sulla potenza muscolare.

Rodolfo Volk, centrattacco fiumano sciabolatore dei laziali nei derby, affermerà sempre che uno dei segreti di quella Roma stava nel fiato – la stamina, come dicono i britannici – di cui essa ha sempre disposto. Oltre alle partitelle del giovedì, gli allenamenti di Burges sono ben curati, infarciti di ginnastica a terra, e finiscono invariabilmente con vari giri di campo e il salto alla corda.

In questo lunedì si chiude un’epoca per la Roma. Tutto avviene alla presenza dei giocatori, che comunque stanno dalla sua parte. Francis Herbert Burgess contrae il viso, che diventa anche più paonazzo del solito. Guarda i giocatori uno ad uno; poi, con le lacrime agli occhi mormora nel suo stentato italiano:
La risposta è che essi passeranno sotto la guida dell’allenatore delle riserve, Janos Baar, anch’ egli presente
all’imbarazzante riunione. Il tecnico è stato proposto ai romani dall’austriaco Ugo Meisl, quando questi hanno perso contro il First di Vienna e quando i dubbi sull’operato dell’inglese sono iniziati ad emergere. Burgess, allora,  si avvicina al suo sostituto, gli tende la mano e dice:
uscendo così, con un atto di cavalleria sportiva,
dal proscenio romano. Non tornerà più nella Capitale. La sua carriera prosegue per alcuni anni nelle province del nord. Quindi, al momento dello scoppio della seconda Guerra Mondiale, ripartirà per l’Inghilterra, dove di lui nessuno saprà più nulla.
PAGINA SUCCESSIVA PAGINA PRECEDENTE Facebooktwittergoogle_pluslinkedinrssyoutubeby feather