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RAFFAELE SANSONE

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Nasce a Montevideo il 20 settembre 1910 da una famiglia d’immigrati provenienti da Vallo della Lucania in provincia di Salerno, che nel Paese sud americano ha fatto fortuna investendo in borsa. Nonostante provenga da un contesto sociale agiato, il giovane Raffaele deve far coincidere l’attività di promessa del Penarol di Montevideo, col proprio impiego di addetto al carico e scarico merci nel porto della capitale uruguagia.

Il giovane Raffaele conosce il calcio italiano grazie alla stella locale Nino Petrone il quale pone, come condizione per il suo passaggio alla Fiorentina, l’ingaggio di questa mezz’ala capace di passare il pallone come nessun altro al mondo. Tuttavia sulla panchina viola siede l’austriaco Herman Felsner fortemente interessato ai felsinei Alfredo Pitto e Federico Busini e per averli consiglia di mandare a Bologna proprio Sansone. Naturalmente gli sarebbe stato confermato l’ingaggio di 2500 lire al mese, il quintuplo rispetto allo stipendio di un impiegato, l’unico motivo che ha convinto il padre Pantaleone a lasciarlo partire per l’Italia dalla quale lui, molti anni prima, era stato costretto ad andarsene.

Inimitabili proprietà di palleggio – qualcuno racconta che al primo allenamento ha fatto letteralmente venire il mal di testa all’esperto mediano Martelli a forza di finte – ed immensa visione di gioco sono le caratteristiche di questa mezz’ala, di cui, contrariamente a quanto avvenuto per Fedullo, il pubblico s’innamora immediatamente. Col connazionale comunque l’affiatamento è immediato tanto da costituire un blocco unico. I tifosi li chiamano simpaticamente Sansullo e Fedone, a riprova della loro capacità di giocare assieme. Il suo rapporto con la società felsinea e con la città è fortissimo e durerà per tutta la vita, tranne qualche breve parentesi. La prima nel 1933, quando a causa di una incomprensione col presidente Dallara, ritorna per una stagione al Penarol, di cui era ancora un tesserato avendo giocato per il Bologna senza il nulla osta della società di Montevideo. La volontà di tornare in Italia convince Dallara ad aprire i cordoni della borsa e per 25.000 lire all’anno torna sotto la Collina di San Luca. Dallara risolve pure la questione del cartellino rilevandolo per 500 pesos.

Col Bologna vince tutto: 4 scudetti, due Mitropa Cup e il torneo dell’esposizione di Parigi del 1937. All’ombra delle torri trova anche moglie così da rendere il proprio rapporto con l’Italia indissolubile.

Nel 1944, col calcio completamente fermo al nord Italia a causa della guerra, Sansone si trasferisce al Napoli dove inizia anche l’attività di allenatore, guadagnando una salvezza ai partenopei nel campionato 1946-47 anche grazie agli ultimi lampi di classe dell’ex compagno di squadra Michele Andreolo. Bologna, però, gli è nel cuore e decide di tornarvi ricoprendo tutti i ruoli possibili ed immaginabili, compresa una breve parentesi come allenatore nella stagione 1951-52. Lascerà ancora la città petroniana per qualche mese nel 1952-53 per tentare di risollevare il Bari, ma questa sarà l’ultima volta che ciò avverrà.

Negli anni Sansone si rivelerà un ottimo talent scout scoprendo tra gli altri Ezio Pascutti, nonché un abilissimo tecnico a livello giovanile. Valga per tutti la conquista del trofeo di Viareggio nel 1967.

Sarà sempre vicino al suo Bologna, anche nei momenti neri delle prime retrocessioni in serie B e in serie C avvenute nei primi anni ottanta.

Muore l’11 settembre del 1994. Di lui si ricordano non solo le grandi doti di fuoriclasse, ma pure il carattere sempre allegro. Per capire chi sia stato Raffaele Sansone ci sembra opportuno affidarci ad una intervista che lui stesso ha rilasciato nel 1989 durante i festeggiamenti dell’ottantesimo anniversario della fondazione del Bologna.

In una intervista il compagno di squadra Angelo Schiavio lo ha descritto in questo modo:

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FRANCISCO FEDULLO Facebooktwittergoogle_pluslinkedinrssyoutubeby feather

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