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FRANCISCO FEDULLO

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Nasce a Montevideo il 27 maggio del 1905 da una famiglia di origini salernitane. Si forma calcisticamente nella squadra dell’Istitucion di Montevideo, società lontana dalla grande ribalta. Questo, però non gli impedisce di essere notato da un certo Ivo Fiorentini, giornalista di origine italiana, il quale, nel 1929 lo segnala al dirigente Sabatini e all’allenatore Felsner del Bologna che, durante la tourné dei petroniani in Sud America disputata nel 1929, cercavano qualche talento da portarsi in Italia per colmare il gap con Juventus e Torino dove imperversava la classe di Raimundo Orsi e Giulio Libonatti. Data l’impossibilità di portar via dall’Uruguay i grandi fuoriclasse (Nino Petrone, Hector Scarone, Francisco Frione ed altri) Fiorentini fa il nome di questo ragazzo, perfettamente ambi-destro e dotato di grande classe, ma costretto a lavorare in un pantolificio per vivere, non appartenendo ai grandi club locali. Per lui, probabilmente, il trasferimento al Bologna rappresenterebbe un ottimo punto d’arrivo. Le cose si complicano quando durante una partita colpisce con un pugno l’arbitro, reo di non avergli concesso un fallo a favore. Viene squalificato a vita, ma il successo dell’Uruguay nel mondiale gli viene in soccorso: sfruttando il clima di euforia chiede la grazia che gli viene concessa dopo aver ottenuto il perdono della parte lesa, ma a condizione che non metta più piede su un campo di Montevideo. A questo punto accettare l’offerta del Bologna diventa la logica conseguenza e per le successive nove stagioni è uno dei perni del centrocampo felsineo, risultando il protagonista del periodo più luminoso della storia del Bologna. L’ambientamento nel nostro campionato non è semplice; deve abituarsi a ritmi sostenuti, ma nonostante una certa lentezza, riesce comunque ad imporsi. Di lui colpiscono immediatamente le doti di assist man e il tiro potente scagliato indifferentemente con entrambi i piedi.

Vince 3 scudetti, 2 Mitropa Cup e la Coppa dell’Esposizione di Parigi nel 1937. Veste due volte la maglia della nazionale azzurra, chiuso da fuoriclasse come Giuseppe Meazza e Giovanni Ferrari, ma anche dal suo carattere un po’ ombroso e permaloso. Fatale gli è una dura reazione nei confronti di Vittorio Pozzo che, a dire dell’uruguagio, ha avuto il torto di chiedergli, in veste di intervistatore, come abbia fatto a realizzare una tripletta contro la Svizzera.

Comunque Fedullo si dimostra un professionista esemplare, tranne quando, nel 1935, scappa in Uruguay. Tutti pensano che, come avvenuto per altri suoi colleghi, egli abbia tagliato la corda per paura di essere spedito in Etiopia a combattere, in realtà egli torna per abbracciare il padre gravemente malato. Non fa in tempo e scrive immediatamente a Dallara chiedendo di essere perdonato e reintegrato. Il Presidente non aspetta altro e manda subito l’allenatore in seconda Pascucci a riprenderlo. Fedullo, per farsi ulteriormente perdonare, convince il giovane Michele Andreolo, centromediano che nel fisico ricorda Luis Monti, a seguirlo sotto la “Torre degli Asinelli.”

Nel 1939, un po’ per nostalgia e un po’ perché ha fiutato l’aria di burrasca che sta sconvolgendo l’Europa, torna in Uruguay. Con l’Italia mmanterrà sempre i contatti col proposito di rientrare, ma un male incurabile che lo colpisce nel 1963 renderà questo un progetto mai realizzato.

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