CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

GINO BARTALI

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
Nasce a Ponte Aema, località in provincia di Firenze il 18 luglio 1914. Esordisce come ciclista

dilettante nei primi anni trenta con la società “Aquila divertente”, sentendosi pronto al passaggio al professionismo

all’età di 21 anni. Tuttavia si iscrive alla Milano-Sanremo del 1935 come indipendente. Incredibilmente si trova in testa

dopo aver staccato Learco Guerra. La leggienda narra che nil toscano non abbia vinto quella corsa in quanto Disturbato

mentalmente ad arte con un’intervista in corsa effettuata dal direttore della Gazzetta dello Sport Emilio Colombo. Viene

ripreso e battuto in volata, finendo 4º.

Immediatamente il giovane Bartali viene ingaggiato dalla scuderia Frejus con la quale disputa il suo primo “Giro d’Italia”

finendo 7º con una vittoria di tappa. Termina la stagione con la vittoria al Criterio di Montiujch, al Giro dei Paesi

Baschi ed al Campionato Italiano.

Nel 1936, si trasferisce alla Legnano capitanata da Learco Guerra, che, intuite le qualità del nuovo arrivato, si mette al

suo servizio come gregario per permettergli il successo alla Corsa rosa di quell’anno, giunto in modo trionfale, con 3

vittorie di tappa. Pochi giorni dopo Bartali pensa seriamente di abbandonare la carriera in seguito alla morte del

fratello minore Giulio, avvenuta a causa di un incidente in una gara di dilettanti. L’anno si chiude con il successo al

Giro di Lombardia.

Nel 1937, ormai capitano della Legnano e numero uno del ciclismo Italiano, conquista il suo secondo Giro d’Italia e viene

designato per tentare la conquista del Tour de France, vinto solo due volte da un italiano, Ottavio Bottecchia nel 1924 e

1925. Conquista la maglia gialla, ma una brutta caduta nel Torrente Colau durante la tappa Grenoble-Briançon, con

conseguenti ferite alle costole ed una grave bronchite, lo costringono al ritiro.

L’anno successivo il regime lo spinge a saltare il Giro per preparare il Tour de France, nel quale trionfa aggiudicandosi

anche sette vittorie di tappa.

Nel 1939 riesce finalmente a vincere la Milano-Sanremo, ma malgrado 4 vittorie di tappa perde il “Giro” in favore di

Giovanni Valetti.

Nel 1940 bissa il successo alla “Sanremo” e si prepara per cercare di conquistare il suo terzo “Giro”. Nella squadra della

“Legnano” arriva un promettente ragazzo alessandrino di nome Fausto Coppi, voluto da Bartali stesso come gregario. Durante

una tappa in pianura, attardato da una foratura, Bartali cade infortunandosi a causa di un cane che gli ha tagliato la

strada proprio mentre si stava ricongiungendo alla testa della corsa.

Pavesi, direttore del team, decide allora di puntare su Coppi, il meglio piazzato in classifica. All’arrivo della tappa

Bartali si complimenta col giovane e si mette al suo servizio, come aveva fatto Guerra con lo stesso Bartali nel 1936.

Anche da gregario, Bartali rimane comunque il vero capitano della squadra. Qualche giorno più tardi, infatti, nella

classica tappa alpina del Giro Coppi, la maglia rosa, è alle prese con la classica cotta. Vorrebbe scendere dalla

bicicletta e abbandonare la contesa. Bartali, davanti a lui di qualche metro, torna indietro e riesce a convincere il

giovane a non mettere i piedi a terra. Si dice che uno degli argomenti usati dal toscano sia stato dare dell’acquaiolo al

compagno di squadra. Bartali ha inteso dire che chi non si impegna fino allo spasimo non è un vero ciclista ma soltanto un

acquaiolo, cioè un portatore d’acqua, un gregario insomma, e non un campione.

Il forte ciclista ama mangiare e bere anche prima delle gare, differentemente da Fausto Coppi, attentissimo alla dieta.

Alla fine la giovane promessa di Novi Ligure vince il “Giro”, disertato dagli stranieri e chiuso il giorno prima

dell’entrata dell’Italia nella seconda Guerra Mondiale. Per un lustro di gare ciclistiche nemmeno a parlarne. Costretto a

lavorare come riparatore di ruote di biciclette, risulta che Bartali, fra il settembre 1943 e il giugno 1944 si sia

adoperato in favore dei rifugiati ebrei, compiendo numerosi viaggi in bicicletta dalla stazione di Terontola-Cortona fino

ad Assisi, trasportando documenti e foto tessere nascosti nei tubi del telaio della bicicletta affinché una stamperia

segreta potesse falsificare i documenti necessari alla fuga di ebrei rifugiati, tanto che nel 2005 il Presidente della

Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli conferirà la medaglia d’oro al merito civile per aver salvato circa 800 cittadini

ebrei. Ricercato dalla polizia fascista, con la famiglia sfolla a Città di Castello, dove rimane cinque mesi, nascosto da

parenti ed amici .

Ci sono alcune testimonianze di una sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana, peraltro mai confermate come

attendibili.

Ripresa la carriera nel 1945, Bartali ormai 31enne è dato per “finito”, mentre Coppi, di cinque anni più giovane, è

considerato l’astro nascente, sebbene la prigionia in tempo di guerra gli abbia reso difficile la ripresa.

Nel 1946 Bartali vince il Giro d’Italia, mentre Coppi passato alla “Bianchi” termina alle sue spalle a soli 47 secondi.

Non potendo partecipare al “Tour”, precluso agli ex belligeranti, Bartali stravince il Giro della Svizzera.

Nel 1947, conquista la Milano-Sanremo ma perde il Giro d’Italia a favore di Coppi, anche per un banale guasto meccanico.

Bissa il successo al Giro della Svizzera, all’epoca la più ricca e prestigiosa tra le corse a tappe del dopoguerra.

Il 1948 lo vede in difficoltà per vari motivi nella parte iniziale della stagione e attardato da una caduta al “Giro”,

terminato solo 8º, osservando la conclusione che porta Coppi al ritiro per protesta per la mancata squalifica di Fiorenzo

Magni a causa delle spinte ricevute in salita e che costano il giro a Ezio Cecchi. Bartali è quindi l’unico tra i big a

poter rappresentare l’Italia al Tour de France, anche perché Coppi non si ritiene pronto e Magni non è “gradito” ai

francesi per ragioni politiche. Viene designato capitano. Messa in piedi una “squadra da quattro soldi”, come era stata

definita, si appresta al più grande trionfo della carriera.

Malgrado la non eccelsa squadra, l’astio dei francesi nei confronti degli italiani, e l’età, con i suoi 34 anni è più

giovane solo del vincitore del Tour del 1937, Roger Lapebie, che finirà terzo, Bartali entra nella leggenda del Tour.

Leggendaria in particolare la sua fuga sulle Alpi che gli consente di vincere la Cannes-Briançon, attraverso il Colle

d’Allos, il Colle di Vars e il Colle dell’Izoard, dove è ricordato con una stele, recuperando gli oltre venti minuti di

svantaggio che lo separavano da Louison Bobet. Il giorno successivo vince nuovamente nella tappa Briançon-Aix-les-Bains,

di 263 km, attraverso i colli del Lautaret, del Galibier e della Croix-de-Fer, conquistando la maglia gialla.

Secondo molti, l’impresa di Bartali ha aiutato a distogliere l’attenzione dall’attentato di cui è stato vittima Palmiro

Togliatti.

Al rientro dalla Francia il corridore toscano viene ricevuto dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, che gli

chiede cosa avrebbe voluto in regalo per quell’impresa: Bartali, si racconta, chiese di non pagare più le tasse.

L’anno si chiude con il disastroso Campionato del mondo di ciclismo su strada di Valkenburg in cui lui e Coppi,

strafavoriti, anziché collaborare sono rimasti nelle retrovie controllandosi a vicenda, ritirandosi tra la delusione dei

tanti immigrati italiani.

Nel 1949 giunge secondo nel Giro d’Italia vinto da Coppi ed aiuta il grande Fausto nella vittoria al Tour de France,

giungendo egli stesso secondo.

L’anno successivo vince una terribile Milano-Sanremo sotto il diluvio ed è costretto al ritiro al Tour, mentre lui e Magni

conducevano la corsa, causa l’aggressione dei tifosi francesi sul Col d’Auspin.

Quarto nei Tour del 1951 e del 1952, corsi come “secondo” di Coppi, vince a trentotto anni il suo ultimo grande titolo con

il Campionato Italiano.

Nel 1953, dopo aver vinto a trentanove anni il Giro della Toscana subisce un incidente stradale che rischia di lasciarlo

senza la gamba destra per cancrena. Dopo pochi mesi però il toscano rientra in scena alla Milano-Sanremo. Anche se non

coglie un grande risultato la folla è tutta per lui.

Conclude la sua carriera a Città di Castello, come ringraziamento alla popolazione locale per averlo protetto nel periodo

in cui è stato costretto a nascondersi dalla polizia fascista.

Nel 1959 ingaggia nella sua squadra Fausto Coppi, allora in declino, con l’obiettivo di rilanciarlo. Coppi ha invitato il

suo ex-rivale e ora team-manager nel famoso viaggio in Alto Volta che avrebbe finito per costare la vita al campione

piemontese, ma Bartali rinuncia volendo passare i momenti liberi da gare con la famiglia, composta dalla amatissima moglie

Adriana e da tre figli, Andrea, Luigi e Bianca.

Negli anni seguenti il fiorentino ha via via rarefatto la sua presenza nel mondo del grande ciclismo, non esitando però a

lanciare strali contro quelli che sarebbero stati i “mali” di questo sport: il doping, la corruzione e gli ingaggi troppo

alti. Nel 1991 conduce alcune puntate del TG satirico Striscia la Notizia impiegando una delle sue frasi più celebri

Si spegne per cause naturali il 5 maggio 2000.

PROSEGUI NELLA LETTURA DELLA PAGINA:

E GINO BARTALI SALVÒ L'ITALIA: LO SPORT ESCE DALL'ANGOLO! Facebooktwittergoogle_pluslinkedinrssyoutubeby feather

LASCIA UN Commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.