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URUGUAY-BRASILE 2-1: LA “FIESTA” CELESTE TRA LA DISPERAZIONE AURI-VERDE!

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Tutto quanto accade a San Paolo passa senz’altro in secondo piano dal momento che, a Rio, va in scena la gara decisiva. Il Maracanà è stracolmo: le cifre ufficiali parlano di oltre 170 mila persone, ma altre fonti stimano in 200.000 le presenze nello stadio carioca. Il Brasile schiera la stessa squadra che ha sconfitto
la Spagna, mentre nell’Uruguay rientra il portiere Maspoli.
Rio de Janeiro (stadio Maracaná) – domenica 16 luglio 1950  – ore 15.00

URUGUAY-BRASILE 2-1

RETI: 46′ Friaça (B); 58′ Schiaffino, 79′ Ghiggia

URUGUAY: Máspoli, M.Gonzáles, Tejera; Gambetta, Varela (cap.), Andrade; Ghiggia, Peréz, Miguez, Schiaffino, Morán

BRASILE: Barbosa, Augusto (cap), Juvenal; Bauer, Danilo, Bigode; Friaça, Zizinho, Ademir, Jair, Chico

TERNA ARBITRALE: Reader ()Inghilterra ar., Ellis (Inghilterra), Mitchell (Scozia) g.l.

SPETTATORI: 200.000
Alle ore 15,00 del 16 luglio il Maracanà di Rio de Janeiro è pieno all’inverosimile di spettatori pronti a far festa. Il frastuono è impressionante, ma tutti non sanno
che dall’altra parte c’è una squadra composta da uomini veri senz’alcuna intenzione di fare la fine di Svezia e Spagna sommerse di reti. Il capitano uruguagio Varela fa capire subito tutto questo quando, al momento del sorteggio su chi debba battere il calcio d’inizio, prende la moneta e la riconsegna all’arbitro inglese Reader lasciando la scelta ai brasiliani, tanto sarebbe stata l’unica cosa che avrebbero vinto.

I verde-oro partono subito alla grande, Zizinho sembra imprendibile, ma dopo cinque minuti i difensori in maglia celeste iniziano a farsi sentire con entrate al limite del codice penale che sortiscono
l’effetto di intimidire gli avanti padroni di casa.

Il primo tempo si chiude sullo 0 a 0 ma è lampante che l’Uruguay è ben altra cosa rispetto a Spagna e Svezia. La ripresa, però si apre in modo eccezionale per il Brasile dato che Friaca, dopo solo un minuto, porta in vantaggio i suoi. Alle ore 16 e 01 di quel 16 luglio a Rio accade il finimondo. Sembra la fine dell’Uruguay, ma le cronache del tempo – con tutta l’enfasi del caso – narrano di una scena, immediatamente successiva al gol, che odora di epico.
Il centrale difensivo uruguayano, il capitano Obdulio Varela, lentamente si avvia verso la propria porta e vi raccoglie il pallone. Se lo mette sotto braccio e, senza alcuna fretta, squadrando con lo sguardo ogni angolo festante dello sterminato Maracanà, si dirige a centrocampo, dove posiziona la palla sul dischetto attendendo il fischio dell’arbitro per ricominciare il gioco. Quella camminata sicura, quello sguardo di sfida verso l’orda carioca in festa sono un’iniezione di carburante per i suoi compagni (già abbondantemente strigliati dal capitano stesso durante l’intervallo), che ci mettono anima e corpo per impedire la festa verde-oro.

A questo punto il Brasile non amministra il risultato, ma si getta in modo scriteriato nella metà campo uruguagia come se dovesse rimontare il risultato, l’Uruguay invece difende ogni centimetro quadrato di campo e dopo 12 minuti fa partire un contropiede micidiale finalizzato da Juan Alberto Schiaffino. Poco male per chiunque, anche perché il Brasile sarebbe ugualmente campione del mondo.  Nessuno in casa verde oro, però, ha l’umiltà di rendersi conto della
forza dell’avversario e dopo il gol del pareggio Ademir e compagni perdono letteralmente la testa anche perché opportunamente irrititi dai giocatori in maglia celeste. Si racconta che ad un certo punto Schiaffino abbia fermato la palla sotto il piede invitando il talentuoso Jair a leccargliela. A questo punto
scoppia anche una rissa che esaspera ancor di più i padroni di casa che in piena confusione tecnico-tattica subiscono il gol del 2 a 1 ad undici minuti dal termine con un contropiede orchestrato da Schiaffino e finalizzato da Ghiggia. A questo punto tra i giocatori in campo e tra gli spettatori sugli spalti inizia a farsi largo lo scoramento e quando poco prima delle 17 di quel pomeriggio brasiliano l’inglese Reader da il triplice fischio di chiusura, si compie una delle più atroci beffe mai concepite dal “Dio Pallone”.

Quella che avrebbe dovuto essere una festa si trasforma subito in dramma collettivo. L’organizzazione va completamente nel pallone tanto che durante la premiazione non viene nemmeno suonato l’inno uruguagio. I funzionari brasiliani dimenticano persino di presentare ai vincitori il trofeo. Sarà proprio Jules Rimet in persona a scendere negli spogliatoi e a consegnare la Coppa a capitan Varela concludendo in questo modo la cerimonia di chiusura.

Intanto dentro e, soprattutto fuori dallo stadio, inizia la tragedia sportiva di un’intera nazione. Centinaia di suicidi si susseguono nelle ore successive. Pure lo stesso Varela che spende la notte dei festeggiamenti passando da un locale all’altro di Rio, comprende il dolore dei tifosi sconfitti e interrompe la sua festa, che giudica ingiustificata di fronte alla dimensione della sconfitta brasiliana. Anni dopo, lo stesso affermerà che, se avesse rigiocato quella partita, probabilmente si sarebbe realizzato un gol da solo per evitare tanto dolore.

 L’unica consolazione per il Brasile è la consapevolezza che la “Taça de Mondo” ha dimostrato di essere un’incredibile storia di successo sportivo e finanziario. Per il calcio mondiale incomincia una nuova era… Volendo ipotizzare una filosofia ad esso annessa, il mondiale del ’50 fa da spartiacque. E’ quello il momento, infatti, in cui questo sport comincia a perdere la sua innocenza e comincia a essere sempre meno gioco e sempre più fenomeno sociale, di costume e di business. E’ un fenomeno irreversibile, destinato a crescere col tempo favorito da una serie di elementi tra i quali, importantissimo, l’avvento della televisione, che comincerà
a trasmettere le prime partite nel 1954.
 CLASSIFICA FINALE
 1. URUGUAY          5  3  2 1 0  7-5

2. BRASILE         4  3  2 0 1  14-4

3. SVEZIA          2  3  1 0 2  6-11

4. SPAGNA          1  3  0 1 2  4-11

   
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