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L’ALLUVIONE IN POLESINE

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La brutta partita disputata contro la Svezia dalla nazionale azzurra è destinata a trovare ben poco spazio in settimana. L’Italia settentrionale è colpita da una violenta perturbazione che mette a nudo l’arretratezza economica e sociale nella quale il Paese ancora si dibatte. I fiumi di Piemonte, Liguria e Lombardia s’ingrossano, compreso il Po, che sfocia nel Polesine, una delle zone economicamente più disagiate dell’intera Penisola. Nessuno a monte ritiene le precipitazioni di portata tale da mettere a rischio le popolazioni a valle, in particolare quelle alla foce, dove, tra l’altro, il fiume raggiunge per forza di cose la sua portata massima. Alla sottovalutazione del fenomeno, in particolare alla luce degli allagamenti nel vercellese, Nel comasco e nel mantovano dei primi giorni della settimana, si aggiunge la scarsità di mezzi a disposizione: i telefoni sono ancora pochi e spesso assenti negli uffici periferici; manca altresì la possibilità di avvertire la popolazione in tempo reale, dato che la radio, unico vero mezzo di massa, non è ancora presente in tutte le case. Stiamo parlando di una zona del Paese, la cui economia si fonda su un’agricoltura portata avanti con metodi ancora arcaici, con un grado di scolarizzazione bassissimo.

La mattina del 14 novembre le popolazioni dell’Alto Polesine si svegliano col “Grande Fiume” ben al di sopra dei livelli di guardia. Inizia una corsa contro il tempo per cercare di contenere le acque all’interno degli argini, tentativo portato avanti con i pochissimi mezzi a disposizione. Guidate dai sindaci locali, le popolazioni intraprendono un immane lavoro per alzare gli argini esistenti, ma la scarsità di materiali idonei, come sacchi di sabbia e l’assenza pressoché totale di mezzi meccanici, come camion per i trasporti ed escavatori per il posizionamento dei materiali stessi, rallentano ulteriormente le operazioni. Ciò nonostante, nel primo tratto polesano la battaglia contro la furia delle acque viene vinta

Nelle località più a sud le cose non vanno nello stesso modo: la popolazione non partecipa con altrettanta abnegazione, scoraggiata dalla falsa notizia della rottura dell’argine a Bergantino, proprio una delle località nelle quali invece la piena è stata contenuta. Gli argini di Occhiobello e di alcune località limitrofe vengono abbandonati così al loro destino dalla maggior parte della popolazione, contadini soprattutto, mentre sul posto rimangono solamente alcuni sparuti gruppi d’individui determinati a difendere almeno il centro del loro paese.

Complice l’argine sinistro più basso del normale, le acque hanno buon gioco nell’esondare e, sul far del mezzogiorno, inizia una delle tragedie più gravi dell’intero XX secolo italiano. Ci vogliono circa otto ore alla furia per abbattere gli argini e tra le 19 e 45 e le 20 e 15 da tre punti il fiume “rompe”. L’effetto è devastante. In breve l’intera zona, 140 chilometri quadrati, viene sommersa:180.000 persone perdono ogni cosa, mentre cento di loro non vedranno mai il giorno successivo. Immediatamente, chi può, inizia la fuga verso la salvezza, senza guardarsi indietro, lasciando ogni cosa andare “in malora,” come si usa dire da queste parti. All’una di notte si odono gli altoparlanti della città di Rovigo invitare la gente a scappare: tutto ciò che galleggia può risultare fondamentale per salvarsi.
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