CENT'ANNI DI STORIA D'ITALIA RACCONTATI DAL CALCIO

L’AFFONDAMENTO DELL’ANDREA DORIA

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Molto più grave, tuttavia, è quanto accade il giorno successivo in pieno Oceano Atlantico: si tratta di un avvenimento destinato a trovare ampio spazio nei media del nostro Paese. Alle 23,10 del 25 luglio 1956, il transatlantico italiano Andrea Doria, sotto il comando del Comandante Superiore Piero Calamai, viaggia alla volta di New York, proveniente da Genova. Contemporaneamente, l’MN Stockolm, transatlantico per il trasporto promiscuo di merci e passeggeri comandato dal Capitano Gunnar Nordenson, si dirige verso Göteborg. Le due navi stanno per incrociare un corridoio molto trafficato, coperto da una fitta coltre di nebbia, che nasconde il rispettivo ed inconsapevole avvicinamento. Il contatto radio tra le due imbarcazioni è completamente assente e, una volta giunte a potersi vedere ad occhio nudo, diventa troppo tardi per poter praticare contromanovre atte ad evitare l’impatto, nonostante il tentativo estremo della nave italiana di virare a sinistra. La collisione si verifica con un angolo di quasi 90 gradi: la prua rinforzata (in funzione del fatto che poteva operare anche come rompighiaccio) della Stockholm sfonda la fiancata dell’Andrea Doria, squarciandola per quasi tutta la sua lunghezza, dato che la nave italiana sta continuando a correre lungo la propria rotta ortogonale alla prua svedese. L’impatto crea uno sfondamento sotto il ponte di comando pari ad un’altezza di tre ponti, ovvero oltre 12 metri, e la morte immediata di 46 passeggeri già ritirati per il riposo notturno nelle proprie cabine. Inoltre, distruggendo molte paratie stagne e perforando cinque depositi di combustibile, comporta un imbarco di circa 500 tonnellate di acqua di mare, le quali, non potendo essere bilanciate nei brevissimi tempi della collisione, producono il pericoloso, immediato ed anomalo sbandamento della nave a dritta per oltre 15 gradi. Contemporaneamente, cinque marinai appartenenti all’equipaggio scandinavo seguiranno la medesima sorte delle vittime della nave italiana.

Subito dopo la collisione l’Andrea Doria inizia ad imbarcare acqua e l’inclinazione aumenta superando i 18 gradi in pochi minuti. Dato il rapido susseguirsi degli eventi, risulta impossibile riempire con acqua marina i depositi di combustibile vuoti al lato di sinistra. In poco tempo la nave supera i 20 gradi di inclinazione, e il capitano Calamai si rende conto che non ci sono più speranze. L’abbandono della nave avviene già con l’aiuto della Stockholm, ed i marinai di quest’ultima rimangono un po’ sorpresi dal fatto che all’inizio del salvataggio i superstiti sono costituiti essenzialmente da membri dell’equipaggio, non proprio marinai ma addetti ai servizi alberghieri, e non da donne e bambini come vuole la tradizione marinara.

Il “may day” dell’Andrea Doria è intercettato da molte imbarcazioni presenti su quella rotta, primo fra tutti dall’Ile de France, transatlantico francese diretto verso l’
Europa provvisto di undici lance di salvataggio, preceduto a sua volta dall’arrivo di due navi mercantili: la Cape Ann prima e la Thomas dopo, ciascuna con l’apporto di due lance. Proprio la repentina decisione del Capitano transalpino di invertire la rotta verso il luogo del disastro risulta la mossa chiave affinché il disastro non assuma proporzioni più gravi. L’evaquazione dei passeggeri avviene in modo ordinato, grazie alle repentine decisioni del Capitano, alla disciplina dell’equipaggio, e alla presenza di lance in numero sufficiente, nonostante l’impossibilità di calare in acqua quelle del lato sinistro, a causa dell’eccessiva inclinazione della nave. La solidarietà attorno al disastro è infinita: alcuni passeggeri della Ile de France, ad esempio, rinunciano alle proprie cabine per darle ai sopravvissuti, stanchi, bagnati e congelati.

Il risultato di questo dispiegamento di forze, ben coordinate tra loro, è che l’unica vittima del naufragio, oltre alle persone rimaste uccise nell’attimo dell’impatto, sarà una bambina di 4 anni: la piccola Norma di Sandro. Il padre, per metterla in salvo, la lancia da bordo su una lancia di salvataggio sottostante, ma la piccola urta violentemente la testa contro la falchetta dell’imbarcazione stessa riportando inizialmente un gravissimo trauma cranico, a seguito del quale, morirà qualche giorno dopo all’ospedale di Boston.

In tutto questo disastro, si erge alta la figura del comandante Piero Calamai, l’uomo capace di mantenere il controllo della situazione, prendendo decisioni rapide e difficili, in momenti tanto concitati. Tali capacità sono dovute alla sua grande esperienza soprattutto nelle due Guerre Mondiali.

Dopo il salvataggio di tutti i passeggeri, il comandante Calamai decide di rimanere a bordo dell’Andrea Doria rifiutandosi di mettersi in salvo; è costretto a farlo dai propri ufficiali tornati indietro appositamente.
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