JACQUES ANQUETIL: IL “SULTANO”

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Col successo al recente Tour de France, il siciliano Vincenzo Nibali è entrato nella strettissima cerchia dei fuoriclasse delle due ruote capaci di conquistare, in carriera, Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta Spagnola. Il primo nella storia è stato il francese Jacques Anquetil, fuoriclasse degli anni Cinquanta e Sessanta, di cui vogliamo raccontare la storia.



Nasce l’8 gennaio 1934. Figlio di un coltivatore di fragole di Mont Saint-Aignan, località nella Normandia vicino a Rouen, si appassiona alla bicicletta, pedalando spesso e volentieri dalla fattoria di famiglia, fino a Sotteville, il mercato agricolo, dove di solito il padre esponeva i suoi prodotti. Arriva tardi all’attività agonistica, soprattutto se ci si paragona agli standard odierni, che vogliono i ragazzini introdotti alle competizioni fin dalla tenerissima età. I tanti chilometri percorsi per necessità, però, gli permettono di approcciarsi alle corse con molto profitto. Inizia l’attività nel 1951, all’età di diciassette anni, palesando immediatamente doti non comuni, tant’è che l’anno seguente, conquista già il titolo nazionale. I risultati acquisiti, gli procurano un posto alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, nelle quali ottiene il bronzo nella cronosquadre.
A questo punto decide di fare del ciclismo la sua professione. Come prassi all’epoca, nel 1953 esordisce da indipendente partecipando al GP. delle Nazioni , massacrante gara a cronometro di 140 km. Il giovane Jaques, appena diciannove anni, lo vince, infliggendo ben 6 minuti al secondo classificato. Fin da subito, è chiaro a tutti che si tratta di un fenomeno: la sua pedalata è tanto efficace e composta che, come affermavano in molti, “sarebbe stato in grado di tenere sulla schiena una coppa di champagne, senza farla cadere”. E difficilmente sarebbe caduta per terra; più facile che sarebbe finita nella sua pancia. Jaques decide infatti di non “sacrificare la vita” all’attività sportiva.In barba a tutte le teorie per le quali un atleta non deve tributi a Bacco e a Venere per mantenersi competitivo, Anquetil non si fa mancare nulla! È un’abilissimo gestore di sè stesso, delle proprie forze e della propria crescita tecnica e tattica. Nonostante i grandi risultati finora conseguiti – il Gran Premio delle Nazioni, ad esempio, è la sua terra di conquista – esordisce al Tour de France all’età di 24 anni, alla quinta stagione da professionista. Riesce addirittura a far estromettere dalla nazionale francese il rivale Luison Bobet. L’impatto con la Grand Boucle non è tremendo: anzi, a 24 anni conquista il primo successo nella corsa più prestigiosa del mondo. La sua forza a cronometro, gli permette di strappare al suo idolo Fausto Coppi il record dell’ora, conquistato in tempo di guerra al Velodromo Vigorelli.
La stagione successiva non è altrettanto ricca di soddisfazioni: lo scalatore lussemburgese Charly Gaul lo precede nella classifica del Tour, ma soprattutto, lo batte a cronometro, infliggendogli una delle poche sconfitte in carriera in questa specialità. Per lui, comunque, il 1958 rimane un anno fondamentale: infatti sposa Janine, ex moglie del suo medico, la quale ha già due figli:Annie ed Alain. Anche nel 1959 deve inchinarsi agli avversari nelle grandi corse a tappe, ma nel 1960 conquista il suo primo Giro d’Italia. Freddo calcolatore, poco incline a lasciar spazio alla fantasia e all’epica, non è particolarmente amato in patria, proprio per questo suo modo di concepire le due ruote a livello agonistico. I risultati, comunque, gli danno ragione; vince i tour del 1961, 1962, 1963 e 1964. Si tratta di quattro successi differenti per modalità: il primo schiantando tutti, tanto da rifilare ben un quarto d’ora al secondo nella classifica generale, gli altri due controllando abbastanza agevolmente la situazione, mentre diverso si rivela il successo del ’64. Reduce dai successi alla Vuelta di Spagna del 1963 e dal gGiro appena disputato (diventando così il primo a conquistare le tre principali corse a tappe), deve fronteggiare gli assalti continui del connazionale Poulidor, sempre più ficcanti. Dopo la giornata di riposo del Tour del 1964, trascorsa in quel di Andorra, Jacques si trova fiaccato dai postumi della relativa festa con annessa notte brava. Nonostante il prodigarsi della moglie Janine nello smentire la vicenda, si racconta che nella tappa Andorra-Toulouse, per farlo rinvenire dalla crisi, il suo diesse Raphael Geminiani, gli abbia passato una borraccia di champagne. Vera o non vera quella circostanza, Jacques Anquetil stava perdendo quel Tour, riguadagnato con una discesa del Port d’Envalira, davvero portentosa. A Parigi solo la miseria di 55 secondi dividono Jacquot da Poupou, il quale, per il dispiacere dei moltissimi ammiratori che ha in patria, non può far altro che consolidare la sua fama di “eterno secondo”. Quello al Tour del 1964, si rivela un successo importante, perché “Monsieur Chrono” può aggiungersi a Coppi nella doppietta Giro-Tour nello stesso anno. Nella primavera precedente, tra l’altro, ha già messo in cascina una classica del nord, come la Gand Wevelgem, una rarità per questo fuoriclasse del calcolo, poco avvezzo a successi simili I detrattori gli imputano proprio questa colpa: non amano il modo strategico col quale è solito primeggiare, puntando tutto sulla sua potenza a cronometro. In realtà possiede doti davvero eccezionali. A dimostrazione di ciò, c’è quanto fatto nel 1965, anno in cui non partecipò né al Giro, né al Tour. Vinto il Giro del Delfinato, da sempre una corsa durissima, nemmeno 24 ore dopo, viaggiando in parte in macchina, si presenta, dall’altra parte della Francia, al via della Bordeaux-Parigi, la classica più massacrante e la fa sua.
Nel 1966, ormai trentatreenne, dopo aver stravinto la Liegi Bastogne Liegi, grazie ad una lunga fuga solitaria, conclusa lasciando tutti i migliori a cinque minuti ed oltre, partecipa al Giro, ma deve inchinarsi alla forza di Motta e alla regolarità di Zilioli. Al Tour, prima di ritirarsi nel corso della 19a tappa, non essendo in buone condizioni, pilota il giovane compagno Aimar, verso il successo. L’anno si conclude con l’argento conquistato nel campionato del mondo corso sul circuito del Nurburgring, giungendo dietro al tedesco Ahltig. Il mancato successo iridato rimane l’unica macchia in una carriera fantastica. Torna al Giro d’Italia nel 1967, corsa che avrebbe probabilmente rivinto se i tanti e forti italiani non avessero corso come una Nazionale a vantaggio di Felice Gimondi. Nonostante la sua vita che non si privava di nulla e il passare degli anni, Anquetil c’è ancora. Nel 1967, ad oltre 47 di media riconquisterebbe il primato dell’ora, ma il risultato non ottiene l’omologazione, per il suo rifiuto di sottoporsi all’antidoping, in nome di una sua antica battaglia. Se in corsa è un freddo calcolatore, davanti a microfoni e tacquini non esita ad esprimere il suo pensiero e lui non ha mai fatto mistero di non approvare una pratica di cui non condivide le metodologie.
Nel 1969, dopo sedici anni di attività professionistica, contrassegnata da oltre duecento vittorie, Anquetil scende dalla bicicletta, senza per altro abbandonare totalmente l’ambiente che lo ha reso famoso. Si ritira in campagna, alternando l’attività di agricoltore con quella di giornalista all’Equipe,, di commentatore televisivo anelle grandi corse a tappe e, per alcuni anni, anche di commissario tecnico della nazionale transalpina. Prosegue anche la sua vita privata fatta di eccessi. Decide che per lui è arrivato il momento di diventare padre di un figlio suo. La moglie Janine, prò, non riesce ad esaudire questo desiderio. A questo punto moglie e marito si accordano: l’erede sarebbe arrivato da Annie, la figliastra di Anquetil. Nel 1972 nasce la piccola Sophie. Non è finita: volendo dare affa figlia un fratello, cambia partner, accoppiandosi con la moglie del figliastro Alain, che diventa la madre naturale di Christoph Anquetil. Assieme alla moglie Janine, gestisce da par suo quest’incredibile intreccio familiare (in un suo libro del 2004, ad esempio, Sophie svela questi retroscena, affermando di avere due madri, un padre per i quali non serba alcun rancore) alla stregua di come ha gestito le corse che ha vinto, diventando a tutti gli effetti il “sultano”, col suo arem personale.
Non gestirà altrettanto bene il cancro che, a soli 53 anni, metterà fine alla sua esistenza, vissuta da grande protagonista dal primo all’ultimo giorno. Se ne va il 18 novembre 1987, in una grigia giornata d’autunno, quando le corse sono ormai ferme.