MA IN ITALIA SAPPIAMO ANCORA “FAR SQUADRA?”

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“Far squadra ma …
Si è chiusa la prima settimana di Coppe Europee, nella quale solo le formazioni impegnate nell’Europa League hanno dato qualche soddisfazione. Alle magre delle nostre rappresentanti nella principale competizione continentale, va sommata l’eliminazione della nazionale di basket ai quarti di finale, seguita a quella della rappresentativa di volley, al flop ai mondiali del settebello della pallanuoto, con la nazionale azzurra di calcio molto probabilmente costretta ad affrontare un pericolosissimo turno di barrage per accedere ai mondiali di Russia, dopo essere stata schiantata dalla Spagna. Alla luce di quanto appena esposto, sorge spontaneo il coesito:

  • “ma in realtà, gli italiani sanno ancora far squadra?”




  • Far squadra: ALL’ORIGINE DEL DUBBIO

    A giudicare dai risultati delle nostre maggiori rappresentative sportive, il dubbio sembra quanto mai legittimo. Seguiteci in questo breve escursus dell’estate appena trascorsa:

  • a fine luglio la nazionale di palla a nuoto è costretta ad inchinarsi nei quarti di finale del mondiale allo strapotere della rappresentativa della Croazia;
  • all’inizio di settembre il Belgio, formazione emergente senza grandi tradizioni, batte per 3 a 0 la nazionale italiana di volley, vice campione olimpica, nei quarti di finale dell’europeo di specialità, già segnato dalla sconfitta contro la Germania, nell’unica partita con una squadra di pari livello incontrata fino a quel momento;
  • il sabato successivo la nazionale italiana di calcio viene letteralmente spazzata via dalla Spagna nel match decisivo per la conquista della testa della classifica nel girone di qualificazione e tre giorni più tardi, gli azzurri faticano maledettamente a battere il modesto Israele nel match interno di Reggio Emilia;
  • agli europei di basket la rappresentativa italiana perde 3 delle prime cinque partite, passa il turno, sconfigge la modesta Finlandia, ma deve cedere le armi contro la quotatissima Serbia, destando comunque una buona impressione;
  • contemporaneamente le tre migliori squadre di club di serie A esordiscono con un pareggio e due sconfitte nelle partite d’esordio della Champion’s league 2017-18, dopo che, nella finale 2016-17 la Juventus è uscita travolta dal Real Madrid.
  • Da tutto questo balza immediatamente agli occhi il fatto che, davanti ad avversari di valore, le nostre squadre escono sistematicamente sconfitte; Momento no o pericolosa tendenza? Perché una nazione di sessanta milioni di abitanti, con una delle economie più evolute del pianeta ha risultati tanto modesti?

    Far squadra: MOMENTO NO O TENDENZA PERICOLOSA?

    Per tentare di dare una risposta al primo dei due coesiti, si potrebbe partire dagli anni novanta. La nazionale di calcio lottava per la conquista del titolo di Campione del Mondo, mentre almeno un trofeo continentale a stagione giungeva ad arricchire le bacheche dei nostri club, modelli di competitività. Il volley, dal canto suo, esprimeva la nazionale più forte dell’epoca, tre volte consecutivamente Campione iridata, figlia di un campionato vera e propria rassegna mondiale itinerante. Non meno competitiva era la nazionale di palla a nuoto, autentico Settebello, campione olimpico nel 1992 e mondiale due anni più tardi. Nella seconda parte del decennio, poi, emergeva anche la pallacanestro, col meraviglioso titolo europeo del 1999. Naturalmente iniziava la fase discendente, con alcuni grandi acuti come gli argenti olimpidci di Atene 2004 di basket e volley, seguiti ddalla meravigliosa cavalcata degli azzurri di Marcello Lippi al mondiale del 2006, risultati preceduti dalla finale di Champion’s 2003 di Manchester tra il Milan e la Juventus e seguiti dal successo rossonero di Atene nella massima competizione continentale. Dopo di che la parabola ha iniziato una brusca discesa. Negli ultimi dieci hanni solo l’Inter nella Champion’s League 2009-10 e la nazionale di palla a nuoto nel 2013 hanno conquistato l’obbiettivo massimo. I movimenti non hanno palesato un ricambio generazionale su vasta scala, in grado di mantenere costantemente gli stessi standard di rendimento. Ad ecezione dell’argento agli europei del 2012, la nazionale azzurra ha collezionato nient’altro che fallimenti, soprattutto al primo turno dei mondiali di Sud Africa e Brasile. La rappresentativa di basket è sparita dai radar del podio, mentre la palla a volo non ha più collezionato successi. Questo 2017, pertanto, sembra certificare che siamo in pieno trend negativo!

    Far squadra: POSSIBILI RAGIONI DI TANTA MEDIOCRITÀ

    La lunghezza dei campionati, la presenza di troppi stranieri, la scarsità di mezzi finanziari per gli sport minori, la scarsa attenzione dei media che non favoriscono una cultura dello sport, sono le principali ragioni solitamente addotte, in ordine sparso, ogni qual volta siamo costretti a registrare un fallimento.
    Partiamo dai dati di fatto; vero è che:

  • in Italia i media si occupano quasi esclusivamente di calcio, sempre argomento d’apertura di ogni trasmissione sportiva anche nei momenti in cui l’attività è ferma, con la scusa di venir incontro a quanto richiede l’audience, cosa che non accadeva qualche decennio fa ;
  • dopo il terremoto provocato dalla sentenza Bosman, le società di vertice non hanno più trovato utile investire direttamente sui settori giovanili, preferendo rivolgersi costantemente ad un mercato divenuto improvvisamente assai ampio e per alcuni anni anche conveniente;
  • il crollo del totocalcio, con il quale lo Stato finanziava l’intero sport italiano, ha tolto ossigeno essenziale soprattutto alle società impegnate nei cosiddetti sport minori.
  • Tuttavia, a noi sembra riduttivo ricondurre solo a queste cause la nostra incapacità di essere competitivi ai massimi livelli, problema certamente da non sottovalutare: se lo sport riflette il grado di evoluzione di una nazione, in questo momento non possiamo certo stare allegri!

    Far squadra: ALTRE RAGIONI

    Quanto elencato sopra risponde senz’altro ad un reale stato di fatto. A nostro avviso, però,ci sono altre ragioni, necessariamente non connesse esclusivamente al mondo dello sport. Si parla di disinteresse da parte del mondo della scuola: al netto dei problemi di carattere strutturale di molti nostri edifici, vorremmo ricordare che intere generazioni di campioni sono nate senza programmi d’educazione fisica. Bastava la strada e gli spazi aperti nei quali i ragazzi potevano sperimentare qualsiasi disciplina, senza tante regole e costrizioni. Tutti andavano per imitazione, con i campioni assurti ad autentici modelli. Il primo punto organizzato, semmai, era costituito dall’oratorio, al quale anche le società di paese si rivolgevano per reclutare forze nuove. Col passare degli anni questo sistema è stato smantellato. Sono sorte scuole calcio e progetti vari, nei quali bimbi in tenera età iniziano percorsi che, troppo spesso, non portano a nulla, nemmeno ad una corretta maturazione fisica personale. Molte di questi hanno fagocitato i pochi spazi pubblici dove molti ragazzini avevano la possibilità di avvicinarsi allo sport, anche in modo saltuario, trovando una valida alternativa progressivamente a Tv, computer, tablet e smarth phone. In questo modo sta scomparendo la mentalità del muoversi e del socializzare con un pallone tra i piedi o tra le mani, costituendo squadre estemporanee per partite dalla durata indefinita (al 10, al calar della sera, all’ennesimo richiamo della mamma).
    Molti vedono nella scuola la possibilità di creare i presupposti per avviare allo sport le giovani generazioni. Al netto dei problemi strutturali presenti in numerosi istituti, risolvibili con gli opportuni investimenti, diventerà essenziale creare dei programmi capaci di creare una vera cultura sportiva, nella quale l’evento agonistico (quindi la vittoria) rappresenta il target principale dell’intero percorso, insegnando nel contempo che la sconfitta o il piazzamento dietro al primo non rappresenta un fallimento, ma un punto di partenza per aspirare al vertice con l’impegno e il lavoro! Attualmente, tutto ciò avviene in minima misura, con ore d’educazione fisica spesso ricreazioni aggiuntive, nelle quali, per assenza di mezzi o di volontà, vige l’anarchia completa.

    Far Squadra: CONCLUSIONI

    Da quanto esposto fino a qui, sembra emergere chiaramente la nostra difficoltà nel “far squadra”, simbolo di organizzazione e di coesione, quest’ultima “merce” sempre più rara in una società, in cui narcisismo ed individualismo sembrano farla da padrone.

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