TUTTI I PERCHÈ DELL’ADDIO MEDIATICO DI FRANCESCO TOTTI ALLA MAGLIA DELLA ROMA

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Francesco Totti ha salutato: i suoi tifosi certamente, il calcio italiano quasi sicuramente, il calcio giocato molto probabilmente. Il “Pupone” deve ancora decidere: proseguire da un’altra parte, in un campionato minore ma ben remunerativo, o intraprendere la carriera di dirigente all’interno della sua Roma, la società nella quale è cresciuto, trascorrendo l’intera carriera calcistica.
Il futuro dell’ormai ex capitano giallo-rosso non è certo, eppure attorno al suo addio alla maglia che tanto ha amato si è scatenata un’attenzione mediatica mai riscontrata in precedenza. Altri prima di lui sono diventati il simbolo delle squadre in cui hanno militato (basta pensare all’epoca degli “abatini” di breriana memoria) ma hanno lasciato in punta di piedi, con una bella partita d’addioda condividere con tifosi e colleghi. Quali pertanto le ragioni di un clamore simile? Di seguito tentiamo di proporre una spiegazione, cercando di verificare una nostra convinzione: a Francesco Totti è stata tributata “la gloria dei perdenti”!




Francesco Totti: ALLE ORIGINI DEL MITO

La vicenda calcistica di Francesco Totti, romano “de Roma” cresciuto nel vivaio giallo-rosso, la sua squadra del cuore, inizia in una calda domenica di giugno del 1993. Ha da poco compiuto i 16 anni e Vujadin Boskov decide di farlo esordire nell’ultima giornata del campionato di serie A 1992-93. Viene quindi aggregato alla prima squadra per la stagione successiva. Ad attenderlo non c’è il “santone” slavo, ma “Sor” Carlo Mazzone, tecnico romanista e romano, che, verificatone l’immenso talento, inizia a centellinarne l’impiego, come un vinaio conscio di essere in possesso di una qualità speciale del “nettare di Bacco”, che vuole far ingolosire gli astanti offrendone un semplice assaggio, aspettando la giusta maturazione prima di lanciarlo su vasta scala. Mazzone riesce in pieno nel suo intento: quando lascia Roma nel 1996, Francesco Totti si è ggià imposto come il futuro del calcio italiano. Non lo ferma la tragicomica stagione targata Carlos Bianchi e sotto la guida di Zdenek Zeman diventa elemento inammovibile dell’11 capitolino.
È Fabio Capello, arrivato sulla panchina romanista nel 1999, a conferirgli i gradi di guida della squadra. In lui rivede, per certe aperture di prima, Gianni Rivera, bene o male il termine di paragone di ogni numero 10 dal 1979 in qua. Rispetto alla bandiera rossonera, col quale il tecnico friulano ha avuto l’onore di chiudere la propria gloriosa carriera, Totti è dotato di un grande fisico, che gli consente di ricoprire con pprofitto svariati ruoli in zona d’attacco. Totti è efficace sia nel ruolo di seconda punta in un ipotetico 4-4-2, sia come tre/quartista dietro alle due punte.
Per lui arriva anche la gloria internazionale. All’Europeo del 2000 si segnala come uno dei migliori elementi di una formazione che, nonostante gravi defezioni dell’ultimo momento, sfiora la conquista del titolo. Memorabile diventa il suo rigore scucchiaiato nella porta dei padroni di casa dell’Olanda nella semifinale, con un incredulo Van der Saar costretto a raccogliere la palla dal sacco!
Se nella Roma scudettata nel 2001 (e in quella delle stagioni successive) esprime a pieno il proprio talento, Francesco Totti, per un motivo o per l’altro, fallisce l’appuntamento con le grandi manifestazioni della nazionale azzurra: i Mondiali di Corea e Giappone nel 2002 e gli Europei del Portogallo del 2004, nei quali, a seguito di numerose provocazioni, ha una reazione nei confronti del centrocampista danese Povlsen, che gli costa l’espulsione ed una lunga squalifica.

Francesco Totti:DUE SCUDETTI SFIORATI CON LUCIANO SPALLETTI E CLAUDIO RANIERI ED IL TITOLO DI “CAMPIONE DEL MONDO”

Nell’estate del 2004 Fabio Capello lascia Roma, si apre una stagione tremenda con ben tre cambi d’allenatore, ma Francesco Totti continua a rendere da par suo. Arriva Luciano Spalletti, il quale mette ordine; la squadra gioca e diverte, Totti si trova a meraviglia nel nuovo meccanismo di gioco, ma all’inizio di febbraio del 2006, col mondiale di Germania alle porte, subisce un gravissimo infortunio nella partita casalinga con l’Empoli.
L’intervento riesce, Totti recupera una condizione sufficiente a convincere l’allora tecnico azzurro Marcello Lippi a portarlo con sè in Germania. Entra in un gruppo costretto a far quadrato di fronte agli attacchi derivanti dal caso “Moggiopoli”, scoppiato proprio nelle ultime fasi del campionato italiano di calcio 2005-06 e nell’immediata vigilia dell’impegno iridato. Sul campo Francesco Totti non brilla, ma, per personalità e temperamento, è uno degli elementi essenziali del gruppo assieme al portiere Gigi Buffon, al Capitano Fabio Cannavaro, al mastino di centrocampo Gennaro “Ringhio” Gattuso, al bomber combattente Luca Toni e a Marco Materazzi, l’uomo entrato in corsa al posto dell’infortunato e sfortunatissimo Alessandro Nesta. Per lui arriva anche il momento di mettersi in mostra quando trasforma il rigore decisivo per superare gli ottavi di finale contro l’ostica Australia allenata da Gus Hidding, che già quattro anni prima ci aveva fatto piangere in Corea.
Terminata la festa Mundial, il calcio italiano si trova afari i conti con lo scandalo. La Roma e Totti ne sono fuori, tanto che gli stravolgimenti decretati dal giudice sportivo asegnano lo scudetto all’Inter e la piazza d’onore, valida per l’accesso diretto alla fase a gironi di Champion’s League, proprio alla Roma, altrimenti quinta e fuori dalla grande chermesse. Il campionato si risolve in una grande volata dell’Inter, ma Francesco Totti, inventato come “falso nove” si toglie la soddisfazione di laurearsi capocannoniere del campionato 2006-07 con 26 reti. Ha abbandonato la nazionale ed ora si dedica completamente alla sua Roma (e alla famiglia che sta costruendo con la show-girl Ilary Blasi), con cui sfiora lo scudetto nel 2008, perdendolo all’ultima giornata e non senza polemiche, per una rete annullata nella partita decisiva di Milano contro l’Inter. Sfiora l’impresa nel 2010, con Claudio Ranieri tecnico, ma anche quell’anno il verdetto giunge nell’ultimo turno di campionato.
Per lui in carriera ci saranno altri due secondi posti targati Garcia, ma questa volta il dominio Juventus è troppo netto.

Francesco Totti: IL RITORNO A ROMA DI LUCIANO SPALLETTI E …

Francesco Totti è vicino alla soglia dei quarant’anni nel gennaio del 2016 quando la società romanista, sapendo libero Luciano Spalletti, reduce da ottime stagioni vincenti sulla panchina dello Zenit Sanpietroburgo, decide di esonerare il francese Garcia, che sembra non riuscir più a tener in pugno la situazione.
Il toscano arriva ed inizia a relegare il Capitano in panchina. Totti, però, entra, segna, fa segnare e, soprattutto fa sognare, cambiando di netto il corso di alcune partite perse. La Roma approda ai preliminari di Champion’s League, malamente perduti in casa col Porto,in una partita nella qualle Francesco Totti, alla sua probabile ultima occasione di scendere in campo in una partita champion’s non viene nemmeno schierato. Non è altro che il primo di una serie di sgarbi sportivi perpetrati ai suoi danni dal tecnico Spalletti, nel nome della ragion di squadra. E, proprio qui, risiede una delle ragioni principali che porteranno a tanta attenzione mediatica nel giorno del saluto ai propri tifosi. La storia del calcio insegna che chi assiepa gli spalti è sempre pronto a schierarsi dalla parte del proprio idolo, quello per il quale ha sempre trepidato, quello di cui ha sempre raccolto le figurine, conservato un autografo come una reliquia, quello che lo ha fatto piangere, gioire, esaltare. Dirigenti ed allenatori passano, ma i fuoriclasse restano nella memoria. Per un esempio di quanto stiamo sostenendo, invitiamo tutti a rileggere le pagine riguardanti la diatrivba tra
Albino Buticchi e Gianni Rivera, con la bandiera rossonera capace di assemblare una cordata societareia capace di rilevare il pacchetto di maggioranza detenuto dal petroliere spezino, reo di averne ipotizzato la cessione al Torino in cambio di Cklaudio Sala.

Francesco Totti: LE RAGIONI DI TANTO CLAMORE

Spostando la vicenda dal piano prettamente calcistico, in quella che, per molti aspetti è una fiaba della vita, Luciano Spalletti rappresenta il cattivo della situazione, elemento imprescindibile in questo genere letterario. Evidentemente il grande tributo di folla non è altro che l’happy end di una vicenda gestita male, che mette in risalto la pochezza culturale di certi parvenue del mondo del pallone. Ex grandi campioni diventati tecnici, come Nereo Rocco, Niels Liedholm, Carlo Ancelotti e Fabio Capello hanno gestito il fine carriera di grandi fuoriclasse, autentici simboli, che hanno sempre deciso loro quando lasciare. Persino il perfezionista Arrigo Sacchi, (come Spalletti un passato insignificante col pallone tra i piedi) ha saputo regalare un fine-carriera degno di lui ad un Franco Baresi ormai lontano parente di quello che è stato il re delle difese. Il fatto che Francesco Totti abbia confessato il suo travaglio interiore nel lasciare i colori da lui sempre amati, sta a significare che lui sentiva di aver ancora qualcosa da poter dare alla sua società e al suo pubblico, il quale, evidentemente, ha compreso la situazione, non mandandolo a dire allo Spalletti di turno.
Uscendo dall’ambiente prettamente capitolino sponda romanista, ha fatto specie notare l’attenzione generale di fronte ad un evento simile, per il quale è mancata solamente la diretta Tv a reti unificate. Totti è stato senz’altro un grande campione, capace tra l’altro di diventare il secondo cannoniere di tutti i tempi nella storia della serie A. Altri hanno vinto più di lui, però, trascinando le squadre in cui hanno militato a grandi traguardi. Sebbene sia fuori dalla nazionale da oltre un decennio, rimane un patrimonio del calcio italiano, non certo il patrimonio! Tuttavia agli italiani sembra che non piacciano i miti troppo vincenti: Gianni Rivera e Roberto Baggio, all’apice delle loro carriere, hanno ricevuto attacchi e stracismi incomprensibili, soprattutto alla critica e ai movimenti esteri. Molto più semplice è stata la vicenda dei vari Paolo Maldini, Franco Baresi e Giacinto Facchetti, difensori ai quali sono stati negati i riconoscimenti meritati, Sandro Mazzola, capace con l’abnegazione di vincere la concorrenza col troppo talentuoso Gianni Rivera e proprio Francesco Totti, simpatico probabilmente per aver dichiarato amore eterno ad una società con la quale avrebbe alzato ben pochi trofei. Questa è la gloria che gli italiani sanno tributare con cuore: quella ai “perdenti”.

Francesco Totti: DUE PAROLE DI CONCLUSIONE

Per chi si occupa e chi gestisce il calcio anche sul piano del marketing, la vicenda del fine carriera di Francesco Totti è senz’altro una lezione da mandare a memoria: il pubblico ha voglia di sognare e solo le fiabe possono far sognare e i protagonisti delle fiabe del “Dio Pallone” non sono altro che i grandi fuoriclasse, meglio se un po’ perdenti!

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