DALL’ITALIA UN ALTRO NO AL SISTEMA, MA QUESTA SARÀ VITTORIA VERA?

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Dopo il voto per la Brexit di giugno, seguito da quello per l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti, celebrato all’inizio di novembre, è toccato agli italiani recarsi alle urne, per un referendum confermativo delle modifiche alla Costituzione vigente varate dal Parlamento non senza polemiche. Ancora una volta il voto si è trasformato in un confronto tra l’establishment e gli oppositori, ancora una volta vincenti ma, contrariamente a quanto accaduto in Gran Bretagna e negli USA, grazie ad argomenti che poco centravano con l'”oggetto del contendere”.





“Mandare a casa il Governo” è stato uno degli slogan maggiormente utilizzati dall’eterogeneo fronte del no alle riforme costituzionali votate in Italia domenica 4 dicembre 2016. La persistente crisi economica, causa di povertà e disoccupazione, la gestione alquanto zoppicante degli immigrati, la tassazione da Paese scandinavo a fronte di servizi di qualità mediocre, sono i tasti su cui, da destra e da sinistra, hanno battuto gli avversari di Matteo Renzi, Presidente del Consiglio (illegittimo secondo molti perché non eletto, salvo che la Costituzione appena confermata attribuisca al Presidente della Repubblica il potere di affidare l’incarico a qualsiasi cittadino possessore dei diritti civili) che, al momento di accettare detto incarico, ha posto la riforma costituzionale quale obbiettivo primario da raggiungere, pena lasciare la “poltrona” in caso di fallimento. Mentre partiva l’iter, all’inizio condiviso con una larga “fetta” dell’opposizione, veniva varata la nuova legge elettorale, un sistema che, consegnerebbe una maggioranza ben definita alla “Camera dei Deputati”, in quanto il Senato doveva essere riformato, diventando una camera di delegati regionali, uscendo dal “bicameralismo perfetto” per il quale l’Esecutivo deve ricevere la fiducia da entrambi i rami del Parlamento, chiamati altresì all’approvazione delle leggi con i medesimi poteri. Lega Nord e Movimento Cinque Stelle si sono immediatamente tirati fuori dalla partita, dalla quale, per motivi essenzialmente legati alla metodologia non condivisa riguardante la scelta del nuovo Presidente della Repubblica è uscita la gran parte di Forza Italia, al momento il principale partito del centro destra. Il percorso proseguiva comunque fino al varo definitivo in Parlamento. Mancando i 2/3 dei consensi, si rendeva necessario il ricorso alle urne per un referendum confermativo. A questo punto Matteo Renzi commetteva il suo errore principale: legare la sua permanenza a Palazzo Chigi al risultato della consultazione elettorale. Non si sa quanto in buona fede (cinicamente speriamo di no altrimenti ci troveremmo di fronte ad un branco di leader completamente ignoranti in materia di procedure costituzionali) l’opposizione non si lasciava scappare l’occasione di “cavalcare il malcontento” per l’operato di un Governo capace di varare leggi che hanno toccato una vasta gamma di diritti acquisiti. Gli errori commessi sono stati abilmente mescolati alle questioni strettamente legate alla riforma, per la quale sono stati rilevati appunti generici, quando non risibili , come il famigerato articolo 117, quello per il quale, secondo molti, l’Italia avrebbe ceduto la propria sovranità all’Unione Europea, senza accorgersi che lo stesso ricalca pari pari quello già in vigore, salvo sostituire il termine Comunità Europea, di cui già se ne riconosce la prevalenza dell’ordinamento, con la più appropriata Unione Europea.
Ormai è risaputo: fare opposizione è molto più semplice e porta risultati migliori in termini di voti; non bastasse il fronte del no era talmente eterogeneo da trovare riscontro un po’ in tutti i settori della popolazione, soprattutto con la prospettiva di “cacciare l’usurpatore”. Il risultato, nonostante qualche timore legato anche alla qualità delle matite (molti hanno scoperto in questo 5 dicembre 2016 che al seggio non ci sono penne, bensì matite copiative, ascoltassero la vecchia canzone di Giorgio Gaber “Come son belle le elezioni”) viene brillantemente raggiunto e, contrariamente alle attese di molti, il buon Matteo Renzi dichiara di voler rassegnare le dimissioni, assumendosi la paternità della sconfitta.
Ancora una volta il sistema precostituito esce sconfitto, ma quella italiana rischia di essere la classica “vittoria di Pirro” o, riprendendo tristemente un concetto di circa cent’anni or sono, una “vittoria mutilata”, perché non ottenuta sul merito della questione. Rimane in vigore una Costituzione capace di generare la situazione da molti contestata – tre presidenti del Consiglio non eletti dal popolo, per dirne una – ed una prospettiva d’instabilità a lungo termine che impedirà qualsiasi tentativo di risolvere i gravissimi problemi economici e sociali in cui l’Italia si sta dibattendo, con la prospettiva di nuove tasse per adempiere all’art. 81 della Costituzione appena riconfermata, che obbliga la nazione al rispetto della parità di bilancio, onde evitare (e qui addio sovranità) l’intervento delle istituzioni europee.
È stato un affare la vittoria del no? Ai posteri l’ardua sentenza!
In chi scrive rimane la sensazione di essere stato involontario protagonista (sebbene in misura infinitesimale) di una pagina di storia in cui la “gente comune” ha dato prova di scarsa consapevolezza civica, lasciandosi mal guidare nel mal interpretare ciò per cui era chiamata a decidere.

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