IL POST BREXIT TRA PANICO, CINISMO ED INCAPACITÀ

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Nel giorno successivo alla conclusione della fase a gironi del Campionato Europeo di Calcio 2016, il popolo britannico (mai così ben rappresentato nella massima competizione continentale per nazioni) chiamato alle urne per decidere se rimanere o uscire dall’U.E., esprime la volontà di lasciare la comunità, sorprendendo mercati ed analisti e provocando un terremoto finanziario senza precedenti, quasi si trattasse di un’autentica catastrofe. Pericoli reali o mistificazione?





Neologismi e tormentoni, di questo si ciba la moderna società del consumismo per definire una tendenza, per lanciare un prodotto o per spiegare una scelta. BREXIT, crasi tra i termini in lingua inglese Britain ed Exit (uscire, scappare), sta caratterizzando e caratterizzerà l’anno del Signore 2016. Di Brexit si è iniziato a parlare nell’estate del 2015, quando il leader dei conservatori James Cameron, in cerca di voti utili per essere riconfermato alla guida del Regno Unito, prometteva di sottoporre a referendum la permanenza del Paese nell’ambito dell’Unione Europea, intercettando i favori degli “euroscettici” in numero sempre più crescente, stanchi di un’Europa che impone loro “assurdi regolamenti economici e stranieri che portano via posti di lavoro ed identità nazionale”. A questo si aggiunga anche la questione legata al terrorismo ed il cocktail è bello è servito! Partiva così una campagna referendaria in cui il tanto decantato fairplay britannico rimaneva un mero ricordo del passato, come le buone maniere e le mezze stagioni. Accuse, invettive, quando non insulti, accompagnavano i giorni pre consultazione, mentre i sondaggisti davano il vantaggio alternativamente all’una o all’altra fazione. La sensazione comunque, era che alla fine avrebbe prevalso il buon senso, ossia rimanere nell’Unione Europea, la quale, dal canto suo, concedeva ulteriore autonomia ad una nazione già fuori dai meccanismi dell’EURO, nella quale lacci e lacciuoli hanno sempre avuto il tempo che trovano. Circa due settimane prima del voto, però, si faceva largo la sensazione che, ad avere la meglio, alla fine sarebbero stati i fautori del “leave” (lasciare). Prove generali di panico, con borse in caduta quasi libera e sterlina svalutata, fino allo scorso giovedì 16 giugno, quando la deputata europeista Cox perdeva la vita per mano di uno squilibrato. Come d’incanto il “remain” riprendeva vigore e con lui i mercati, tanto da far cinicamente pensare a ciò che non si dovrebbe …
Ed ecco il gran giorno: mentre si commentano le partite dei campionati europei di calcio, britannici in fila a decidere se “to leave” o “to remain”. Ad urne chiuse gira voce che la U.E. avrebbe potuto continuare a contare su 28 componenti, con buona pace dei populisti, euroscettici, rozzi e reazionari. Durante la notte, però, strani movimenti monetari fanno presagire ad un cambiamento del vento. Alle prime luci del giorno la realtà emergeva in tutta la sua crudezza: il popolo britannico, pur con una maggioranza striminzita, decideva di lasciare.
Ora il panico è reale: borse a picco, sterlina svalutata ed istituzioni UE pronte a chiedere una fine veloce e dolorosa, soprattutto per i britannici, rei di aver espresso la propria volontà. Cameron rassegna immediatamente le proprie dimissioni: evidentemente lui aveva concesso la consultazione nella convinzione che alla fine avrebbero prevalso i remain, molto probabilmente sulla scorta delle recenti elezioni comunali di Londra, dove vinte da un sindaco europeista convinto. “The Day After” trascorre tra analisi, presagi di sventura, ai quali si contrappone la gioia e l’entusiasmo dei vincitori in loco, con i leader degli altri movimenti euroscettici del continente a far da controcanto.
In questo bailame, però, sembrano andare in cavalleria un paio di particolari tutt’altro che secondari:
secondo la costituzione britannica, questo referendum non ha valore vincolante;

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