PREGASI RILEGGERE CESARE BECCARIA NEL RISPETTO DELLE VITTIME!

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… “Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, deve essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima possibile date le circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi.” …
Parole scritte oltre duecentocinquant’anni fa dall’illuminista milanese Cesare Beccaria che, nel suo celeberrimo saggio “Dei delitti e delle pene” cercava di teorizzare il giusto rapporto tra il delitto commesso e la pena da comminare ad esso connessa. L’opera di Beccaria sarà destinata a far scuola, influenzando tutte le giurisdizioni occidentali dei decenni successivi, stabilendone alcuni principi cardine.




Perché andare tanto a ritroso nel tempo, ad un epoca in cui il diritto (soprattutto quello delle persone più umili) era materia quasi individualistica? Ormai le teorie del Beccaria sono state recepite, assimilate e sviluppate! Tuttavia, alcune sentenze di questi ultimi mesi danno la percezione che le stesse siano state addirittura fraintese. Quando Beccaria redigeva il suo saggio, vigeva la pena di morte, comminata per svariate ragioni, comprese quelle legate ai reati d’opinione. Non bastasse, la discrezionalità dei giudici era molto ampia, facendo assumere loro quasi sembianze di piccoli padri eterni, che tutto potevano, soprattutto nei confronti della povera gente. Pure i metodi d’accertamento della verità erano arcaici, con la tortura usata come valido mezzo investigativo. Su questo rifletteva Cesare Beccaria, sulla necessità di comminare pene certe, senza infliggerne di preventive, prima di arrivare alla verità, stabilendo il concetto dell’innocenza di un individuo, fino a prova contraria, altro cardine su cui si basa il diritto moderno. L’opera, di cui abbiamo citato un passo in apertura di questo articolo, tratta pure il problema della lunghezza dei processi, che devono essere celebrati nel modo più rapido ed accurato possibile, proprio per aumentare l’efficacia della pena, la quale deve essere certa e dilatata nel tempo, proprio per far comprendere meglio al reo la gravità del proprio misfatto: va da sè che la pena capitale non otemperi a questa funzione!
Pene giuste, comminate in modo rapido e certe! Parole che stanno ricorrendo con frequenza sempre maggiore, anche questa settimana, quando la ccorte d’appello di Roma ha pronunciato una sentenza che, con i principi del Beccaria sembra avere poco a che fare!
Sul banco degli imputati siede Maurizio Falcioni, ora ultra quarantenne, il quale nel febbraio del 2013, in un raptus di gelosia, seguito per altro ad altri episodi di violenza, riduceva letteralmente in fin di vita la fidanzata Chiara Insidioso, 19 anni all’epoca. Ricoverata in ospedale, per la giovane non sembravano esserci speranze di sopravvivenza, tali erano i danni cerebrali causati dai pugni dell’uomo. Contro ogni previsione, Chiara si è risvegliata dal coma, ma per lei la sentenza è stata dura, rapida e certa: condanna a vita in un letto, senza la possibilità di muoversi e di comunicare se non, dopo lunghi e continui periodi di riabilitazione, attraverso qualche piccolo gesto!
Per il Falcioni, reo confesso, parte l’iter processuale. Ottiene immediatamente il rito abbreviato, il che implica uno sconto di pena. In primo grado viene condannato a vent’anni (si tenga presente che la ragazza trascorrerà l’intera esistenza in stato semi-vegetativo), per vedersi ridurre la pena di 4 anni in sede d’appello: 16 anni che sappiamo tutti (indulti, buona condotta ed altre amenità varie) non essere effettivi. In questa circostanza, la verità non è emersa attraverso un gran lavoro investigativo: le parole del Falcioni, le ferite della ragazza e la scena del massacro hanno delineato un quadro chiaro e lampante. Si è proceduto per analogie, cavilli ed artifizi giuridici. Alla fine l’uomo se la cava con la medesima pena comminata in casi di processo indiziario, ossia dove il quadro non era così esplicito. Ci riferiamo al caso Franzoni o Stasi dove, per dirne una, manca addirittura l’arma del delitto, senza dimenticare Raffaele Sollecito, per svariati anni a rischio di una condanna ben maggiore in circostanze molto meno chiare. Omicidi, qui, è vero, ma per la povera Chiara e per la famiglia il calvario è ben peggiore! Non bastasse: nemmeno le istituzioni extra-giudiziarie sono loro vicine. Al momento la famiglia Insidioso risiede in un alloggio non idoneo per prestare le cure alla figlia e si è vista respingere la domanda per una casa popolare.




Le concezioni di Beccaria (soprattutto la loro messa in pratica) hanno rappresentato un grande progresso per la società civile; in questo caso, come in tanti altri, purtroppo, i principi del famoso illuminista milanese sembrano essere stati stravolti. Ora, probabilmente, molti addetti alla giustizia dovrebbero riprendere in mano questo libro per le motivazioni contrarie per le quali è stato scritto 250 anni orsono, soprattutto nel rispetto delle vittime!

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