17 AGOSTO 1969: LA DOMENICA DI WOODSTOCK

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È una domenica particolare quella che vi andiamo a raccontare quest’oggi; una di quelle destinate a cambiare il corso

della storia di uno dei campi preferiti della nostra esistenza: la musica!




L’anno è il 1969. In Italia, come ormai da tradizione, le città sono deserte, in quanto la maggior parte della popolazione

sta trascorrendo le canoniche ferie d’agosto al mare. Sulle spiaggie imperversa la musica di lucio Battisti, mentre si

commenta ancora l’impresa dell’Apollo 11, che solo poche settimane prima, ha portato due uomini a compiere i primi passi

sulla Luna. Gli appassionati di calcio, dal canto loro, assistono dai giornali ai primi passi delle loro squadre del

cuore, impegnate nella preparazione estiva, di una stagione che si concluderà con i “Campionati Mondiali del Messico”.
È altresì un grande periodo di fermenti sociali, con i giovani in cerca di un’altra via per trascorrere la loro esistenza

su questo pianeta. Da qualche anno tutto è in discussione: la famiglia, la patria, la scuola; nulla sfugge alla richiesta

di rinnovamento. “Pace e Amore Libero sono le parole d’ordine principali e musica, tanta musica, dura, cattiva, urlata,

composta quasi sempre sotto gli effetti di sbornie colossali o stupefacenti! Una simile filosofia di vita trova il suo riscontro nel movimento Hippie – “i figli dei fiori”, i cui componenti vogliono vivere quella che, a tutti gli effetti, non sarà altro che un’utopia. Dietro, infatti, c’è chi è pronto a sfruttarne il lato commerciale, soprattutto se ci troviamo negli States, la patria della libera iniziativa e del libero mercato. JP. Roberts e Joe Rosenman sono due giovani rampanti, i quali, sul far dell’estate, pubblicano sulle pagine delle principali testate newyorkesi il seguente annuncio: “Challenge International, Ltd.”: Uomini giovani con capitale illimitato cercano interessanti opportunità, legali, di investimento e proposte d’affari.” La risposta più interessante giunge da Woodstock, località nella Contea dell’Ulster, appartenente allo Stato di New York, teatro in estate di una manifestazione d’arte. All’inizio l’idea è quella di costituire uno studio di registrazione, destinata ad evolvere ben presto nella creazione di un vero e proprio evento musicale. Sulle prime Rosenman vorrebbe abbandonare il progetto, ma poi decide di rimanere della partita. L’iniziativa prende il nome di Woodstock Venture: per la quale, in men che non si dica, vengono venduti oltre 180 mila biglietti. A questo punto gli organizzatori decidono di rendere libero l’ingresso, convinti di poter far fronte alle spese con ciò che gli avventori avrebbero consumato. Tuttavia le difficoltà non mancano: la cittadinanza di Woodstock non vuole il concerto il quale, il 15 luglio 1969, sembra saltare definitivamente, per una questione di permessi non concessi, per il mancato rispetto delle norme igieniche. Basta tuttavia spostarsi di poche decine di chilometri, alzare l’offerta d’indennizzo che, a Betel, c’è chi è pronto a mettere a disposizione la propria tenuta. Prima è un certo Tiber, il quale, però, resosi conto dell’inadeguatezza del proprio terreno, presenta gli organizzatori a Max Yasgur, un allevatore in possesso di oltre 600 acri, affittati per ben 75.000 dollari.
La notizia del festival circola già prima della firma con gli organizzatori che, per altri 25.000 dollari, affittano alcune tenute adiacenti, così da aver ancor più spazio a disposizione. Tutto questo, comunque, attendendo 50.000 persone. In pratica, il più grande raduno hippye della storia, inno alla libertà, alla mancanza d’interessi e all’amore disinteressato, non è altro che una grande operazione di marketing!
Quando arriva domenica, le 16 colonne di amplificatori stanno diffondendo da tre giorni le note dei più famosi artisti rock del momento, con gli spettatori – qualcuno li stima in mezzo milione – intenti ad ascoltare musica, a bere, a tirar di coca (e quant’altro) e ad amarsi, liberamente, quasi animalescamente. Ha iniziato Richie Evans, infiammando la folla, tanto da dover improvvisare. Nasce così il brano Freedom, uno delgi inni della manifestazione. Chiude la giornata dedicata agli artisti folk Joahn Baez, la donna capace di trascinare la gente nelle strade con le sue canzoni di protesta civile, contro la guerra, contro le e contro l’ingiustizia sociale.
Il giorno precedente, a partire da mezzogiorno, gli altoparlanti hanno ripreso a raccontare le loro storie di chitarre distorte, voci grintose, al limite dello sgraziato e ritmi spesso compulsivi. Questa domenica 17 agosto inizia prima ancora della fine della seconda giornata di esibizioni, nella quale si sono distinti i vari Carlos Santana, Jamis Joplin, i Creadence Clearwater Revival, con gli Who, saliti sul palco alle 4 del mattino dopo un litigio per una questione pare di soldi, pronti ad accoglere il nuovo giorno, seguiti dagli Jefferson Airplains.
In teoria, la domenica dovrebbe chiudere il festival, ma l’atmosfera è troppo “bella” perché tutto finisca, pertanto si proseguirà un giorno oltre. Si parte con Joe Coker, preceduto dai brani strumentali della “The Grease band”. Chiude il tutto Jimmy Hendrix, la cui esibizione rappresenta probabilmente il momento più alto dell’intera manifestazione, esempio di convivenza al di fuori delle regole. Nonostante i problemi logistici,le strutture rivelatesi insufficienti e, ad un certo punto, la scarsità di cibo, tutto fila liscio. Rimarranno nel ricordo, come aspetto negativo, solo i grandi ingorghi stradali attorno alla location.
Questo accadeva dall’altra parte del mondo domenica 17 agosto 1969, una domenica destinata a fungere da sparti acque.

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