“IN NOME DEL POPOLO IRRESPONSABILE!”

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Probabilmente la signora Cynthia Robinson, manco farlo apposta un cognome da film (ci viene alla mente la celeberrima Mrs Robinson de’ “Il Laureato”) deve aver avuto un piacevolissimo “missunderstanding”, nell’udire la sentenza che le ha assegnato “23,6 millions dollars” per la morte del marito, stroncato nel 1996 da un cancro dovuto alla nicotina contenuta nelle sigarette della casa produttrice R.J. Reynold Tobacco, che lui ha consumato per vent’anni. In realta i millions sono billions: si signori, 23,6 miliardi di dollari (circa 17 miliardi di euro) più qualche spicciolo agli eredi – 16 milioni (questi si) agli eredi! La corte ha motivato la decisione adducendo la mancanza d’informazione sulle conseguenze del fumo contenuta sulle confezioni di sigarette prodotte dalla nota casa statunitense, proprietaria di svariati marchi, tra cui anche quelli legati alla produzione di sigarette Italiane.




A lasciare sconcertati non è solo la cifra: da noi ci faremmo una manovra finanziaria, potremmo togliere gran parte delle tasse pendenti sulla prima casa, ad esempio, ma proprio il concetto che, in pratica, si deresponsabilizza l’individuo. Un concetto simile poteva essere valido fino a cinquanta o sessant’anni fa, in una società semi analfabeta, con la sigaretta, il sigaro, la pipa e quant’altro, quali uno dei pochi passatempi concessi in un’ esistenza fatta di sacrifici e lavoro duro. Oltre a questa, a partire dagli anni trenta, quale svago c’era il cinematografo, con molte pellicole pronte ad immortalare gli “eroi del grande schermo” nell’atto di fumare. Il fumo diventava un atto distintivo, un simbolo di passaggio – ad esempio dall’infanzia all’età adulta – e, per le signore, un segno di emancipazione.
Questo caso, però, fa riferimento ad una persona nata nel 1960, che, stando agli atti, avrebbe iniziato ad assumere nicotina nel 1976; “nell’Italietta arretrata e provinciacialotta”, giusto per fare un parallelo, molti locali pubblici iniziavano già ad esporre i cartelli di divieto di fumo al loro interno. Nulla di obbligatorio, ma certamente un segno del cambiamento dei tempi. Noi che stiamo scrivendo, non siamo molto più giovani del “povero signor Robinson”, ma siamo sempre stati edotti circa i danni ai polmoni provocati dalle sigarette, senza bisogno d’immagini e scritte scioccanti apposte sui pacchetti. Teniamo conto poi, che la sentenza non riguarda un gruppo vasto di persone, per intenderci, non siamo di fronte ad una class action, ma risarcisce un caso singolo, il che significa che ognuno di noi, sempre secondo quanto scaturito dal lavoro dei giudici della Florida, può riversare sul produttore di un bene eventuali danni provocati dal cattivo uso dello stesso.
Da noi (e da un lato fortunatamente) le case produttrici non sembrano correre un rischio simile: in un caso analogo la Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di danni, affermando che, trattandosi di un singolo individuo, non c’è prova di manchevolezze nell’informare da parte dell’azienda coinvolta! A questo punto, almeno per quanto riguarda il caso di specie, meglio rimanere “arretrati e provincialotti”, evitando di emettere sentenze “in nome del popolo irresponsabile!”

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