ALFREDO DI STEFANO: IL PRIMO “GIOCATORE TOTALE”

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Qualcuno lo ha definito il più grande di tutti, forse per il suo modo di stare in campo, senz’altro anacronistico in un calcio fatto di ruoli e posizioni ben definite.
Alfredo Stéfano Di Stéfano Laulhé

nasce a Barracas, uno dei barrios di Buenos Aires, il 4 luglio del 1926; nelle sue vene scorre sangue italiano, francese e portoghese: il padre Alfredo e figlio di Michele Di Stefano, emigrato da Nicolosi alla fine del XIX secolo, ed ha preso in moglie Eulalia Laulhé Gilmont, donna argentina di origini francesi e portoghesi.
Di Stefano, però ha pure talento, per altro immediatamente notato, ma i tecnici convengono che non è in grado di farsi largo. Al momento nel River Plate gioca un altro fuoriclasse dai piedi magici, ovvero «Il divino» Adolfo Pedernera, campione sospettoso per natura, tanto da iniziare a fare dei dispetti in allenamento a quel ragazzo fin troppo ambizioso. Per conservare “la pace in famiglia” il River Plate pensa bene di cederlo in prestito all’Huracan. E Di Stefano ci va proprio per dimostrare le sue qualità. A diciotto anni il suo fisico è ormai cresciuto con il suo gioco. Nella nuova squadra giostra ormai “alla Di Stefano,” riempie il campo da solo e risolve un sacco di problemi tattici col suo continuo movimento, sia in attacco, sia in difesa.
L’anno successivo, quindi, il River lo richiama alla base, dà il benservito a Pedernera, dando vita ad uno dei trio d’attacco più forti dell’intera storia del calcio, col furbo Moreno e col funambolo Labruna, mentre dietro le loro spalle cresce pure il talento dell’ala Mario Boyé, che noi italiani conosceremo al Genoa anche per eventi extra calcistici.

Nel 1948, dopo aver trascinato il River alla conquista del campionato 1947 realizzando ben 27 reti, partecipa alla Coppa dei Campioni del Sudamerica, torneo ufficiale dal quale nascerà la Copa Libertadores, giocando 6 partite e realizzando 4 gol.
La fama del River e di Di Stefano varca i confini sud americani, tanto che l’intera formazione viene invitata in Italia per disputare la famosissima amichevole contro una selezione del campionato nostrano, immediatamente dopo la catastrofe di Superga, che pone fine alla vicenda del grande Torino, organizzata proprio per devolvere l’incasso alla società granata, costretta a ricostruire la rosa per affrontare al meglio il campionato 1949-50. Ci sono alcuni abboccamenti per trattenerlo in Italia, soprattutto da parte del Genoa, ma i liguri opteranno per l’acquisto, più economico, del talento Mario Boyé.
In Brasile sono previsti i mondiali di calcio 1950, ma la federazione argentina decide di non prendere parte alla manifestazione. Per Di Stefano inizia la maledizione nei confronti della massima competizione iridata. Lui, nel frattempo, affamato com’è di bella vita e di denaro, che pr altro non spreca, così come il pallone in campo, decide di lasciare la sua squadra, per trasferirsi al Millonarios in Colombia. La federazione locale è al momento esclusa dalla FIFA, ma i club garantiscono ingaggi da favola. Nella terra dei Cafeteros vince tre scudetti, realizza valanghe di gol e colleziona un numero infinito di storie amorose.
A questo punto il calcio europeo si accorge definitivamente di lui; tra le società interessate c’è anche la Roma, che nel ’53 avrebbe la possibilità di ingaggiarlo. Davanti a qualche bicchiere di frascati gelato, però, i dirigenti capitolini ritengono il giocatore, 27 anni, troppo vecchio per l’esborso da effettuare, ed optano per l’acquisto dell’uruguayano Alcide Ghiggia, ala sinistra non certo di primo pelo!
A pensarla così, invece, non è il Presidente del Real Madrid Santiago Bernabeu, il quale si è innamorato del giocatore durante un’amichevole. Dopo aver vinto la strenua concorrenza del Barcellona, il massimo dirigente dei “blancos” se ne aggiudica le prestazioni. L’esordio madridista di Di Stefano risale al 23 settembre 1953 contro il Nancy, in una partita finita 4-2 per i francesi. Nonostante la sconfitta alla prima partita, la carriera di Alfredo nelle merengues, sarà ricca di trofei, gloria e soldi. Immediatamente lui ama la Spagna, che è pronta ad adottarlo, sopportandone anche il carattere spesso scontroso, come avviene per tutti i cavalli di razza. Fuori dal campo si concede a vizi e bella vita, ma sempre con “testa”, perché tutto deve essere complementare alla sua professione: giocare al calcio e farlo al meglio, sempre per poter “battere cassa”. Di Stefano è il leader assoluto di una squadra di grandi campioni; tutti però sono specialisti in un settore: Gento ala sopraffina, Rial dal passaggio smarcante, Santisteban e Santamaria difensori insuperabili. Lui, centr’avanti, fa tutto: la “freccia bionda” è pronta a partire da qualsiasi posizione. Corre per tutti, ma tutti devonotenere il suo passo. Sintomatico è il giudizio che darà nel 1961 sul grande Didì, quando affermerà di non poter giocare con un compagno talmente lento da “trovarselo sempre in mezzo ai piedi”!
In undici anni con la maglia dei “blancos” vince 8 campionati spagnoli, cinque Coppe dei Campioni consecutive, andando a segno in tutte le finali vinte, condendo il tutto con oltre 300 reti, che gli varranno anche la conquista di due palloni d’oro. La sua popolarità tocca vette inusitate: sui giornali si parla più di lui che di politica, il che fa giusto comodo al regime di Francisco Franco, pronto a farne un eroe. Di Stefano, tra l’altro, ha preso anche la cittadinanza spagnola, entrando anche a far parte della nazionale iberica. Qui, però, si apre l’unico capitolo “nero” di una carriera da numero uno. Nel 1958 le “furie rosse” falliscono la qualificazione al mondiale di Svezia; due anni più tardi il governo ritira la squadra dal primo campionato europeo per nazioni, rifiutando di andare a giocare in Unione Sovietica, mentre un grave infortunio gli impedisce di prendere parte al mondiale cileno.
La sua avventura al Real Madrid si chiude il 27 maggio del 1964, con la finale di Coppa dei Campioni persa contro l’Inter dell’ex rivale blau-grana Luis Suarez e del giovane Sandro Mazzola, il quale, prima di rifilargli due reti, lo guarda come “vedesse l’oracolo”.
Chiude la carriera all’Espanol, regalando ai tifosi della seconda squadra di Barcellona

Smessa l’attività da calciatore, intraprende l’attività di allenatore. L’inizio non è dei più semplici: il suo primo incarico all’Elche dura solo pochi mesi, dopo i quali torna in argentini, ma sulla panchina del Boca Junior, gli acerrimi rivali del suo River. Lui, però, è un professionista e li conduce alla conquista del campionato argentino nel 1969. Nel 1970 torna in Spagna, al Valencia, col quale, in quattro stagioni, vince un titolo nazionale. Prova, senza grandi risultati anche l’esperienza portoghese, ma l’amore tra lui e lo Sporting non sboccia. Seguono anni sostanzialmente poveri di soddisfazioni, fino alla stagione 1979-80, quando alla guida del Valencia di Bonohf e Kempes conquista la Coppa delle Coppe, nella finale vinta ai calci di rigore contro l’Arsenal. Il successo non gli basta per conservare la panchina e, all’inizio del 1981, lo ritroviamo alla guida del suo River Plate. Con giocatori come Fillol e Ramon Diaz conquista il titolo argentino. A questo punto viene chiamato dal Real Madrid. La squadra è granitica, con la difesa orchestrata dal rude libero tedesco Uli Stielike; veleggia sempre tra i primi posti, sembra fatta, ma all’ultima giornata cade proprio a Valencia e il titolo spagnolo 1982-83 va all’Atletico Bilbao. Rimane a Madrid un altro anno, senza per altro ottenere risultati degni di nota.
All’inizio del 1985 torna alla guida del Boca Junior, per far rientro al Valencia tra il 1986 e il 1988.
Tre anni dopo si registra l’ultima sua presenza da allenatore: nel novembre del 1990 viene richiamato a risollevare il Real Madrid, ma la squadra, reduce da cinque titoli nazionali vinti consecutivamente, senza per altro riuscire a conquistare la Coppa dei Campioni, trofeo ormai assente da un quarto di secolo, Madrid, è logora e non è in grado di tenere il passo del Barcellona di Johan Cruijff, avviata ad un quinquiennio di vittorie.

Rimane nella società madridista come dirigente, ricevendo la nomina di Presidente Onorario il 5 novembre del 200, testimonianza di un amore mai sopito nei suoi confronti. Nel 2006, poi, gli viene intitolato lo stadio del Castilla, la squadra satellite del suo real.
Un infarto ce lo porta via ad 88 anni appena compiuti il 7 luglio del 2014.

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