CASO BALOTELLI: È PROPRIO FRUTTO DEL RAZZISMO?

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I novantasette secondi di sospensione della partita Milan-Roma a causa dei “Buh” nei confronti di Mario Balotelli, hanno riaperto il dibattito circa il razzismo presente nel mondo del calcio. Da domenica sera è tutto un susseguirsi di prese di posizione, dando per assodato la volontà discriminatoria di chi si diverte nel trovare nel colore della pelle dell’avversario un ottimo motivo di dileggio. Questi personaggi sono veramente razzisti incalliti o sono solamente il risultato del malcostume praticamente congenito alla nascita del calcio in Italia?
Poniamo un punto fermo: nel mondo del tifo organizzato il razzismo esiste. Dalla riapertura delle frontiere nel 1980 abbiamo assistito ad episodi di contestazione per l’ingaggio di giocatori colpevoli di appartenere a razze o etnie diverse. Clamoroso è quanto accaduto ad Udine nel 1989, quando i friulani hanno rinunciato all’acquisto dell’attaccante israeliano Ronnie Rosenthal, contestato per le sue origini ebraiche. E del cappio esposto nel 1996 nella curva dell’Hellas Verona per dire no all’acquisto del “negro” olandese Ferier? Anche Aron Winter, colored di origine ebraica non è esattamente stato accolto col tappeto rosso dai supporters della Lazio nel 1992 e via discorrendo con altri fatti e fatterelli non meno gravi. Se questo non è razzismo non sapremmo come altro definirlo. Qualche dubbio ci viene per gli ululati provenienti dagli spalti contro l’avversario di colore. È senz’altro una becera manifestazione d’inciviltà, da mettere senz’altro sullo stesso piano con le ofese al “nemico” prendendo a pretesto disgrazie storiche (ad esempio la strage dell’Heysel quando s’incontra la Juventus o la tragedia di Superga quantdo avversario è il Torino). E cosa dire dei cori contro Giacinto Facchetti cantati dagli avversari dell’Inter?
Da sempre lo stadio, in nome del campanilismo o dello sfottò, è diventato un luogo dove tutto è permesso, una zona franca in cui si può dar sfogo a tutti gli istinti dialettico-bestiali. E fuori? Non è la squadra avversaria a “far schifo” (quando non si usa di peggio), ma l’amico o il collega, in quanto tifoso di quella squadra.
Entrando nello specifico dei fatti accaduti a Milano la scorsa domenica, viene effettivamente qualche dubbio se si pensa che gli insulti di stampo razzista arrivano da una tifoseria che in passato ha applaudito tale Toninho Cerezo – diventato biondo solo perché si è tinto i capelli in occasione dello scudetto vinto con l a Samp – e tale Marcos Cafù, non certo l’emblema dell’uomo bianco. Ci ricordiamo il caso del difensore del Messina Zoro, capace di fermare la partita contro l’Inter a causa degli insulti ricevuti da una tifoseria che nella sua storia ha visto vestirsi di nerazzurro gente come Juary, Ince, Ronaldo, per finire con i nigeriani Canu, West, Martins e Muntari. E allora di che cosa stiamo parlando?
Nel caso di Balotelli, e di tutti coloro che vivono la stessa orrenda situazione, stiamo parlando di una delle tante manifestazioni d’inciviltà e di insufficiente cultura sportiva presente soprattutto nel mondo del calcio. Una riflessione: perché la razzista Verona presenta il cappio per l’acquisto di un calciatore nero, mentre per anni giocatori di colore sono stati gli idoli autentici degli appassionati di basket?
Possiamo reprimere con ammende e sospensioni queste manifestazioni, ma dobbiamo metterci tutti in testa che bisogna imparare a rispettare l’avversario, perché senza di lui il gioco non può stare in piedi.

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