DOMENICA 12 MAGGIO 1974 E 1985: LAZIO E VERONA NELLA LEGGENDA

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Un giorno per due domeniche davvero particolari per il calcio italiano. Due domeniche ed un unico destino: l’entrata nella leggenda del “Dio Pallone,” qualunque sia stato il proseguio della storia. Protagoniste del nostro tuffo nel passato sono la Lazio di Tommaso Maestrelli, divenuta Campione d’Italia proprio il 12 maggio 1974 e il Verona di Osvaldo Bagnoli, uguale destino esattamente undici anni più tardi. Andiamo in ordine cronologico.
Splende il sole sull’Italia chiamata alle urne per decidere se mantenere o meno la legge che consente il divorzio. Comunque vada, sarà una data storica, in quanto è in ballo la primazia della concezione clericale: vincessero i si, quindi l’abrogazione delle norme, si riaffermerebbe il potere religioso; vincessero i no, sarebbe la fine dello “stato confessionista” in profonda crisi fin dal 1968. Mentre la campagna referendaria tocca l’apice della sua asprezza, un gruppo tanto strampalato, quanto vincente, sta incantando l’Italia. È la Lazio di Tommaso Maestrelli, ex centromediano di buona levatura negli anni quaranta, capace di fare di un manipolo di prime donne un team vincente. Ci sono almeno quattro leader, tutt’altro che amici fuori dal campo, ma pronti a mettere da parte gelosie e rivalità ogni domenica per due ore, quelle necessarie per battere gli avversari. Il portiere Felice Pulici si erge a baluardo insuperabile di una difesa diretta magistralmente dall’avvocato Giuseppe Wilson. A centrocampo l’infinito dinamismo del biondo Luciano Re Cecconi si mette al servizio delle geometrie di Mario Frustalupi, mentre il genio della promessa Vincenzo D’Amico fa da carburante al duo Chinaglia-Garlaschelli a segno con una regolarità impressionante.
Serve un punto alla Lazio per coronare un sogno e raggiungere un traguardo mancato quando a vestire di bianc’azzurro erano fuoriclasse del calibro di Silvio Piola, Vittorio e Lucidio Sentimenti, Lorenzo Burini ed Arne Selmosson. Avversaria di turno è il Foggia, l’ex società del tecnico Tommaso Maestrelli e Luciano Re Cecconi, autrice di un girone d’andata concluso nelle posizioni di vertice, prima di finire invischiata in una lotta salvezza più cruenta che mai. Dietro resiste solo la Juventus, la quale spera in un crollo dei Capitolini per riconfermarsi Campione d’Italia per il terzo anno consecutivo, magari in volata come nelle due precedenti occasioni.
Tutti in campo alle 16,00. La Juventus parte a spron battuto contro il Cagliari, con Pietro Anastasi, uno che ogni settimana deve contendere una maglia a gente che si chiama Josè Altafini e Roberto Bettega, spietato cannoniere. La Lazio, invece, sembra contratta. La sconfitta di sette giorni prima rimediata sul terreno del Torino si fa sentire, come per un maratoneta che sta percorrendo gli ultimi 195 metri guardandosi indietro. Al termine della prima frazione di gara nulla è ancora deciso: la matematica non dà ancora ragione agli uomini del presidente Umberto Lenzini. Si torna in campo alle 17,00 e un quarto d’ora più tardi il destino si compie. C’è un calcio di rigore per la Lazio; sul dischetto si presenta bomber Chinaglia, il quale non fallisce. Il resto è accademia, con un Foggia incapace di reagire agli eventi e pronto ad assistere all’incoronazione dei nuovi campioni. Inizia così la festa per la “squadra con la pistola”, mentre il popolo decreta la fine dell'”Italietta confessionista”.
Trascorrono undici primavere, nuove elezioni, questa volta meno epocali, trattandosi di normali turni amministrativi, ma stesso scenario. Con un pareggio il Verona diventa Campione d’Italia. Solo un pazzo, in estate, avrebbe potuto pronosticare un epilogo simile, nella stagione degli acquisti ultra miliardari dei vari Maradona, Rumenigge e Socrates. Invece i veneti, facendo immediatamente provare al divino Maradona la durezza del campionato italiano, s’involano verso la leggenda per merito di un gruppo granitico, che ha fatto della coesione dentro e fuori dal campo il proprio punto di forza. Non splende il sole sull’Italia domenica 12 maggio 1985, ma ciò non impedisce a migliaia di veronesi di raggiungere Bergamo, per assistere alla probabile incoronazione dei giallo-blu a campione d’Italia. La gara inizia alle 16 con un primo tempo combattuto che vede prevalere l’Atalanta per 1 a 0. Dietro si spera, ma 8 minuti dopo l’inizio della ripresa, il danese Preben Elkjaer realizza la rete del pareggio. A questo punto in tutti prevale la voglia di festeggiare. L’Atalanta, reduce da un ottimo campionato di centro classifica, non affonda e l’ultima mezz’ora si trasforma in un’infinita passerella per un gruppo destinato a scrivere una pagina di calcio irripetibile. Pochi minuti prima delle 18 a Bergamo e a Verona, con la celebre Piazza Bra gremita di tifosi, esplode una festa destinata a durare una settimana, con l’apoteosi prevista per la gara casalinga contro l’Avellino.
Due domeniche simili per due tifoserie poco avvezze al successo. La storia racconterà di altri momenti di gloria per i tifosi della Lazio, mentre gli scaligeri vivranno periodi davvero bui, culminati con una retrocessione in serie C1, rischiando addirittura la discesa nella quarta serie nazionale.

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